PASQUA DI RISURREZIONE

Prima lettura: Atti 10,34a.37-43

 

   In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.  E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

 

  • Il brano di oggi inizia con le prime parole del versetto 34 del capitolo 10 e continua col versetto 37 fino al 43, togliendo le parole di Pietro dal loro contesto.

Pietro sta parlando a Cornelio ai suoi congiunti e amici intimi (At 10,24), che lo avevano mandato a chiamare, per ispirazione divina. Pietro risponde prontamente all’invito, perché, per grazia divina, ha capito che i disegni di Dio sulle persone non corrispondono agli schemi umani e che «chi teme e pratica la giustizia è a lui accetto» (At 10,35).

Si tratta quindi di un discorso a dei pagani, ai quali viene annunciato il Cristo morto e risorto, nucleo essenziale della predicazione apostolica.

La missione di Gesù comincia a partire dal battesimo di Giovanni ed è compiuta in Giudea a partire dalla Galilea. L’autore degli Atti pone la Galilea come una regione della Giudea, che viene intesa come tutto il territorio abitato dagli ebrei. Politicamente Galilea e Giudea erano separate, pur facendo parte entrambe della provincia romana.

Dio è protagonista della vicenda di Gesù. Dio stesso ha consacrato (echrisen) in Spirito Santo Gesù (At 10,38 cf. Is 61,l; Mt 3,16; Lc 4,18). La parola greca «consacrare» richiama l’appellativo «Cristo» unto, messia in ebraico.

La potenza dello Spirito conferito da Dio fa sì che Gesù passi «beneficando e risanando» (At 10,38). Più che le parole di Gesù importano i suoi gesti, che rivelano che Dio è con lui. Gli apostoli e i discepoli, che devono annunciare Gesù morto e risorto, sono investiti del dovere della testimonianza «di tutte le cose da lui compiute» (At 10,39).

«Essi lo uccisero, appendendolo alla croce». La versione usata dalla liturgia sembra dare per scontato che gli uccisori di Gesù sono stati i giudei, mentre i responsabili ultimi della sua morte erano i capi romani, i soli che potevano comminare la pena di morte, come Cornelio, che era un centurione romano, ben sapeva. E i Romani non avevano nessuna intenzione di derogare alle loro prerogative o il loro potere; essi avevano tutta la forza per decidere anche contro il parere dei giudei. Per amore di quieto vivere e per una certa intelligenza politica, essi cercavano la collaborazione in loco; essi lasciavano una certa libertà al Sinedrio, a patto naturalmente che non fosse di intralcio, ma servisse da intermediario fra il potere e il popolo. È molto importante aver presente la reale situazione storica, per non ricadere anche involontariamente nell’assurda denuncia dei giudei «deicidi», denunciata apertamente come erronea dalla chiesa cattolica a partire dal concilio Vaticano II (cf. Nostra Aetate n. 4 e relativi documenti di applicazione della commissione pontificia per i rapporti religiosi con gli ebrei del Segretariato per l’unità dei cristiani — ora consiglio pontificio — Orientamentie sussidi).

Dio ha risuscitato Gesù il terzo giorno ed è sua volontà che non apparisse a tutto il popolo, ma solo ad alcuni testimoni particolari, da lui stesso scelti (At 10,41). A questi pochi è stato concesso di mangiare e bere con lui, dopo la risurrezione dei morti. Essi e coloro che credono sulla loro parola formano la catena della tradizione e, di generazione in generazione, predicano la sua risurrezione. «Vi ho trasmesso, quello che ho ricevuto, dice Paolo, che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, e che fu sepolto, e fu risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e poi ai dodici… (1 Cor 15,3,5).

Gesù è costituito, grazie alla sua risurrezione e glorificazione, «giudee dei vivi e dei morti». Coloro a cui egli è apparso dopo la risurrezione hanno il dovere di predicarlo. A questo annuncio si riallaccia la predicazione della conversione (cf. Mc 1,15) a cui sono invitati coloro che crederanno nel suo nome e che in suo nome riceveranno per dono di Dio la remissione dei peccati.

«A lui tutti i profeti danno questa testimonianza» (At 20,43): si fa un breve accenno all’argomento della testimonianza profetica, che però non viene svolto, trattandosi di un uditorio pagano. Tuttavia è sintomatico che non venga omessa del tutto la menzione della continuità tra l’Antico Testamento e il Nuovo, assicurata dalle predizioni profetiche» (CARLO MARIA MARTINI, Nuovissima versione della Bibbia, 37, edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 199510 174, n. 17).

 

Seconda lettura: Colossesi 3,1-4

  Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.            

