Federica

Il rettore Guido Trombetti parla di “rivoluzione nel panorama didattico italiano”.
Renato Mannheimer, presidente dell’Istituto per gli studi sulla pubblica opinione, preferisce definirla “liberazione della conoscenza”.
È “Federica”, il portale di web learning dell’università Federico II di Napoli.
Che dopo un anno di sperimentazione è stato presentato a Napoli dall’esperto di sondaggi e dai professori responsabili di “Federica”, Giuseppe Marrucci, presidente del Centro di ateneo per i servizi informativi, e Mauro Calise, responsabile scientifico dell’e-learning d’ateneo.
Un portale il cui accesso è libero e gratuito per tutti.
Lezioni on line, firmate dai docenti di tutte e tredici le facoltà della Federico II.
“La nostra mission di università pubblica – spiega il rettore Guido Trombetti – ci ha guidati nel rimuovere qualsiasi password e limitazione all’accesso al sapere.
Tutti possono accedere liberamente ai contenuti didattici e scientifici di Federica.unina.it per studiare, per approfondire le proprie conoscenze o temi di interesse professionale”.
Il progetto “Federica” (il femminile del nome dell’ateneo) conta, tra l’altro, oltre 100 corsi, con tanto di sintesi delle lezioni, materiali per l’approfondimento, link a fonti scientifiche selezionate dai docenti, immagini e video.
Tutto scaricabile su iPod: l’offerta di “Federica” è disponibile, infatti, anche in podcast, dunque fruibile attraverso i lettori multimediali di ultima generazione, “per portare con sé i materiali di studio – spiegano i responsabili – consultare e leggere le lezioni in qualunque momento e luogo”.
“Con la diffusione delle nuove tecnologie il tempo è più mio – ha commentato Mannheimer – Posso decidere io quando vedere, mostrare, ascoltare.
Posso “usufruire” del professore e delle lezioni dove voglio io.
L’ elemento fondamentale è quello della mia libertà.
I giovani, e tutti gli utenti della rete, possono decidere quando e dove usufruire delle lezioni e di fonti autorevoli ed affidabili.
È la liberazione della conoscenza scientifica”.
I numeri di “Federica” valgono, da soli, a raccontare l’intento di rivoluzionare il panorama didattico di casa nostra: 2.000 lezioni, 20.000 immagini, 3.000 links, 1.600 documenti, 300 video, 600 podcast.
Poi la Living Library, con 600 siti web selezionati tra le più accreditate fonti di conoscenza da un’équipe di esperti multidisciplinare e Federica 3D, ovvero la ricostruzione virtuale dell’ateneo con tutte le facoltà riunite in un’unica piazza.
“Federica” – aggiungono gli organizzatori dell’impresa – viene incontro alle diverse domande del pubblico studentesco: dai non frequentanti, che hanno così a disposizione gli elementi base di ogni lezione, a coloro che, dopo aver seguito il corso in aula, vogliono ripassarlo a casa o in treno; ai molti studenti che cercano di andare oltre la lezione approfondendone i temi grazie alle risorse web selezionate dai docenti.
“Federica” si rivolge anche alla vasta platea di coloro che, senza essere iscritti, vogliono cogliere l’ opportunità di seguire a distanza un corso universitario offerto da uno dei più prestigiosi atenei italiani”.
(13 marzo 2009)

