Auguriamo buone vacanze ai nostri lettori

La Redazione augura a tutti i suoi lettori un periodo di sano riposo ricco di esperienze vivificanti e interessanti.

Le pubblicazioni riprenderanno da settembre pv.

 

Condividiamo un video promozionale del volume “Fare catechesi in Italia”:

Don Angel Fernandez Artime. Rettor Maggiore dei Salesiani. Gran cancelliere dell’Università Pontificia Salesiana. Nominato Cardinale da Sua Santità papa Francesco

 

 

Martini, la parola e il dolore

Fa freddo a Gallarate. È l’inizio di febbraio (del 2011 ndr).

I raggi taglienti di un sole che non riscalda filtrano attraverso i rami dei grandi pini che circondano la casa dei gesuiti.
Torno all’Aloisianum a quasi tre anni dall’ultimo incontro con il cardinale. L’emozione che provo è un misto di gioia per la possibilità di rivederlo e apprensione per le sue attuali condizioni. Sono accompagnato da un amico sacerdote che viene spesso qui. Per quanto è possibile mi ha preparato, ma chi incontrerò veramente oggi? Prima l’ascensore, poi un corridoio lungo e largo.
L’appartamento del cardinale è in fondo. (…)
Martini è seduto su una poltrona bianca, accanto a una finestra luminosa. Mi accoglie con un sorriso dolce. Gli occhi gli brillano. Il Parkinson, senza pietà, sta facendo il suo corso, e la voce ne è rimasta vittima, caduta sul fronte di questa battaglia che non si può vincere. Ma la luce degli occhi, quella, non l’ha potuta spegnere. Ed è una luce nuova, rispetto a come la ricordavo. Perché ha guadagnato un che di fanciullesco. Il lettore deve saperlo.
ra poco, riferendo i concetti espressi dal cardinale durante il nostro incontro, le parole saranno stampate come tutte le altre. Ma se il modo di imprimere le lettere sulla carta lo consentisse, bisognerebbe usare un carattere leggero come l’aria, tenue come una brezza. Ci vorrebbe qualcosa di impalpabile, e vorrei che tutti, leggendo, ne fossero consapevoli.
L’atmosfera è speciale. La malattia, specie quando colpisce un vecchio, spesso crea negli altri un senso di rifiuto e voglia di fuggire. Invece qui sto bene in compagnia del cardinale. Si avverte l’intima gioia che lui ricava dall’arrivo dell’ospite. Una gioia che si manifesta attraverso la curiosità. Tante le sue domande, e al primo posto, come sempre, ce n’è una: vuole subito sapere come sta la mia grande famiglia.
Non è solo, il cardinale. Persone premurose e competenti lo circondano e lo assistono. Con amore e, direi, con devozione. Anche per questo, nonostante la crudeltà di una malattia che avanza ogni giorno di più, qui non regna la tristezza, ma la serenità.
Per forza di cose il dialogo è fatto di poche parole, e ognuna è come una pepita strappata alla roccia di un morbo spietato che ingabbia la persona e la rende prigioniera del suo stesso corpo. Ma  forse, pensandoci, più che un blocco questo è un dono. Il limite diventa risorsa.
Si va all’essenziale, ci vuole tanta attenzione reciproca. I sintomi sono molto simili a quelli che afflissero Giovanni Paolo II. Ricordate la sua impossibilità di parlare? Mi sorprendo a pensare che  il buon Dio, attraverso i suoi disegni misteriosi, potrebbe aver deciso una volta ancora di incidere proprio così, come su papa Wojtyla, sull’uomo che ho di fronte, quest’uomo, questo vescovo, che per tutta la vita si è legato alla parola, soprattutto alla parola divina, indagandola senza tregua.
Non so da dove incominciare. Fosse per me, sinceramente, starei in silenzio, ma vorrei anche che questo incontro potesse diventare un regalo, per quanto piccolo, ai tanti che vogliono bene al cardinale. E allora decido di partire da un punto che potrebbe sembrare lontanissimo da lui. Rivolto a questo grande vescovo, parto da una piccola donna, Madre Teresa di Calcutta, e da una sua rivelazione.
Mi riferisco a quando la santa disse che per lunghi anni sperimentò, in un periodo della sua vita, la terribile esperienza del buio interiore, dell’assenza di Dio. Faceva le cose di sempre, si comportava come al solito, assisteva i moribondi, viaggiava, parlava in pubblico, ma dentro di lei c’era quel vuoto. Ecco: vorrei sapere se anche il grande biblista e arcivescovo Carlo Maria  Martini ha mai fatto un’esperienza simile.
Prima parlano gli occhi, poi, in un sussurro, arriva la risposta. «Sì, è stato alla fine degli anni Settanta, tra la fine dell’incarico di rettore all’Università Gregoriana e l’inizio del mandato episcopale a Milano. Consideravo tutte le cose come fatte dagli uomini e non provenienti da Dio, ma non avvertivo alcun dolore, e proprio la mancanza di dolore era la prova del vuoto. Ci sono passato».
Chiedo: come vive ora questa fase della sua storia personale? «In questa parte della mia vita non sento l’assenza di Dio. Anzi. Si possono fare tante cose anche nelle mie condizioni. Mi sento al centro della mia vecchia diocesi, al centro degli affetti e dell’attenzione di tanti. Ricevo moltissime visite, e poi lettere. Mi trovo nel cuore di una grande rete di rapporti».
Un sorso d’acqua, un breve intervallo per riprendere respiro. E come vede da qui, dal centro di questa rete, la Chiesa cattolica dei nostri tempi? La risposta arriva ancora una volta tanto flebile come suono quanto netta e sicura come contenuto: «La vedo forte nei suoi ministri, debole nelle sue strutture. Poco capace di servire le esigenze del mondo di oggi».
Perché? Da dove nasce questa debolezza? «In parte da una umanità poco sensibile sotto il profilo pastorale, in parte dal fatto che la Chiesa pensa troppo in termini politici. Pensa a come vincere, e dedicandosi a questo perde la capacità profetica. Inoltre la dottrina cattolica andrebbe vista, e spiegata, come qualcosa di gioioso, non come minaccia e paura. Faccio l’esempio del problema della  comunione ai divorziati risposati, perché tanti mi scrivono in proposito. Ci vorrebbe spirito di apertura».
E come vede la condizione del sacerdote, oggi? «Nel trattare con la gente i preti sono bravi, però spesso sono appesantiti e scoraggiati». Che cosa li potrebbe aiutare? «Un legame profondo con la parola di Dio. Perché Dio suscita energie, rallegra, dà entusiasmo».
Il lettore ricordi: queste parole, pensate lucidamente, escono a fatica perché la malattia ha colpito la voce. È chiaro quindi che sto abusando della disponibilità del cardinale. Le persone che lo  assistono sono troppo cortesi per dirmelo, ma so che Martini è stanco.
Continuo? Posso? Gli occhi azzurri dicono di sì. E allora immaginiamo di rivolgerci a un giovane d’oggi, a un ventenne che si ritiene ateo. Come parlargli di Dio? «Con l’esempio di una vita cristiana. Occorre portarlo a meditare su ciò che non è vero. Lui pensa di avere chiarezza dentro di sé, ma non ce l’ha. E poi sono importanti le amicizie, per tenere deste le domande. Troppo spesso i giovani sono svogliati e inappetenti».
Eminenza, mi deve perdonare. Ancora una curiosità. Che cosa provò quando i terroristi la chiamarono e le consegnarono le armi? Ebbe paura? «No, nessuna paura. Quando portarono le borse con le armi chiamai il prefetto. Arrivò e io dissi: bene, apriamo le borse. Lui restò inorridito ed esclamò: per carità, non tocchiamo niente! Una situazione curiosa. Temo che un po’ di paura l’ebbe invece il mio segretario di allora, don Paolo Cortesi».
Eminenza, mi dica: qual è stata la sua più grande gioia, nel corso della vita? E, se c’è, un rimpianto…«La più grande gioia? I ventidue anni di episcopato a Milano. Un rimpianto? Essere stato pigro, negligente e svogliato nei contatti umani e nelle situazioni più difficili».
Le persone che assistono al nostro dialogo sorridono. Dicono che il cronista sembra diventato il confessore e il cardinale il penitente. Mi accorgo che sul pavimento c’è un bel pallone. È un regalo per il cardinale da parte dell’amico prete che mi ha accompagnato qui (…). «Lo usiamo» mi spiega «anche un po’ a scopo terapeutico, per aiutare padre Martini a rispondere alle sollecitazioni agli  arti inferiori e mantenere i riflessi pronti». Chi l’avrebbe mai detto? Nella casa del biblista Martini (…)  un pallone da calcio (…).
Mi rendo conto che non ho mai chiesto al cardinale se ha una squadra del cuore. Lo faccio ora e scopro che non solo non è la mia, ma è anche un’acerrima nemica dei colori della mia passione calcistica. Dopo tutto, nessuno è perfetto! (…)