 

  • I versetti che leggiamo oggi danno inizio alla parte parenetica della lettera. I cristiani col battesimo (Col 2,11-13,20) sono «risorti con Cristo», sono rinati a vita nuova, devono quindi vivere secondo questa nuova situazione.

«Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù» (Col 3,1). Queste cose sono le virtù contrarie ai vizi, che vengono enumerati dopo (Col 3,5-6.9). I cristiani, infatti, sono già risorti col Cristo e sono là dove egli è, ma in modo nascosto; la loro gloria, come quella del Cristo si manifesterà nel giorno della rivelazione definitiva. Per ora vale l’esortazione a manifestare questa gloria attraverso una vita di rettitudine e di carità (Col 3,12-14).

 

Vangelo: Giovanni 20,1-9

 

   Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.  Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.  Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.  Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

 

Esegesi 

Gli evangelisti sinottici parlano delle donne che si recano al sepolcro di buon mattino per compiere i riti sul cadavere di Gesù; Giovanni incentra l’attenzione su una donna particolare: Maria di Magdala. Ella trova la pietra rimossa e ne deduce che il corpo è stato trafugato e corre ad avvertire Pietro e il discepolo prediletto, che la tradizione identifica con l’evangelista Giovanni.

Questi si portano immediatamente al sepolcro, al quale giunge per primo il discepolo più giovane. Egli da uno sguardo fugace all’interno, vede le bende abbandonate, ma, per deferenza verso il più anziano, non entra e lo aspetta sulla soglia. Pietro entra nella cella mortuaria e vede le bende e il sudario «avvolto» a parte. Il vangelo di Giovanni non parla delle sue reazioni. Luca (24,12) dice che tornò indietro pieno di stupore (thaumazo in greco, verbo che indica grande perplessità).

«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,8). Che cosa vide? non è il vedere di Tommaso (Gv 21,29), ma il vedere interiore. Egli di fronte al sepolcro vuoto non pensa, come la Maddalena, che hanno trafugato il cadavere o non sospende il giudizio come Pietro, ma crede sulla Parola di Gesù, a sua volta fondata sulla tradizione delle Scritture ebraiche. Il frutto della comprensione delle Scritture è il credere; non, però, un frutto «automatico», ma dono dello Spirito, che raggiunge le persone in modo misterioso ed è accolto da ciascuno in maniera diversa. Anche la Maddalena e Pietro avevano avuto comunanza con Gesù e conoscevano le Scritture, ma a loro non basta ancora per credere dinanzi al sepolcro vuoto. Essi «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9).

 

L’immagine della domenica

 

«Amare è dire:

tu non morirai!».

(Gabriel Marcel)

 

Meditazione

Siamo arrivati alla Pasqua dopo aver seguito Gesù nei suoi ultimi giorni di vita. Domenica scorsa abbiamo agitato con gioia i rami di ulivo per accoglierlo mentre entrava in Gerusalemme. Lo abbiamo poi seguito negli ultimi tre giorni: ci ha accolti al cenacolo, con un desiderio struggente di amicizia, tanto da abbassarsi sino a lavare i piedi e donarsi come pane ‘spezzato’ e sangue ‘versato’. E poi ci ha voluti accanto a sé nell’orto degli Ulivi, quando la tristezza e l’angoscia gli opprimevano il cuore tanto da farlo sudare sangue. Il bisogno di amicizia fattosi ancora più prepotente non fu capito; i tre discepoli più vicini a Gesù, prima si addormentarono e, poi, assieme a tutti gli altri, lo abbandonarono. Il giorno dopo lo troviamo in croce, solo e nudo; le guardie lo avevano spogliato della tunica; in verità lui stesso si era già spogliato della vita. Davvero ha dato tutto se stesso per la nostra salvezza. Il sabato è stato triste; un giorno vuoto per noi, ma pieno di gioia per coloro che aspettavano di essere salvati nel regno della morte. Gesù, che è morto donando la vita, ha continuato a donarla «scendendo agli inferi», ossia nel punto più basso possibile: ha voluto portare sino al limite estremo la sua solidarietà con gli uomini, fino ad Adamo, come ci ricorda la grande tradizione della Chiesa di Oriente.