Dieci anni di scuola statale in Italia

Più alunni, meno prof e precari ecco la foto della scuola italiana di Salvo Intravaia Mai così “precaria”, almeno nell’ultimo decennio.
E’ la scuola italiana descritta dall’ultimo rapporto del ministero dell’Istruzione dal titolo “10 anni di scuola statale”.
I ponderoso volume contiene migliaia di dati e si riferisce al decennio (dal 1998/1999 al 2007/2008) che probabilmente ha visto il maggior numero di riforme sulla scuola.
A fronte di un incremento degli alunni si è registrato un calo dei docenti stabili, quelli di ruolo, e un vero e proprio boom del precariato.
Ma non solo: le classi si sono riempite grazie all’ingresso degli alunni stranieri ha permesso alla popolazione scolastica italiana di crescere.
Il decennio viene contrassegnato anche da una svolta: la corsa ai licei e il crollo degli istituti tecnici.
E ancora: il progressivo spopolamento delle scuole del Sud a vantaggio degli istituti settentrionali.
In due lustri, la popolazione scolastica è cresciuta quasi del 3 per cento ma non è stato così in tutte le zone del Paese.
Nelle regioni del Nord le scuole hanno dovuto fare posto a 352 mila alunni in più vedendo crescere gli alunni del 13 per cento.
Al Sud le classi si sono svuotate inesorabilmente: in pochi anni, la popolazione scolastica si è assottigliata del 6 per cento.
Dieci anni fa, il Sud poteva contare su un milione di alunni in più rispetto al Nord, adesso il vantaggio è di appena 350 mila alunni.
Con ogni probabilità, a fare la differenza sono stati gli alunni stranieri.
Il loro numero è cresciuto di 6 volte e se non fosse stato per la loro presenza gli alunni italiani sarebbero diminuiti del 3 per cento.
Il decennio 1999/2008, nonostante abbia registrato un incremento della popolazione scolastica, ha visto calare il numero dei docenti di ruolo (del 3,4 per cento) e più che raddoppiare (da 64 mila a 141 mila) il numero dei supplenti impegnati dietro la cattedra.
Dieci anni fa, si contava un precario ogni 12 insegnanti, oggi ce n’è uno ogni 6.
Anche per questa ragione l’ex ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, mise in cantiere un piano per stabilizzare 150 mila precari, messo in soffitta dall’attuale governo.
Oggi, le classi sono più affollate di dieci anni fa, soprattutto nei licei.
Gli scientifici hanno vissuto un decennio di grazia: più 27 per cento.
Stesso discorso per i classici e per i licei socio-psico-pedagogici (gli ex istituti magistrali) dove gli alunni sono cresciuti di un quinto.
E in misura minore anche gli istituti professionali hanno visto aumentare gli alunni (più 13 per cento).
Il tutto a scapito dell’istruzione tecnica, fiore all’occhiello del boom economico degli anni sessanta, che ha perso quasi il 7 per cento dei suoi alunni.
A conti fatti oltre 65mila studenti.
Repubblica (4 marzo 2009) Il ministero dell’istruzione ha messo in linea la pubblicazione “10 anni di scuola statale: a.s.
1998/99-a.s.
2007/08 – Dati, fenomeni e tendenze del sistema di istruzione ” che riporta e commenta le principali serie storiche del sistema di istruzione, rilevando dati dell’ultimo decennio sugli alunni, le classi, gli organici, il personale, le scuole.
I numerosi dati, riportati ed elaborati in tabelle e grafici, oltre che nei valori complessivi, sono riportati per settore scolastico e per territorio geografico e regioni.
Si tratta di un lavoro notevole, particolarmente interessante per capire fenomeni, tendenze e prospettive del sistema di istruzione.
Tra i tantissimi dati che meritano attenzione e valutazione anche da parte dei decisori politici vi è quello dell’andamento della popolazione scolastica che è specchio delle variazioni demografiche nazionali.
Nel decennio considerato si è determinata una specie di linea di demarcazione: dal centro in su vi è stato un aumento generalizzato di alunni; dal centro in giù tutte le regioni hanno perso iscritti.
Le variazioni sono dipese da due fenomeni: da una parte, l’immigrazione straniera verso le regioni settentrionali e centrali, dall’altra, il calo di nascite nelle regioni meridionali e insulari.
Il Sud e le Isole nel decennio hanno perso rispettivamente, si osserva nel commento dell’opera, 162 mila e 73 mila.
Un totale che supera l’attuale popolazione scolastica della Sardegna.
Se i 235 mila studenti in meno fossero stati tutti sardi, oggi l’intera isola non avrebbe né alunni, né scuole né docenti.
Alunni in meno, classi chiuse, calo di organici che si sono distribuiti, invece, in tutte le regioni del Sud e delle Isole.
L’opera è a cura della Direzione Generale per gli Studi e la Programmazione e per i Sistemi Informativi del MIUR.
Attraverso questo link, è possibile acquisire il file (3,5 Mb) dello studio.
Pubblicazione del MIUR ————————————————————————- tuttoscuola.com martedì 3 marzo 2009