 

in “Europa” del 15 settembre 2011

 

 

Don Alberto dell’Acqua, Sacerdote fidei donum a Djamboutou, Camerun, ha preparato con i giovani della sua parrocchia un questionario per il Card. Martini, sulla scia delle domande presentate da giovani europei nel libro “Conversazioni notturne di Gerusalemme“.

Il card. Martini ha risposto affettuosamente e brevemente.

Ecco, in esclusiva su questo blog il testo della “conversazione”.

Carissimo don Alberto,
Solo ora posso prendere in mano le tue domande. Non è che abbia molto da fare, ma la mia capacità di lavoro è molto limitata e quindi ci metto molto tempo a fare le cose. Ma ho pensato spesso a voi e mi congratulo con i giovani per le loro domande. Cercherò di rispondere tenendo presente l’ordine con cui tu le proponi.

Domande che riguardano la sua vita e la sua vocazione

1. Perché ha scelto la strada del sacerdozio?
Ho scelto la strada del sacerdozio per donarmi tutto a Dio, che intuii fin dai dieci – undici anni come persona a cui si poteva e si doveva consacrare l’intera esistenza.

2. Le è capitato qualche volta di pentirsi di aver seguito Gesù?
Non mi sono mai pentito di aver seguito Gesù,ma mi sono sempre più rallegrato di lui. Non che mi siano mancate le prove e le difficoltà, ma quanto alla mia decisione fondamentale mi pare oggi la stessa con cui sceglievo settanta anni fa.

3. Riesce a rispettare i 10 comandamenti (n.d.r. in particolare: 6°, 7°, ’8°, 9° e 10°: i peccati più confessati qui)? Se sì, come fa?
Mi pare di sforzarmi di rispettare i 10 comandamenti. Il segreto è fidarsi di Dio e abbandonarsi a Lui.

4. Le è già capitato di avere una rivelazione/apparizione/sogno (n.d.r. al sogno e alla sua interpretazione la gente qui dà spesso una grande importanza e quasi sempre ne ha paura) durante la preghiera? Crede nelle persone che dicono di averne avute?
Non mi ricordo mi sia mai capitato di avere rivelazioni o simili. Rispetto le persone che dicono di averle avute, ma vorrei poterne avere le prove e non e

5. Da dove viene il suo amore per la comunità cristiana di Djamboutou?
Il mio amore viene dallo Spirito Santo e anche dalla conoscenza personale che ho avuto della comunità, bella e coraggiosa.

6. Perché vorrebbe terminare la sua vita a Gerusalemme?
Volevo vivere e morire a Gerusalemme perché è la città della rivelazione e della redenzione, Ma la mia salute non mi ha permesso di viverci ulteriormente.