Il Vangelo di Pasqua parte proprio da questo estremo limite, dalla notte buia. Scrive l’evangelista Giovanni che «era ancora buio» quando Maria di Magdala si recò al sepolcro. Era buio fuori, ma soprattutto dentro il cuore di quella donna (come nel cuore di chiunque altro amava quel Maestro che «aveva fatto bene ogni cosa»); il buio per la perdita dell’unico che l’aveva capita: non solo le aveva detto cosa aveva nel cuore, soprattutto l’aveva liberata da ciò che l’opprimeva più di ogni altra cosa (scrive Luca che era stata liberata da sette demoni). Con il cuore triste Maria si recava al sepolcro. Forse ricordava gli anni, pochi ma intensi, passati con Gesù. L’amicizia è sempre prendente; si potrebbe dire che non si può seguire Gesù da lontano, come ha fatto Pietro in questi giorni. Arriva il momento della resa dei conti e quindi della scelta di un rapporto definitivo. L’amicizia di Gesù è di quella specie che porta a considerare gli altri più di se stessi: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 12). Maria di Magdala lo constata di persona quel mattino, quand’è ancora buio. Il suo amico è morto perché ha voluto bene a lei e a tutti i discepoli, Giuda compreso.

Appena giunta al sepolcro ella vede che la pietra posta sull’ingresso, una lastra pesante come ogni morte e ogni distacco, è stata ribaltata. Neppure entra. Corre subito da Pietro e da Giovanni: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro!», grida, trafelata. Neanche da morto, pensa, lo vogliono. E aggiunge con tristezza: «Non sappiamo dove l’abbiano posto». La tristezza di Maria per la perdita del Signore, anche solo del suo corpo morto, è uno schiaffo alla nostra freddezza e alla nostra dimenticanza di Gesù vivo. Oggi, questa donna è un alto esempio per tutti i credenti, per ciascuno di noi. Solo con i suoi sentimenti nel cuore è possibile incontrare il Signore risorto. È lei e la sua disperazione, infatti, che muovono Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava. Essi corrono immediatamente verso il sepolcro vuoto; dopo aver iniziato assieme a seguire il Signore durante la passione, sebbene da lontano (Gv 18, 15-16), ora si trovano a «correre entrambi», per non stargli lontano. È una corsa che esprime bene l’ansia di ogni discepolo, direi di ogni comunità, della Chiesa tutt’intera che cerca il Signore. Anche noi dobbiamo correre verso il sepolcro, ormai vuoto. La nostra andatu­ra non deve essere lenta, appesantita dall’amore per noi stessi, dalla paura di scivolare e di perdere qualcosa di nostro, dal timore di dover abbandonare abitudini ormai sterili, dalla pigrizia di un realismo triste che non fa sperare più nulla, dalla rassegnazione di fronte alla guerra e alla violenza che sembrano inesorabili. Bisogna riprovare a correre, lasciare quel cenacolo dalle porte chiuse e andare verso il Signore. Sì, la Pasqua è anche fretta. Giunse per primo alla tomba il discepolo dell’amore: l’amore fa correre più veloci. Ma anche il passo più lento di Pietro lo portò sulla soglia della tomba; ed ambedue entrarono. Pietro per primo, osservò un ordine perfetto: le bende stavano al loro posto come svuotate del corpo di Gesù e il sudario «avvolto in un luogo a parte». Non c’era stata né manomissione né trafugamento: Gesù si era come liberato da solo. Non era stato necessario sciogliere le bende come per Lazzaro. Le bende erano lì, come svuotate. Anche l’altro discepolo entrò e ‘vide’ la stessa scena: «Vide e credette», nota il Vangelo. Si erano trovati davanti ai segni della risurrezione e si lascia­rono toccare il cuore.

Fino ad allora infatti — prosegue l’evangelista — «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti». Questa è spesso la nostra vita: una vita senza resurrezione e senza Pasqua, rassegnata di fronte ai grandi dolori e ai drammi degli uomini, rinchiusa nella tristezza delle proprie abitudini e della propria rassegnazione. La Pasqua è venuta, la pietra pesante è stata rovesciata e il sepolcro si è aperto. Il Signore ha vinto la morte e vive per sempre. Non possiamo più starcene chiusi come se il Vangelo della resurrezione non ci sia stato comunicato. Il Vangelo è resurrezione, è rinascita a vita nuova. E va gridato sui tetti, va comunicato nei cuori perché si aprano al Signore. Questa Pasqua non può passare invano; non può essere un rito che più o meno stancamente si ripete uguale ogni anno; essa deve cambiare il cuore e la vita di ogni discepolo, di ogni comunità cristiana, del mondo intero. Si tratta di spalancare le porte al risorto che viene in mezzo a noi, come leggeremo nei giorni prossimi durante le apparizioni ai discepoli. Egli deposita nei cuori degli uomini il soffio della resurrezio­ne, l’energia della pace, la potenza dello Spirito che rinnova.