Scuola: idee & futuro/1

Verso il IX Forum del Progetto culturale che si terrà a fine marzo a Roma, gli esperti s’interrogano sul tema dell’emergenza educativa.
Evandro Agazzi: «In passato la famiglia delegava ai docenti l’istruzione, ma sugli orientamenti di vita agiva da sé.
Oggi però questo schema è ormai saltato»  L’intervista E’ mergenza educativa? «Parlerei so­prattutto di un travaglio genera­lizzato delle società avanzate in molti campi, incluso quello educativo» risponde Evandro Agazzi, filosofo delle scienze, ordinario dell’Università di Ge­nova e direttore di Nuova secondaria, il mensile dell’editrice La Scuola.
«Qui si va oltre l’emergenza, che è improvvisa e imprevista.
In questo caso non è così».
Nessuna sottovalutazione del problema, anche se «esistono diversi aspetti della questione: quello istituzionale, che coin­volge la scuola; quello della famiglia…».
Iniziamo da quest’ultimo aspetto.
Si as­siste a una crescente difficoltà nella tra­smissione di valori e tradizioni tra le ge­nerazioni.
Cosa è saltato rispetto a quanto avveniva nel passato? «È un problema che ha radici lontane.
Nel passato alla scuola veniva chiesto di fornire quell’istruzione che la fami­glia non era in grado di fornire, mentre ai genitori spettava la trasmissione dei valori, che comunque trovavano corri­spondenza in quelli della scuola, in u­na sorta di continuità.
Oggi si è persa questa percezione.
Alla scuola viene ri­conosciuta la funzione limitata al­l’informazione, quasi di tipo nozioni­stico.
Ma sui valori, sugli orientamenti di vita, è invitata a mantenere una neu­tralità educativa».
Dunque trasmettere i valori resta com­pito solo della famiglia? «In realtà ci troviamo davanti a un vuo­to, perché la famiglia sembra non avere più tempo per dare questa formazione valoriale ai figli.
Spesso entrambi i geni­tori lavorano e stanno poco con i figli.
Così si crea dispersione e disorienta­mento nei giovani, che cercano quei va­lori prendendoli qua e là, magari dalla televisione e da Internet».
Scuola neutrale, famiglia assente.
Un quadro desolante.
«Allo scenario va aggiunto anche un problema di mancanza di fiducia tra scuola e famiglia.
Un tempo nessun ge­nitore avrebbe mai messo in discussio­ne un giudizio o un voto dato a scuola dall’insegnante.
Ora accade il contra­rio.
Un fenomeno che si spiega anche con la perdita di autorità da parte dei genitori, che a volte rinunciano al loro ruolo per diventare ‘amici’ dei loro fi­gli.
Un errore».
Scuola delegittimata dalla famiglia.
Ep­pure in passato si è parlato spesso di delega educativa da parte della fami­glia alla scuola.
Non le pare contrad­dittorio? «Più che di delega, parlerei di una ge­neralizzata scelta di scaricare sulla scuola una serie di compiti impropri, che hanno avuto come risultato quel­lo di togliere tempo ai compiti fonda­mentali della scuola.
Ci sono cose che si apprendono solo a scuola, ma il mol­tiplicarsi delle cosiddette ‘educazioni’, ha dato vita a materie che sono grava­te sulla scuola.
Un po’ anche per scari­carsi la coscienza da parte delle altre i­stituzioni e dimostrare sensibilità ver­so un tema».
Cosa è possibile fare per invertire la rot­ta e tornare a educare? «Non si può che partire dalla famiglia.
Direi quasi che bisogna educare i geni­tori a svolgere il proprio ruolo e il pro­prio compito.
Un apprendimento che nel passato avveniva nella famiglia d’o­rigine, ma anche altre istituzioni aiuta­vano i giovani a diventare uomini e don- ne maturi.
Penso alla Chiesa e alla sua catechesi.
Oggi la famiglia appare priva di valori da trasmettere e nella società servono valori e modelli di vita».
Ma questo come è realizzabile in una società, che, rispetto al passato è decisamente plurale? «È sicuramente più com­plesso rispetto al passato dove sostanzialmente a­vevamo una società più omogenea sui valori, per­ché al di là delle diverse e­tiche tutto sommato ci si ritrovava su una morale condivisa.
Oggi non è più così.
Occorre cercare un minimo comune deno­minatore da condividere.
Penso che possa essere, ad esempio, il senso del dovere, cioè il riconoscere che esistono doveri e che le nostre azioni de­vono essere in conformità.
Così si potrà parlare di coscienza morale condivisa».
Ma davanti a una pluralità di valori co­me può la scuola aiutare i giovani a for­marsi un proprio bagaglio di principi? «La scuola aiuta i giovani se riesce a in­segnare loro il senso critico.
Lo ritengo il dovere di ogni insegnante, che non de­ve nascondere il proprio bagaglio di va­lori, ma nell’esporlo deve essere onesto, convinto e, appunto, critico.
Non si trat­ta di indottrinare nessuno, ma di dare ragione delle proprie idee e dei propri valori».
Insomma docenti con onestà intellet­tuale, ma anche rispettosi degli altri punti di vista? «I ragazzi lo percepiscono subito se un adulto crede davvero in ciò che dice.
Ac­cade anche a scuola con i docenti, che devono rendere ragione delle proprie af- fermazioni, aiutare i ragazzi a riflettere, a ragionare anche sulle cose considera­te assodate, come capita spesso nelle materie scientifiche, dove spesso regna il vero dogmatismo, cioè la presenta­zione di “verità” indiscu­tibili.
Viceversa anche a proposito di tali conte­nuti è essenziale far capi­re ‘perché’ sono validi e attraverso quali prove, spesso complesse, si è stabilita la loro validità, per altro sempre aperta a riconsiderazione.
È la strada per insegnare ai ragazzi quel senso criti­co, che appare attual­mente uno strumento necessario per potersi muovere in questa società sempre più plurale».
Enrico Lenzi