7. Cosa dobbiamo fare per diventare come lei?
Non dovete diventare come me, ma molto di più, seguendo ciascuno la sua vocazione e rispondendo ai doni di Dio.

 


Domande che riguardano la vita di noi giovani

1. Cosa dobbiamo fare per amare e seguire la Parola di Dio?
Bisogna anzitutto conoscere la Parola di Dio e vedere in essa con quale amore Dio ci abbia amato

2. Cosa possiamo fare come giovani per altri giovani che non credono in Gesù? E per quelli che ci criticano quando parliamo della nostra fede (n.d.r.chiese protestanti, sette, battezzati che hanno abbandonato il cammino…)?
Occorre vivere personalmente il Vangelo. Esso è inoppugnabile quando vissuto nella sua intera verità (con il perdono delle offese, l’amore anche dei nemici ec.)

3. Perché tanti giovani africani si lasciano tentare dalle sette?
Mi pare che le sette corrispondano in positivo a un desiderio di maggiore soggettività nella comunità e in negativo a una religione facile e affidata all’entusiasmo.

4. Come possiamo fare per lottare contro le tentazioni, in particolare quella dell’ipocrisia, del facile guadagno e quelle legate alla nostra sessualità (n.d.r. per guadagnare qualcosa spesso capita che si venda anche il proprio corpo e comunque riesce molto difficile trovare un equilibrio e un buon controllo rispetto alla grande energia della sessualità)?
Bisogna avere grande stima della dignità della nostra anima e del nostro corpo e pensare che v’è più gioia nel sacrificio e nella rinuncia che non nell’accondiscendere alle nostre passioni.

 


Domande che riguardano l’Africa

1. Perché qui in Africa gli uomini e le donne hanno una speranza di vita più breve di quanto fosse nel passato e rispetto agli uomini e le donne di altre parti del mondo?
Non saprei dire se la speranza di vita è più breve. Per quanto ne so la vita media si è allungata anche in Africa, Però è inferiore a quella europea per causa della fame, delle malattie ecc. Bisogna che i paesi dove c’è benessere si diano da fare per l’Africa, ma che anche gli africani stimino il bene comune superiore al bene del gruppo. Altrimenti la politica sarà sempre fonte di corruzione e di lotte.

2. Perché i giovani africani incontrano sempre tante difficoltà per quanto riguarda lapossibilità e la scelta di un lavoro?
Mi pare che in Africa ci sia meno lavoro anche per le condizioni generali del Continente. Ma chi ha veramente voglia e impegno deve rischiare.

3. Spesso il diavolo è presentato come un essere “nero”: questo vuol dire che il continente africano è votato alla perdizione?
Non c’è alcun rapporto tra il “nero” del diavolo (che è piuttosto rappresentato come rosso fuoco) e il “Continente nero”. Oggi, come si vede nel presidente americano, anche il nero può assurgere alle più alte responsabilità come e più del bianco.

da http://cmmddc.blogspot.com/

Scienza e fede

LA LECTIO

 

1.      La fede

 

Ogni uomo vive di “fede”, più esattamente di “fiducia”: è infatti un atteggiamento di base, che appartiene alla vita stessa. Ognuno, per vivere, deve fidarsi degli altri, deve accettare moltissime cose senza verificarle di persona. Dall’esperienza, dunque, individuiamo la “struttura assiologia” di questo atteggiamento: per un verso è un “sotto-valore” rispetto al sapere; ma per un altro è un valore basilare dell’esistenza umana, un fondamento senza il quale nessuna società potrebbe sopravvivere, e innanzitutto nessuna persona.  Sempre dall’ esperienza possiamo ricavare anche la “struttura dell’atto”: si intrecciano il riferimento a qualcuno che conosce una cosa e che è persona qualificata e degna, la testimonianza della fiducia di altri, e, infine, una certa verifica nella nostra esperienza quotidiana.

Questa struttura  è in qualche misura presente anche nella fede cristiana: il riferimento primo – rispetto a Gesù Cristo – sono gli Apostoli perché sono loro che hanno vissuto con il Maestro, ascoltato le sue parole, ne hanno per tre anni condiviso i giorni, lo hanno visto soffrire, morto e risorto,  salire al cielo. Dalla sua bocca essi hanno appreso i misteri di Dio-Trinità. Si tratta di valutare, di questi uomini, la testimonianza della vita, l’affidabilità, e questa – poco o tanto – richiede sempre una scommessa dove la libertà di ciascuno si gioca. Ma è una scommessa ragionevole non irrazionale! In essa vi è una plausibilità intrinseca che l’esperienza universale conosce e vive a livello di rapporti quotidiani.

E poi, abbiamo la testimonianza di altri che si sono fidati e hanno creduto sulla loro parola, abbiamo duemila anni di storia, intessuta di opere, di cultura, di arte, di civiltà, di promozione umana, di carità, di santità…in una parola di elevazione e di bene per il mondo. Gli errori non mancano, ma non derivano dalla fede, bensì dalla poca fede.

Infine, ogni uomo ha la possibilità di  toccare con mano, di  provare a vivere il Vangelo sulla propria pelle per verificarne la verità e la congruenza con le aspettative più profonde del cuore umano. Come è chiaro, la fede non riguarda  un sistema di idee e non può essere ridotta a una forma di gnosi; riguarda la persona di Gesù di Nazaret, il Dio che in Cristo  è entrato nella storia umana, è venuto a cercare l’uomo smarrito e lacero, ha posto la dimora in mezzo a noi per stare con noi ed essere per ciascuno amore e salvezza, verità e vita. Per questo la fede cristiana è un incontro, e si incontrano veramente solo le persone: è un rapporto, è vivere riferiti a Cristo, è sapere che Dio è Qualcuno, è intuire che noi esistiamo perché Dio vive. È esserne affascinati, ghermiti, posseduti: “La risposta a Dio esige quel cammino interiore che porta il credente ad incontrarsi con il Signore.