Scrive l’apostolo: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3, 3). La nostra vita è come coinvolta in Gesù risorto e resa partecipe della sua vittoria sulla morte e sul male. Assieme al risorto entrerà nei nostri cuori il mondo intero con le sue attese e i suoi dolori. Entrerà questo mondo d’inizio millennio ferito dalla guerra e da tanta violenza ma anche percorso da un grande ane­lito di pace. Potremmo dire che questo mondo ferito è presente nel corpo stesso di Gesù, nelle sue ferite che sono ancora presenti nel suo corpo. Egli le presenta a noi come le presentò ai discepoli, perché possiamo cooperare con lui alla nascita di un cielo nuovo e di una terra nuova, ove non c’è più né lutto né lacrima, né morte né tristezza perché Dio sarà tutto in tutti.

 

Preghiere e racconti

 

     Il sole di giustizia

Il sole di giustizia scomparso da tre giorni si leva oggi e illumina tutta la creazione: Cristo nella tomba da tre giorni ed esistente da prima dei secoli. È germogliato come una vigna e riempie di gioia tutta la terra abitata. Volgiamo i nostri occhi alla luce senza tramonto e lasciamoci riempire della gioia di questa luce. Le porte degli inferi sono spezzate da Cristo, i morti si levano come dal sonno; è risorto il Cristo, resurrezione dei morti, e ha destato Adamo. È risorto Cristo, resurrezione di tutti, e ha liberato Eva dalla maledizione. È risorto Cristo, la resurrezione, e ha trasfigurato in bellezza ciò che era privo di bellezza e di splendore. Il Signore si è risvegliato come dal sonno e ha confuso i suoi nemici calpestandoli sotto i piedi. Cristo è risorto e ha dato gioia a tutta la creazione; è risorto e la prigione degli inferi è stata svuotata; è risorto e ha trasformato il corruttibile in incorruttibile. Cristo è risorto e ha ristabilito Adamo nell’antica dignità dell’immortalità.

Chiunque è una nuova creatura in Cristo sia rinnovato dalla resurrezione. […] La chiesa che è in Cristo diventa oggi un cielo nuovo, cielo più bello di quello che vediamo. Non ha bisogno della luce di un sole che tramonta ogni sera, perché ha per luce quel Sole che il sole della terra ha temuto quando lo ha visto sospeso alla croce. Di questo sole il profeta ha detto: «Si leva il sole di giustizia per quelli che temono il Signore» (Ml 3,20).

(EPIFANIO DI CIPRO, Omelia sulla santa resurrezione di Cristo, PG 43,465A-C)

 

La corsa al sepolcro e la voce dell’angelo: «Non è qui»

Una tomba, una casa, il primo sole, e la corsa di donne e uomini come una spola lucente a tessere vita. Per prima è Maria di Magdala ad uscire di casa quando è ancora notte, buio nel cielo e buio nel cuore. Non ha niente tra le mani, solo il suo amore che si ribella alla morte di Gesù: «amare è dire: tu non morirai!» (G. Marcel). Il suo amore, che intona un nuovo Cantico dei Cantici in quell’alba: «Mi alzerò…farò il giro delle strade: “avete visto l’amore dell’anima mia?”» (Cantico 3,1-3). E poi il giardino, la corsa e le lacrime, il nome pronunciato come solo chi ti ama sa fare. Quell’uomo amato, che sapeva di cielo, che aveva spalancato per lei orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Tutto finito. Ma allora perché si reca al sepolcro? «Perché si avvicinò alla tomba, pur essendo una donna, mentre ebbero paura gli uomini? Perché lei gli apparteneva e il suo cuore era presso di lui. Dove era lui, era anche il cuore di lei. Perciò non aveva paura» (Meister Eckhart). E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Il sepolcro è spalancato, aperto come il guscio di un seme, vuoto e risplendente, nel fresco dell’alba. E nel giardino è primavera. Maria di Magdala corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo. Anche su di loro era rotolato un masso che li stava schiacciando. Il dolore a unghiate graffiava il cuore. Ma loro erano rimasti insieme, ecco la forza, il gruppo non si era dissolto: qualcosa, molto di Gesù perdurava tra loro come collante delle vite.