Un pc come sesto senso

Un TELEFONINO, una webcam, un mini proiettore e, soprattutto, una connessione web.
In tutto 300 euro di spesa, ovvero quanto hanno speso gli studenti e iricercatori del gruppo “Fluid Interfaces” del MIT Media Lab nel Massachusetts per mettere a punto un dispositivo indossabile in grado di trasformare qualsiasi superficie in uno schermo interattivo.
Una sorta di senso per l’uomo.
Sì, perché lo scopo di questa combinazione hi-tech è quella di fornire un supporto informativo accessorio a quello sviluppato dai cinque sensi, sfruttando l’immenso bacino di informazioni e conoscenze offerto dal web.
Ecco come funziona.
La fotocamera legge le informazioni di partenza dalla superficie inquadrata; il telefonino, tramite uno speciale software, le elabora con l’ausilio del web, e proietta sempre sulla stessa superficie il risultato delle proprie ricerche.
Questo prototipo, frutto di quattro mesi di lavoro, è la versione finale di una soluzione inizialmente basata su un braccialetto in grado di leggere i codici a barre dei prodotti, evolutosi poi in un dispositivo più sofisticato, da indossare a tracolla sopra il petto.
Grazie a quattro sensori colorati sulle dita di una mano, i gesti effettuati dall’utente vengono riconosciuti dal dispositivo che li “vede” tramite la webcam e li interpreta come comandi.
Ad ogni movimento delle dita, è possibile far corrispondere un diverso comando, e l’effetto finale ricorda molto da vicino quello che, solo in fantascienza, i fratelli Wachowsky avevano immaginato nel loro film culto “Matrix”, con la realtà virtuale proiettata su superfici reali.
In questo video, realizzato dal MIT Media Lab, vengono mostrati una serie di funzioni di questo prototipo.
Tra tanti c’è, per esempio, la possibilità di “chiedere al telefonino” di scattare una fotografia, semplicemente disegnando un quadrato con le proprie dita intorno all’area interessata; in seguito, utilizzando il proiettore del prototipo sarà possibile riguardare a casa, su un muro o su un foglio bianco, tutte le immagini catturate.
Ancora.
Per conoscere lo stato del proprio volo o avere maggiori informazioni su un prodotto in vendita in un supermercato, basta semplicemente mostrare al dispositivo la carta di imbarco o l’etichetta del oggetto in acquisto, e questi è in grado di ritrovare tramite web, informazioni utili come eventuali ritardi in partenza o l’ecocompatibilità del prodotto esposto.
Naturalmente sono possibili anche operazioni più semplici come controllare l’ora, leggere le email o digitare un numero di telefono per una chiamata vocale.
Ma con il prototipo MIT, va detto, assumono un fascino tutto nuovo, visto che l’orologio o la tastiera, entrambi virtuali, vengono proiettati sul nostro polso o sul palmo della mano, e sempre tramite gesti è possibile scegliere di volta in volta l’applicazione da utilizzare.
Insomma, massima informazione ed utilità con il minimo sforzo.
Sono queste le parole chiave con cui studenti e professori del laboratorio Fluid Interfaces, hanno presentato orgogliosamente il loro prototipo al pubblico, durante il TED (Technology, Entertainment, Design) 2009.
L’idea di base è quella di voler fornire agli utenti, nuove interfacce che superino le ristrettezze imposte, in termini di superficie, dagli attuali display, muovendosi sempre più verso un maggior sfruttamento degli spazi su “tre dimensioni”.
Se infatti questo è il momento dei display touchscreen, soprattutto per quel che riguarda i cellulari, il futuro vede nel “riconoscimento gestuale” uno dei più accreditati spazi di sviluppo per prodotti commerciali innovativi.
Negli ultimi tre anni grandi aziende come Nokia, Sony Ericsson e Samsung, hanno depositato numerosi brevetti di soluzioni che riconoscono il movimento manuale, e lo tramutano in comandi per il cellulare.
Al momento la soluzione del MIT risulta molto immatura per diventare un prodotto commerciale ma stupisce per la sua semplicità (specie nei componenti utilizzati).
Traccia però una via da seguire.
Pur nel suo essere molto artigianale, presenta degli interessanti spunti sotto l’aspetto delle possibili nuove forme di interazione uomo-macchina ed è un chiaro simbolo dell’attuale trend tecnologico.
L’unione tra riconoscimento gestuale e connettività web ci dà un anticipo di futuro.
Un futuro nel quale il nostro accesso alle informazioni diventerà sempre più “fisico” e per questo anche più coinvolgente ed efficace.
(8 febbraio 2009)