Tale incontro è possibile solo se l’uomo è capace di aprire il suo cuore a Dio, che parla nella profondità della coscienza. Ciò esige interiorità, silenzio, vigilanza” (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al convegno per i Vescovi nominati nell’ultimo anno, 19.9.2005). E Romano Guardini scrive: “C’è in te un silenzio che si ascolta con l’anima. In questo silenzio l’ospite riposa, l’anima si risana” (Romano Guardini, Lettere sull’autoformazione).  Con il battesimo – “vitae spiritualis ianua” –  il cristiano scambia la propria libertà con la libertà di Gesù che è venuto per rigenerare l’umanità con la forza salvifica della grazia, e creare così un nuovo modo di rapportarsi e di vivere, una società nuova. Proprio perché Cristo è il Verbo eterno, Dio indica la strada del bene e del vero, della bellezza e della felicità: per questo entra e c’entra con la nostra vita, non è una divinità vaga, cosmica e muta, così rarefatta  e lontana da essere insignificante per il nostro vivere.

 

A fronte della fede si riscontra la posizione dell’ateismo che nega espressamente l’esistenza di Dio, e dell’agnosticismo che sospende il giudizio, e prende una specie di equidistanza tra l’esistenza e la non esistenza di Dio. A qualcuno sembra essere questa la posizione più corretta e rispettosa. Ma sorge, immediata, la domanda se l’agnosticismo possa realmente rispondere non tanto al problema speculativo, astratto, ma al problema concreto del vivere umano: se l’uomo, cioè, possa mettere tra parentesi la questione di Dio, cioè della sua origine e del suo destino, del significato e del valore del suo esistere e morire. Possiamo accontentarci di vivere sotto la forma ipotetica del “come se Dio non esistesse”, mentre può darsi che Egli esista davvero? La questione di Dio non è come sapere se due rette parallele s’incontrino all’infinito o meno, ma è pratico e coinvolge tutti gli ambiti della nostra vita. Di fatto, l’agnosticismo sembra impraticabile: se, infatti, sul piano teoretico sposassi la tesi agnostica, sul piano pratico dovrei comunque scegliere di vivere secondo una delle due opzioni da cui dichiaro di essere equidistante: o vivere come se Dio non esistesse oppure vivere come se Dio esistesse e fosse la realtà decisiva della mia esistenza. Il riferimento a Pascal è inevitabile: egli raccomandava all’agnostico di rischiare, di scommettere e di vivere come se Dio esistesse (cfr Pensieri, nn. 164-170). Era convinto che attraverso l’esperienza diretta, l’agnostico sarebbe arrivato, ad un certo punto, a riconoscere la giustezza della sua scelta. Mi sembrano incisive e opportune le parole di André Gide: “Non perché mi sia stato detto che eri il Figlio di Dio ascolto la tua parola; ma la tua parola è bella al di sopra di ogni parola umana e da ciò riconosco che sei il Figlio di Dio”!

 

2.        La scienza

 

a)        Non è possibile separare nettamente la riflessione sulla scienza da quella sulla tecnologia in forza della loro intrinseca relazione, anche se la  prima è più di ordine teoretico, mentre la seconda più di ordine pratico. Il Magistero della Chiesa affronta la riflessione distinguendo due ambiti problematici: il rapporto della scienza con la verità e il rapporto tra scienza e fede. Non affronto lo sviluppo della concezione di scienza nella storia, dalla cultura greca – primo passaggio dal mito al logos – al rinascimento, all’illuminismo, al positivismo. Riassumo il dilemma centrale: se la scienza abbia la funzione e la possibilità di scoprire la verità delle cose come sono, oppure se abbia lo scopo puramente pratico di assicurare il controllo, il funzionamento dei fenomeni secondo una  concezione strumentale della scienza. La Chiesa non si pronuncia in modo tecnico su tale questione, però le sue considerazioni si muovono nell’orizzonte di una visione realistica: “La ricerca della verità è il compito della scienza fondamentale” affermò Giovanni Paolo II durante la commemorazione di Albert Einstein, il 10 novembre 1979. Noi siamo convinti che esiste una verità e tale verità è oggetto della ricerca scientifica.

 

b)            L’altro problema riguarda il rapporto con la fede: se la scienza è  rapporto con la verità e anche la fede è rapporto con la verità, quale sarà il rapporto tra loro due?  Sembra opportuno, al riguardo, distinguere tre questioni.

Anzitutto quella della coerenza fondamentale tra le due forme di conoscenza.. Tale coerenza e compatibilità è data dall’unica origine della verità: il Concilio Vaticano II afferma che “la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio” (Gaudium et spes, 36). Galileo Galilei scriveva al Padre Benedetto Castelli il 21 dicembre 1613 che le due verità, di scienza e di fede, non possono mai contrariarsi “procedendo di pari dal Verbo divino la Sacra Scrittura e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio”.

Una seconda questione, come un passo ulteriore, riguarda lo statuto delle due forme di conoscenza, cioè di rapporto con il reale. Se, come abbiamo visto, la fede e la scienza hanno in comune la ricerca della verità, si deve ricordare però che la verità oggetto di fede non coincide con la verità oggetto di scienza. La prima riguarda le verità soprannaturali, la seconda quelle naturali. Se dunque la categoria della verità è unica, il tipo di verità che i due approcci conoscitivi affrontano è duplice. Alla differenziazione degli oggetti corrisponde una differenziazione dei metodi: ogni approccio ha le sue peculiarità e le sue leggi: “Il Sacro Concilio, richiamando ciò che insegnò il Concilio Vaticano I, dichiara che ‘esistono due ordini di conoscenza’ distinti, cioè quello della fede e quello della ragione, e che la Chiesa non vieta che ‘le arti e le discipline umane (…) si servano, nell’ambito proprio a ciascuna, di propri principi e di un proprio metodo” (GS, 59). Per questo la Chiesa afferma la legittima autonomia della cultura e specialmente delle scienze. L’Osservatorio astronomico del Vaticano (Specola Vaticana) e la Pontifica Accademia delle Scienze istituita dal Papa Pio XI nel 1937, e che annovera più di ottanta accademici di fama internazionale, tra i quali un buon numero di Premi Nobel, sono una testimonianza della stima e del sostegno della Chiesa al mondo scientifico e alla ricerca.