Insieme è molto di più della somma dei singoli: tu sei argine alle mie paure e riserva d’olio per la mia lampada, io sarò soffio di vento nelle tue vele e impulso per andare: uscirono allora, e correvano insieme tutti e due… Arrivano e vedono: manca un corpo alla contabilità della morte, manca un ucciso ai registri della violenza: il loro bilancio è in perdita. «Non è qui» dice un angelo alle donne. Che bella questa parola: «non è qui». Lui è, ma non qui. Lui è, ma va cercato fuori, altrove, è in giro per le strade, è il vivente, è un Dio da sorprendere nella vita. È dovunque, eccetto che fra le cose morte. Matura come un germoglio di luce nella notte, come un seme di fuoco nella storia. Vi precede in Galilea (Mt 28,7): è il primo della lunga carovana, cammina davanti, ad aprire la nostra immensa migrazione verso la vita. Davanti, a ricevere in faccia il vento, l’ingiuria, la morte, il sole, senza arretrare di un passo mai. E coloro che, come lui, non accettano che il mondo si perpetui così com’è, coloro che vogliono cieli nuovi e nuova terra, sanno che chi vive una vita come la sua ha in dono già la sua stessa vita indistruttibile.

(Ermes Ronchi)

 

Dov’è il Signore?

Al cuore delle letture del giorno di Pasqua vi è l’annuncio e l’esperienza della resurrezione. La scoperta della tomba vuota conduce Maria di Magdala a darne la notizia a Pietro e al discepolo amato: quest’ultimo, entrato nel sepolcro, “vide e credette”. È l’inizio della fede pasquale (vangelo). Da quel primo giorno della settimana la resurrezione di Gesù diviene evento di parola, diviene annuncio, anzi è la parola per eccellenza che la chiesa è chiamata ad annunciare e a testimoniare, come fa Pietro nel suo discorso riportato dagli Atti (I lettura). La resurrezione di Gesù coinvolge il credente facendo del battezzato un uomo partecipe del mistero pasquale e la cui vita è ormai nascosta con Cristo in Dio (II lettura). Dove cercare il Signore? Dov’è il Signore? Questa la domanda che le parole preoccupate di Maria di Magdala suscitano in noi: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto” (Gv 20,2). Qual è il luogo, il dove, del Signore? Maria è ancora “nel buio” (Gv 20,1), deve ancora avvenire il suo passaggio verso il chiarore della fede, verso la luce della visione chiara. Per ora la ricerca di Maria è a tentoni e – non ancora illuminata dalla fede – si risolve in una incomprensione dell’evento: Maria pensa a un trafugamento del cadavere. C’è una relazione affettiva, umana, umanissima con il Signore che non è sufficiente per cogliere l’interezza del mistero.

La fede non è riducibile a una pura dimensione affettiva. Il testo sottolinea l’importanza del vedere da parte dei personaggi che giungono alla tomba. Maria vede la pietra ribaltata dal sepolcro e corre da Pietro e dal discepolo amato; quest’ultimo, nella corsa insieme con Pietro, giunge per primo al sepolcro e vede le bende, ma non entra; Pietro entra nel sepolcro e vede con precisione tutto ciò che vi è: bende, sudario piegato e riposto in un luogo a parte. Ma anche questo sguardo constatativo, razionale, preciso, completo, non basta a cogliere il mistero. Solo il discepolo amato, dopo aver rispettosamente atteso Pietro e aver lasciato che per primo entrasse nel sepolcro chi godeva di un primato nel gruppo dei Dodici, “entrò … e vide e credette”. Il discepolo amato non vede alcun oggetto specifico: è l’assenza stessa che diviene per lui evocatrice di una Presenza. La sua visione è animata dall’intuizione spirituale che gli consente di iniziare un processo che giungerà alla pienezza della fede. Ma per il salto della fede, dunque per vedere la vita nel luogo della morte, occorre credere alla testimonianza delle Scritture (cf. Gv 20,9).

Di Gesù restano solo i segni del corpo morto e assente, sicché il sepolcro (mnemeîon in greco: lett. “memoriale”) è memoria immota, cimiteriale, morta. La Scrittura, che sempre è segno di un’assenza (lo scritto rimpiazza la presenza), è invece memoriale di un vivente e memoria vivificante: accostata al vuoto della tomba essa la riempie di una parola che è all’origine della resurrezione perché è la parola stessa del Dio della vita. Cercare colui che è assente, vedere colui che non è visibile, trovare colui che non ha un luogo identificabile: questi sono gli elementi che caratterizzano la ricerca del Signore anche oggi. L’assenza di Dio da motivo di lamento deve passare a condizione di ricerca. Da fuggire è la pretesa di sapere o di stabilire con certezza dove sia il Cristo, dove sia da cercare e dove no. Fuga da attuarsi in obbedienza alle parole di Gesù: “Se qualcuno vi dirà: ‘Ecco, il Cristo è qui, ecco è là’, non ci credete” (Mc 13,21). È un preciso invito alla non-fede che Gesù fa. Non-fede necessaria alla fede nel Risorto. E occorre non credere a chi vuole dare visibilità a Cristo dicendo: “Sono io” (Mc 13,5). “Non in modo osservabile” viene il Regno, e nessuno può dire “Eccolo qui, eccolo là” (Lc 17,21). Pretendere di individuare e circoscrivere il luogo del Risorto è operazione idolatrica, fatta dai manipolatori del religioso, che non sopportano l’insicurezza e la fatica della ricerca a cui obbliga il non est hic (“non è qui”: Mc 16,6).