Valutare gli insegnanti e le scuole

Premiare gli insegnanti più bravi e dare più finanziamenti alle scuole migliori è facile a dirsi ma complicato, molto complicato a farsi.
Oltre che costoso: in media dai 31 agli 81 milioni di euro l’anno, tanto ci vuole a mettere in piedi un sistema di rating efficiente.
A stilare il piano di fattibilità della valutazione scolastica è stata una commissione di esperti, incaricata dall’Invalsi, l’ente nazionale per la valutazione.
Che nel giro di qualche settimana dovrà prospettarne i risultati al ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini.
Una proposta per rendere finalmente operativa la differenziazione dei salari per il personale e quella finanziaria per gli istituti scolastici, a cui hanno inutilmente lavorato in passato altri ministri a viale Trastevere.
Tre gli artefici della proposta- tutti accademici- che ha l’ambizione di essere bipartisan: Daniele Checchi, Giorgio Vittadini e Andrea Ichino, fratello del giuslavorista Pietro.
Questi, senatore del Pd e ordinario di diritto del lavoro all’università di Milano, ha collaborato alla definizione dell’autorità di vigilanza per l’efficienza del lavoro pubblico e all’individuazione degli indici di produttività per i dipendenti pubblici previsti dalla riforma Brunetta.
Indici a cui ricorre anche Andrea Ichino (docente all’università di Bologna), per dare concretezza alla misurazione dell’efficacia del sistema scolastico.
Si parte dalla misurazione dell’apprendimento degli studenti di seconda e quinta elementare, terza media e ultimo anno delle superiori, attraverso prove standardizzate somministrate da valutatori esterni alla scuola.
Attesa l’inaffidabilità dei docenti interni, portati ad aiutare i propri ragazzi, sostengono i tre esperti.
Le risposte potranno essere chiuse o aperte e corrette meccanicamente oppure da commissari esterni (prof di altre regioni, studenti universitari).
Variabili, queste, che fanno oscillare i costi dai 31 agli 81 milioni di euro l’anno.
Nel caso della terza media e dell’ultimo anno delle superiori, le prove dovranno essere somministrate ad aprile, dovranno essere rilevanti ai fini dell’esame di stato e utilizzabili per l’ammissione ai livelli successivi.
Uno dei pilastri della proposta è l’anagrafe scolastica nazionale che «segua nel tempo tutti gli studenti consentendo di abbinare la loro performance alle caratteristiche delle scuole frequentate e degli insegnanti incontrati, nonché a dati di fonte amministrativa sulle caratteristiche demografiche ed economiche delle loro famiglie».
Il punteggio attribuito allo studente dovrà separare così quello che nel rendimento è attribuibile alla scuola e ai suoi insegnanti, al contesto socio-economico e al singolo studente.
Al miglioramento dei risultati, seguiranno incrementi stipendiali per gli insegnanti.
Ma visto che il lavoro del docente è di gruppo, la soluzione indicata dalla commissione è quella inglese: ovvero finanziare di più le scuole con indici più alti perché queste poi possano pagare meglio i propri insegnanti.
Ma le scuole, per poter davvero rispondere dei propri risultati, devono poter avere voce in capitolo anche in materia di reclutamento.
E qui la riforma comincia a farsi difficile.
da ItaliaOggi