Ma si può fare un ulteriore passo al fine di giustificare la distinzione e la collaborazione tra scienza e fede. Non basta richiamare la diversità dei rispettivi oggetti di conoscenza; infatti i due piani delle verità di ordine naturale e di ordine soprannaturale non sempre prevedono oggetti nettamente distinti. Vi sono realtà che possono essere affrontate da due punti di vista diversi pur essendo le medesime realtà. La persona umana, ad esempio, può essere considerata sia dal punto di vista della natura – ed allora sarà indagata col metodo scientifico – oppure dal punto di vista soprannaturale, ed allora sarà guardata con gli occhi della fede. La logica direbbe che l’oggetto materiale è lo stesso, ma l’oggetto formale è diverso: cioè il punto di vista, lo scopo, e quindi il metodo. Quello della scienza non è lo stesso della fede. La fede cristiana – in quanto rapporto vivo con Cristo nella Chiesa – apre l’uomo al mondo di Dio, al suo abbraccio di Padre, lo immette nella vita del suo amore infinito, viene elevato allo stato di grazia, ad una vita nuova di figlio, e in questo orizzonte percepisce gli altri non come estranei, o simili, ma come fratelli. Nella luce della fede, l’uomo scopre la sua origine e il suo destino, giunge al senso di sé, dell’universo e della storia: “Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo (…) Cristo Signore (…) rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22). All’interno di questo orizzonte di fede la vita quotidiana si riempie di una densità che anticipa l’eterno, e nessun frammento, né alcuna esperienza dolorosa o lieta, vittoriosa o perdente, di bene o di male, diventa insensato e inutile, ma tutto fa presentire il cielo. Questo non fa parte della scienza, non è il suo oggetto formale, il suo scopo specifico. Si entrerebbe nella logica dello scientismo che sostiene che l’unica conoscenza valida è quella che proviene dal metodo induttivo delle scienze naturali. Voltaire, che aveva assistito ai funerali ufficiali di Newton nel 1727, scriveva che questo gigante della scienza aveva avuto “la particolare fortuna non soltanto di essere nato in un paese libero, ma in’età in cui tutti gli spropositi della scolastica erano stati banditi dal mondo. La ragione sola era coltivata e l’umanità non poteva che esserne il discepolo”.

Ogni affermazione che riguarda i problemi ultimi è uno sconfinamento di campo, soprattutto è un dire parole che ingannano la ricerca di significato che fa di  ogni uomo un camminatore verso il compimento: “Vi è solamente – scriveva Albert Camus – un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta” (A.Camus, Il mito di Sisifo). Tra l’altro, una ragione dell’impossibilità da parte della scienza di poter elaborare il senso, sta nel fatto che il senso – come senso di un fenomeno, di un evento, della vita – coincide anche con la conformità ad un dover essere, cioè al comportamento etico dell’uomo, e la scienza non ha presa sulla sfera deontica. Anche quando certi aspetti della soggettività sono presi in considerazione dalla scienza, viene messo in atto una specie di naturalizzazione degli aspetti stessi, vengono ridotti quasi ad “oggetti inanimati”: “ L’odierno progresso delle scienze e della tecnica – scrive il Concilio Vaticano II – che in forza del loro metodo non possono penetrare nelle intime ragioni delle cose, può favorire un certo fenomenismo e agnosticismo, quando il metodo di investigazione di cui fanno uso viene innalzato a torto a norma suprema della verità totale” (GS, 57). Il discorso della Chiesa diventa decisamente puntuale quando si entra nella riflessione sulla tecnologia. E’ una preoccupazione costante  richiamare il primato dell’etica sulla tecnica, della persona sulle cose, il dovere di commisurare il progresso tecnologico con la dignità e i diritti dell’uomo: il potenziale della tecnologia non è neutro perché può essere usato sia per il progresso che per la degradazione dell’umanità.

 

3.       Scienza e fede, vie della formazione dell’uomo

 

Entriamo ora nell’orizzonte educativo che i Vescovi Italiani hanno scelto come  meta degli Orientamenti Pastorali “Educare alla vita buona del Vangelo”, e come  sfida del decennio iniziato. Se è vero che a nessuna età  si finisce  di crescere e di aver bisogno di formazione, è anche vero che chi è più avanti negli anni ha il dovere di essere punto di riferimento credibile per le giovani generazioni. I giovani hanno il diritto di trovare negli adulti – tutti – degli interlocutori significativi per la loro formazione, naturalmente avendo il desiderio forte e la disponibilità sincera di giocarsi con serietà e impegno nella costruzione integrale di sé: si tratta della riuscita della loro vita e del futuro del Paese. La Chiesa italiana crede fermamente nella sua vocazione educativa che è parte integrante e irrinunciabile del mandato che ha ricevuto dal Signore: annunciare il Vangelo nel mondo perché l’uomo sia salvo. La salvezza attiene ogni uomo e tutto l’uomo,  riguarda il futuro e il presente, il cielo e la terra.

Ora, ci chiediamo come la scienza e la fede, le due forme di approccio e di conoscenza della realtà, possono partecipare all’educazione integrale della persona. Mi pare che quanto abbiamo detto sopra possa offrirci una pista seppure sintetica per rispondere alla domanda posta.