(Luciano Manicardi)

 

Cantiamo: Alleluia!

Bisogna che «questo corpo corruttibile» – non un altro – «si rivesta di incorruttibilità, e questo corpo mortale» – non un altro – «si rivesta di immortalità. Allora s’avvererà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria». Cantiamo: Alleluia! «Allora si av-vererà la parola della Scrittura», parola di gente non più in lotta, ma in trionfo: «La morte è stata inghiottita nella vittoria». Cantiamo: Alleluia! «Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Cantiamo: Alleluia! (cfr. 1Cor 15,53-55). […] Cantiamo «Alleluia» anche adesso, sebbene in mezzo a pericoli e a prove che ci provengono sia dagli altri sia da noi stessi. Dice l’Apostolo: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze» (1Cor 10,13). Anche adesso, dunque, cantiamo «Alleluia». L’uomo resta ancora preda del peccato, ma Dio è fedele. E non si dice che Dio non permetterà che siate tentati, ma: «Non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze; al contrario, insieme con la tentazione, vi farà trovare una via d’uscita perché possiate reggere». Sei in balìa della tentazione, ma Dio ti farà trovare una via per uscirne e non perire nella tentazione. […]

Oh! Felice alleluia quello di lassù! Alleluia pronunciato in piena sicurezza, senza alcun avversario! Lassù non ci saranno nemici, non si temerà la perdita degli amici. Qui e lassù si cantano le lodi di Dio, ma qui da gente tribolata, là da gente libera da ogni turbamento; qui da gente che avanza verso la morte, lassù da gente viva per l’eternità; qui nella speranza, lassù nella realtà; qui in via, lassù in patria. Cantiamo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere la gioia del riposo, ma per procurarci un sollievo nella fatica. Come sogliono cantare i viandanti, canta ma cammina; cantando consolati della fatica, ma non amare la pigrizia. Canta e cammina! Cosa vuol dire: cammina? Avanza, avanza nel bene, nella retta fede, in una vita buona.

(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 256,2-3, NBA XXXII/2, pp. 816-818).

 

Imparare a riconoscere Gesù

Qualche volta noi ci crogioliamo un po’, ci lamentiamo col Signore, che non si manifesta in maniera chiara, che non ci dice come fare. Adagio adagio, però, si capisce che il Signore vuole che noi cerchiamo, che cresciamo in questa ricerca. Noi diventiamo veri ricercatori di Dio cercando la sua volontà, cercandola in questa Chiesa, in questo mondo, in questa società, in queste situazioni difficili, crescendo nel dialogo, nella pazienza, nella sopportazione, nell’ascolto.

Così cresciamo. Se no saremmo degli automi; se ogni mattina ci risvegliassimo col programma già fatto da Dio, allora non ci sarebbe più problema. Invece siamo degli operatori attivi e cresciamo responsabilmente nel Regno di Dio, ricercando umilmente la sua volontà e purificandoci in questa ricerca. Ciò vale anche per la ricerca di Dio in se stesso, che è crescita purificante, faticosa, e se molti arrivano a non credere in Dio, non è perché abbiano più o meno argomenti di noi, ma perché si sono stancati di cercarlo, cioè hanno finito di fare il vero mestiere di uomo che è mettersi di fronte alla verità.

(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 57-58).

 

Pasqua è…

Credere che anche i ladroni possono andare in Paradiso. Dico ladroni perché mi pare che aggiungere “buoni” sia pleonastico.

È credere che in tre giorni possono accadere cose che non sono accadute in trenta secoli.

È credere che i soldi non comprano mai nessuno e se  lo comprano è per distruggerlo.

È credere che anche gli amici veri possono tradire altri amici veri. La causa: troppa sicurezza nel reputarsi “veri”.

È accettare di iscrivere il dolore dentro la storia della nostra vita, accettarlo come compagno. C’è un dolore che annulla l’uomo e c’è un dolore che annulla gli errori dell’uomo.

È uscire dalla metropoli e percorrere i sentieri oltre le mura: sentieri di silenzio, faticosi, scoscesi, puliti, stretti.

È credersi Giuda e Pietro, cireneo e soldato, Pilato e Maddalena, sepolcro e giardino, terremoto e sindone, legno e sangue, mors e alleluja.

È smettere di farsi parola per incominciare a farsi pane, vino, mensa, cenacolo, fuoco, amore.

È incontrarsi con il giardiniere e scoprirlo Cristo; incontrarsi con un viandante e scoprirlo Cristo; incontrarsi con i vecchi compagni e scoprirli Cristo; incontrarsi con i pescatori e …mangiare con Cristo.

È asciugarsi il volto pieno di lacrime e …meravigliarsi che dalle lacrime possano nascere …le risurrezioni.

(Antonio Mazzi).

 

Andate presto, andate a dire…

Voi che l’avete intuito per grazia

correte su tutte le piazze

a svelare il grande segreto di Dio.

Andate a dire che la notte è passata.

Andate a dire che per tutto c’è un senso.

Andate a dire che l’inverno è fecondo.

Andate a dire che il sangue è un lavacro.

Andate a dire che il pianto è rugiada.

Andate a dire che ogni stilla è una stella.

Andate a dire: le piaghe risanano.

Andate a dire: per aspera ad astra.

Andate a dire: per crucem ad lucem.

Voi, che lo avete intuito per grazia,

correte di porta in porta

a svelare il grande segreto di Dio.

Andate a dire che il deserto fiorisce.

Andate a dire che l’Amore ha ormai vinto.

Andate a dire che la gioia non è sogno.

Andate a dire che la festa è già pronta.

Andate a dire che il bello è anche vero.

Andate a dire che è a portata di mano.

Andate a dire che è qui, Pasqua nostra.

Andate a dire che la storia ha uno sbocco.

Andate a dire: liberate, lottate.

Andate a dire che ogni impegno è un culto.

Voi, che lo avete intuito per grazia,

correte, correte per tutta la terra

a svelare il grande segreto di Dio.

Andate a dire che ogni croce è un trono.

Andate a dire che ogni tomba è una culla.

Andate a dire che il dolore è salvezza.

Andate a dire che il povero è in testa.

Andate a dire che il mondo ha un futuro.

Andate a dire che il cosmo è un tempio.

Andate a dire che ogni bimbo sorride.

Andate a dire che è possibile l’uomo.

Andate a dire, voi tribolati.

Andate a dire, voi torturati.

Andate a dire, voi ammalati.

Andate a dire, voi perseguitati.

Andate a dire, voi prostrati.

Andate a dire, voi disperati.

Andate a dire, comunque sofferenti.

Andate a dire, offerenti-sorridenti.

Andate a dire su tutte le piazze.

Andate a dire di porta in porta.

Andate a dire in fondo alle strade.

Andate a dire per tutta la terra.

Andate a dire gridandolo agli astri.

Andate a dire che la gioia ha un volto.

Proprio quello sfigurato dalla morte.

Proprio quello trasfigurato nella Pasqua.

Oggi, proprio ora, qui andate a dire.

Andate a dire.

Ed è subito pace.

Perché è subito Pasqua.

(Sabino Palumbieri, Via Paschalis, Elledici, 2000, pp. 28-29)

 

Quelli che fanno suonare le campane

Qualche mese fa, concludendo la visita pastorale in una parrocchia della mia diocesi, l’ultimo giorno andai in una scuola materna. C’erano tantissimi bambini di tre o quattro anni che si affollavano stupiti intorno a me: non mi conoscevano, mi vedevano come un personaggio esotico. La maestra chiese: “Bambini, sapete chi è il vescovo?”. Tutti diedero delle risposte. Uno disse: “E’ quello che porta il cappello lungo in testa”; un altro, chissà per quale associazione di immagini, disse una cosa bellissima che a me piacque tanto: “il Vescovo è quello che fa suonare le campane”. Forse mi aveva visto in processione, al suo paese, in qualche festa accompagnata dal tripudio delle campane. Il vescovo come colui che fa suonare le campane: è una definizione bellissima, forse poco teologica ma profondamente umana. Sarebbe bello che i vostri fedeli, i vostri amici, coloro che vi conoscono, potessero dare di voi una definizione così. Sarebbe bello che la gente dicesse di tutti noi che siamo “quelli che fanno suonare le campane”: le campane della gioia di Pasqua, le campane della speranza.

(Don Tonino Bello, Parabole e metafore).