 

a)         Innanzitutto, abbiamo visto che  la scienza e la fede hanno stretta relazione con la verità. Questo è il primo dato: bisogna educare l’uomo alla verità, al gusto della verità,  al rigore della ricerca, alla gratuità di fronte al reale. Si respira oggi un’aria che non sembra favorire il senso della verità: anziché tender alla verità per il gusto di contemplarla, per sapere il più possibile com’è la realtà che siamo e che ci circonda, per coglierne la bellezza e l’ordine interno,  l’ intelligenza  e la luce che ci avvolgono, la meraviglia dell’universo che non è caos ma razionalità, pare che la tensione dominante sia conoscere per usare, per piegare e sfruttare. L’uso della natura non è male in sé, corrisponde al disegno di Dio, alla gerarchia degli enti – l’uomo è al vertice dell’universo, ne è signore ma non dominatore, custode che deve usare ma non abusare – ma questa funzione della nostra ragione non deve assolutizzarsi fino ad oscurare l’altra funzione della ragione stessa, quella di conoscere per sapere, per capire, per contemplare, per vivere di meraviglia in un universo sorprendente e maestoso. Eistein affermava: “Difficilmente tra i pensatori più profondi nel campo scientifico riuscirete a trovarne uno che non abbia un proprio sentimento religioso (…) Il suo sentimento religioso assume la forma di ammirazione e di contemplazione di fronte all’armonia della natura, che rivela un’intelligenza così superiore che, in paragone, ogni pensiero sistematico o azione umana non è che illusione totalmente insignificante”. In modo incisivo e chiaro, Benedetto XVI, nel Viaggio Apostolico nel Regno unito, ha indicato la questione centrale del sapere umano: “A livello spirituale tutti noi, in modi diversi, siamo personalmente impegnati in un viaggio che offre una risposta importante alla questione più importante di tutte, quella riguardante il significato ultimo dell’esistenza umana (…) All’interno dei loro ambiti di competenza, le scienze umane e naturali ci forniscono una comprensione inestimabile di aspetti della nostra esistenza ed approfondiscono la nostra comprensione del mondo in cui opera l’universo fisico, il quale può essere utilizzato per portare grande beneficio alla famiglia umana. E tuttavia queste discipline non danno risposta, e non possono darla, alla domanda fondamentale, perché operano ad un livello totalmente diverso. Non possono soddisfare i desideri più profondi del cuore umano, né spiegarci pienamente la nostra origine e il nostro destino, per quale motivo e per quale scopo noi esistiamo, né possono darci una risposta esaustiva alla domanda: ‘Per quale motivo esiste qualcosa, piuttosto che il niente?’” (Benedetto XVI, Viaggio Ap. Nel Regno Unito, Incontro con i Rappresentanti di altre Religioni, 17.9.2010). L’uomo, infatti, è domanda e nostalgia: domanda di senso sulla realtà e su se stesso; nostalgia di una risposta che sia il compimento al suo sentirsi incompiuto, al suo riconoscersi un paradosso sul misterioso confine tra il finito e l’infinito, l’umano e il divino.

 

La smania invece di dominare e manipolare fino all’estremo della vita umana, nel sacrario del suo principio e nel mistero del suo concludersi, alimenta un atteggiamento strumentale che, mentre non rispetta correttamente la natura, umilia anche se stessa. L’educazione si colloca nell’ambito della contesa tra “utilitas” e “veritas”: l’utilità non è malvagia in se stessa a condizione che non diventi un assoluto, nel tal caso l’utilità si nega e si elimina da sé . Il senso dell’utile è più appariscente, ha una consistenza e una presa più diretti sulla sensibilità dell’uomo rispetto al più discreto senso del vero: per questo motivo quest’ultimo ha bisogno di aiuto e di sostegno. Ciò avviene nell’ambito dell’educazione dell’ intelligenza al senso del vero e del bello, e della coscienza morale al senso del bene. Perseguire quest’opera significa mantenere ampi gli spazi della ragione umana, aiutarla a non restringersi in un orizzonte angusto seppur suo, quello della ragione strumentale che cerca solo il “come” non il “che cosa” della realtà. A ben vedere, per educare al senso e alla ricerca della verità – qualunque ne sia la natura – è necessario maturare un atteggiamento complessivo che è di ordine ascetico e morale:  si tratta, infatti, di maturare  un atteggiamento di umiltà non di arroganza, di rispetto non di dominio. Non solo: si tratta di essere disponibili alla verità, quella che studia le scienze sperimentali e che richiede l’adesione a ciò che scopre; e quella che è oggetto della fede e che tocca la capacità di giudizio sull’essere e sull’esistere, tocca i comportamenti. Lasciarsi giudicare dalla verità significa dunque essere disponibili a correggere o mutare modi di pensare e di agire che possono essere acquisiti e la cui revisione può costare fatica e sacrificio. Se il soggetto non è disposto a questo cammino interiore, sarà difficile qualunque approccio alla verità delle cose, dei valori, dei significati. E’ necessario aiutare a rendersi conto dei luoghi comuni, dei pregiudizi, di quella vita inautentica che tutti insidia e che Heidegger bene esprimeva nel “si” impersonale e spersonalizzante: “si dice” e “si fa”.

Questo atteggiamento di fondo è intrinseco e comune allo statuto e alle dinamiche della scienza e della fede, e certamente è una via reale per la  formazione dell’uomo.

 

b)         Vorrei ora mettere in evidenza un secondo elemento  che possiamo ricavare ad esempio dalla ricerca scientifica, ma che non è assente neppure nel cammino di fede: la fatica e il metodo. Il genio esiste, e risponde a suo modo a questi due imperativi, ma i geni non nascono tutti i giorni.