 

I macigni rotolati

Ricorrerò alla suggestione del macigno che la mattina di Pasqua le donne, giunte nell’orto, videro rimosso dal sepolcro. Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme, messa all’imboccatura dell’anima, che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo, che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro. E’ il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato. Siamo tombe alienate. Ognuna col suo sigillo di morte. Pasqua, allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l’inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi, e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo del terremoto che contrassegnò la prima Pasqua di cristo. Pasqua è la festa dei macigni rotolati. E’ la festa del terremoto.

(Don Tonino Bello, Parabole e metafore).

 

L’affidamento dell’uomo a Dio

Nella Pasqua Gesù, da un lato, rivela il mistero dell’amore di Dio per l’uomo; dall’altro, celebra e attua nel modo umanamente più perfetto l’amore, l’obbedienza, l’affidamento dell’uomo a Dio. L’aspetto singolare, eccezionale, unico del sacrificio pasquale è che la rivelazione e la celebrazione – attuazione sono una sola cosa, così come nell’essere di Gesù, Dio e l’uomo, pur rimanendo distinti, diventano una sola cosa.

La Pasqua di Gesù, proprio perché è quella manifestazione-celebrazione dell’amore di Dio ora descritta, tende a raggiungere ogni uomo, sia per manifestargli l’amore di Dio, per annunciargli che il suo peccato è perdonato, per dargli speranza di vita e di gioia oltre la sofferenza e la morte, sia per attrarre ogni uomo nello stesso movimento di celebrazione del mistero, di adorazione di Dio, di conformazione alla volontà del Padre che ha animato tutta la vita di Gesù suggellata nella Pasqua.

L’eucaristia è appunto la modalità istituita da Gesù nell’ultima cena per attuare questa intrinseca intenzione salvifica della Pasqua.

(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, vol. II: Dalla croce alla gloria, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007, 91-94).

 

Questo giorno fatto dal Signore penetra tutte le cose

In questo giorno, per opera della risurrezione di Cristo gli inferi aperti restituiscono i morti, la terra rinnovata fa germogliare risorti, il cielo dischiuso accoglie chi sale. Il ladrone sale in paradiso (cfr. Lc 23,43), i corpi dei santi entrano nella città santa (cfr. Mt 27,53), i morti ritornano tra i vivi (cfr. Mt 27,52) e in certo senso tutti gli elementi alla risurrezione di Cristo progrediscono e si innalzano. Gli inferi rinviano in alto quanti racchiudono, la terra invia al cielo quelli che li ha sepolti, il cielo presenta al Signore quelli che accoglie e, con una sola operazione, la passione del Salvatore innalza dal profondo, solleva dalla terra e colloca nell’alto dei cieli. La risurrezione di Cristo è infatti vita per i morti, perdono per i peccatori, gloria per i santi. Il santo David invita dunque ogni creatura a festeggiare la risurrezione di Cristo, poiché dice che bisogna esultare in questo giorno fatto dal Signore e rallegrarsi [Sal 117 (118) ,24]. […] Questo giorno fatto dal Signore penetra tutte le cose, contiene il cielo, abbraccia la terra e gli inferi. La luce di Cristo infatti non è fermata da pareti, non è divisa da elementi, non è oscurata dalle tenebre. La luce di Cristo, voglio dire, è giorno senza notte, giorno senza fine, splende in ogni luogo, si irradia ovunque, non viene meno in alcun luogo. Che questo giorno sia Cristo lo dice l’Apostolo: «La notte è avanzata, il giorno è vicino» (Rm 13,12). La notte è avanzata, è detto e non si dice che segue il giorno; questo affinché tu capisca che al sopraggiungere della luce di Cristo le tenebre del Divisore sono messe in fuga e non giunge l’oscurità dei peccati e un perenne splendore scaccia le nebbie del passato, arresta il male che cerca di farsi spazio. La Scrittura attesta che questo giorno, cioè il Cristo, illumina cielo, terra e gli inferi. Che risplenda sopra la terra lo dice Giovanni: «Era la vera luce, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,9). Che risplenda negli inferi, lo dice il profeta: «Una luce è sorta per quelli che sedevano nell’ombra di morte» (Is 9,2). Che questo giorno duri in eterno nei cieli, lo dice David: «Stabilirò per sempre la sua discendenza e il suo trono come i giorni del cielo» [Sal 88 (89),30].

(MASSIMO DI TORINO, Discorsi 53,1-2, Scrittori dell’area santambrosiana, pp. 250-252).

 

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

– E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Anno B, Milano, Vita e Pensiero, 2008.

– COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia, Milano, Vita e Pensiero, 2011.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.

 

PER L’APPROFONDIMENTO:

PASQUA DI RISURREZIONE (B)