 

Parliamo allora della normalità che può essere anche segnata dalla genialità, ma che – comunque – resta nell’ordine di se stessa: l’esperienza insegna che senza fatica e metodo si va poco lontano, si fantastica ma non si arriva alla realtà, non si costruisce nulla. E la fatica e il metodo bisogna impararli ogni giorno, con pazienza e determinazione, sapendo che non ci si può avventurare sulle vie della scienza senza questo corredo. Il metodo può apparire forse noioso perché dice ordine, osservazione, riflessione, ripetizione, tempo: possiamo dire che è il contrario del “tutto e subito” che si respira in giro. Questi elementi non sono forse parte integrante non solo della ricerca ma del vivere stesso? Vivere significa soprattutto costruire, e non si costruisce dal tetto, ma dalle fondamenta che non sono visibili e appariscenti, ma nascoste e umili: ma decisive. La rincorsa al successo, alla riuscita, alla conclusione rapida e trionfale, piena di gratificazioni e di utili, è di solito un’illusione, e quando, per una serie di circostanze si realizza, non dura a lungo. Se prima non si è faticato con metodo  per il raggiungimento di un obiettivo, si deve faticare dopo per il mantenimento dello stesso. Sempre e comunque bisogna lavorare con ordine e impegno, anche quando si ha la possibilità di dedicarsi a ciò che più piace e che si sente più consono. Quanto ci sia bisogno di queste virtù umane è sotto gli occhi di tutti, spesso abbacinati e ingannati da miraggi opposti che illudono e deludono, generando rancore e angoscia.

 

c)                 Infine, guardando alla fede, entriamo nell’orizzonte pedagogico di fondo, premessa di ogni vera e autentica azione educativa. Come abbiamo ricordato, la fede  svela la meta ultima e definitiva dell’uomo e della storia, accompagna nel cammino terreno dalla terra al cielo. Essa risponde alle domande radicali del cuore, al suo calore nasce il fiore della speranza che dona senso all’esistere e  luce al mondo; in questo l’edificio della persona trova il suo fondamento, il progetto, il sostegno, lo scopo. L’incontro con Gesù, l’uomo perfetto perché vero Dio, diventa la ragione della nostra umanità, il compimento di tutto ciò che di bello e di buono, di vero e di nobile alberga nell’umanità e nella storia. La fede offre, come si diceva, il senso globale dell’uomo, della vita e del cosmo; l’unitarietà di significato consente di orientarsi all’interno della molteplicità del reale, dentro agli accadimenti improvvisi e variegati dell’esistenza. La fede unifica, dona una visione d’insieme che non annulla il particolare ma lo esalta nell’armonia del tutto di senso: è totalizzante ma per nulla totalitaria, perché il punto unificante è Cristo che è verità, libertà e amore. La cultura che ne è ispirata ha una sua coerenza interna, un’armonia, una struttura solida e plausibile, la sua razionalità ne risulta non solo elevata ma garantita; e la società che è informata da questa cultura integralmente umanistica, è una società coesa, aperta e veramente solidale. Com’ è noto la società, per essere tale, deve avere un’anima e questa non può essere di ordine economico, politico o funzionale,  ma solo di ordine spirituale ed etico. Solo questo nucleo è in grado di suscitare quel senso di appartenenza che resiste a fronte di difficoltà, crisi, sventure; è in grado di generare una storia comune, di far superare ogni rischio di fuga e di disgregazione. La compattezza, se diventa una gabbia che mortifica la persona, non è un bene, ma se è rispettosa allora diventa motivo di sicurezza e di stabilità per ogni membro, condizione perché ognuno possa realizzare se stesso. Comprendiamo che ad ispirare queste considerazioni è una concezione antropologica ispirata al Vangelo, una antropologia di tipo personalista non individualista: la differenza è evidente e decisiva sia per i singoli che per il modo di pensare la società. L’uomo non è una monade gettata per caso nel caos, un caos  abitato da innumerevoli altre monadi che vagano come scintille nella notte, ma è relazione, come Dio-Creatore è relazione di persone nell’ intimità del suo essere. Da questa origine deriva nell’uomo un indirizzo di marcia che, prima che essere un imperativo morale, è un’esigenza ontologica, scritta cioè nelle fibre del suo essere uomo. Seguire questa direzione intrinseca significa per la persona raggiungere se stessa, compiersi, creare una società ricca di relazioni positive come ho detto sopra. Viceversa,  allontanarsi significa negarsi a se stessa, e perdersi in una libertà innamorata di sé: l’individuo è destinato a trovarsi solo con se stesso, e la società che ne consegue sarà tendenzialmente frammentata e insicura, diventerà progressivamente paurosa e aggressiva, ripiegata e autoreferenziale, dove il prendersi in carico gli uni gli altri, nella quotidianità dei giorni e degli anni, sarà visto come un insopportabile attentato alla libertà individuale e alla felicità di ciascuno, o come un peso insostenibile per la collettività.

 

Viene da chiedersi se qualcuno possa interessato a  questo modo di vivere e a questo tipo di società. Non so rispondere con certezza a questa domanda che già di per sé suona assurda al buon senso comune. Una moltitudine non sembra preferibile ad una società. Ma se per un attimo volessimo prendere in considerazione la questione, si potrebbe fare un tentativo di lettura. E’ evidente che una società solidale, ricca di virtù, con un’identità solida, amata e aperta, che si nutre di riferimenti esemplari, di criteri morali universali, di gratuità relazionale, crea sicurezza nelle persone e sprigiona energie generose, limpide, creative, che non si lasciano facilmente ingannare e dominare. Genera un popolo che ha coscienza e nerbo per contrastare gli egoismi di qualunque natura, che è capace di giudizio critico e in grado di sacrificarsi per il bene comune. Viceversa, un agglomerato di mondi individuali non solamente non crea comunità, ma è terra dove si annida smarrimento e paura, e quindi fragilità; è un terreno friabile dove più facilmente prospera la furbizia e il raggiro, l’affare e la sete di dominio.

 

Cari Amici, vi ringrazio per la paziente attenzione e per il benevolo ascolto: ho cercato di offrire alcuni spunti che spero utili per ulteriori considerazioni e approfondimenti. Mi è caro concludere con alcune parole che il Concilio Vaticano II indirizzò agli uomini di pensiero e di scienza in chiusura della grande Assise nel dicembre del 1965:

“Un saluto specialissimo a voi, ricercatori della verità, a voi, uomini di pensiero e di scienza, esploratori dell’uomo, dell’universo e della storia, a voi tutti pellegrini in marcia verso la luce (…) Il vostro cammino è il nostro. I vostri sentieri mai risultano estranei a quelli propriamente nostri. Noi siamo amici della vostra vocazione di ricercatori, gli alleati delle vostre fatiche, gli ammiratori delle vostre conquiste (…) Anche per voi, dunque, noi abbiamo un messaggio, ed è questo: continuate a cercare, senza mai rinunciare, senza mai disperare della verità! (…) Senza stupirvi, senza accecare i vostri sguardi, noi vi offriamo la luce della nostra sorgente misteriosa: la fede. Colui che ce l’ha affidata, è il Maestro sovrano del pensiero, è quegli di cui noi siamo umili discepoli, è il solo che ha potuto e può dire: “Io sono la luce del mondo, io sono la via, la verità e la vita”. (…) Abbiate fiducia nella fede, questa grande amica dell’intelligenza! Rivolgetevi alla sua luce per conseguire la verità, tutta la verità! Questo è l’augurio, l’incoraggiamento, la speranza che vi esprimono, prima di separarsi, i Padri del mondo intero, riuniti in Concilio a Roma”.

 

Perugia, venerdì 11 marzo 2011

Lectio Magistralis.doc

Nella prossima Giornata Mondiale della Gioventù il papa amministra il sacramento del perdono.

 

La Giornata Mondiale della Gioventù, si sa, non è un’invenzione di Benedetto XVI, ma del suo predecessore. Papa Joseph Ratzinger, però, vi ha introdotto due novità di rilievo.

La prima a Colonia, nell’estate del 2005. Al culmine della veglia notturna papa Benedetto si inginocchiò davanti all’ostia consacrata. A lungo e in silenzio. Con centinaia di migliaia di giovani toccati da quel gesto adorante.

Da allora, con papa Benedetto, l’adorazione eucaristica silenziosa è divenuta una costante non solo delle Giornate Mondiali della Gioventù, ma anche di altri incontri di massa, ad esempio la veglia nell’Hyde Park di Londra, il 18 settembre del 2010.

La seconda novità entrerà in campo invece a Madrid, la mattina del prossimo 20 agosto, nei Jardines del Buen Retiro. Nella XXVI Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà nella capitale della Spagna, il papa amministrerà in pubblico il sacramento della confessione, per un’ora, prima di celebrare la messa nella cattedrale.

Per l’esattezza, le confessioni fanno parte del programma delle Giornate Mondiali della Gioventù a partire dalla sua edizione di Roma del 2000, quando il Circo Massimo diventò per molte ore il più grande confessionale a cielo aperto che si ricordi.

Mai però finora il papa in persona ha confessato dei giovani durante una Giornata Mondiale della Gioventù.

Giovanni Paolo II usava scendere nel confessionale della basilica di San Pietro una volta all’anno, il mercoledì santo, per un paio d’ore.

Benedetto XVI ha compiuto questo gesto due sole volte, finora: in due celebrazioni penitenziali con i giovani della diocesi di Roma, nella basilica di San Pietro, il giovedì prima della Domenica delle Palme, il 29 marzo 2007 e il 13 marzo 2008.

Ma che il sacramento della confessione sia al centro della sua cura pastorale è fuori dubbio.

Ne ha parlato numerose volte. Soprattutto ai sacerdoti. Per l’Anno Sacerdotale da lui indetto tra il 2009 e il 2010 ha proposto come modello il Curato d’Ars, un santo che passava nel confessionale ogni giorno una decina di ore, con penitenti che accorrevano a lui, umile parroco di campagna, dall’intera Francia.

Per citare solo due suoi richiami, Benedetto XVI ha dedicato interamente al sacramento della confessione il discorso che ha rivolto l’11 marzo 2010 alla Penitenzeria Apostolica:

> “Cari amici…”

E da ultimo, ha cominciato proprio parlando del sacramento del perdono l’omelia della festa dei Santi Pietro e Paolo di quest’anno, che coincideva con il sessantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale:

“Cari fratelli e sorelle, ‘Non vi chiamo più servi ma amici’ (cfr. Gv 15, 15). A sessant’anni dal giorno della mia ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande arcivescovo, il cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. ‘Non più servi ma amici’: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola cerimoniale, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che egli conosce in modo del tutto particolare e che così lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo ‘Io’ una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua passione, egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: ‘Non più servi ma amici’. Egli mi affida le parole della consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. ‘Non siete più servi ma amici’: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà”. […]

All’intensità con cui Benedetto XVI promuove una rinascita della confessione non è finora corrisposta una sensibile messa in pratica dei suoi appelli, da parte di vescovi e sacerdoti.

Il tema è stato ampiamente trascurato anche dai media.

Il gesto pubblico che Benedetto XVI compirà a Madrid il prossimo 20 agosto, confessando durante la Giornata Mondiale della Gioventù, richiamerà l’attenzione su questo cruciale deficit della pratica cristiana d’oggi?

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Il testo integrale dell’omelia di Benedetto XVI del 29 giugno 2011, nella festa dei santi Pietro e Paolo:

> “Non vi chiamo più servi ma amici…”

Il fondamento religioso del neoconservatorismo

Il pensiero neoconservatore ha cambiato la politica americana nel corso degli ultimi 50 anni, infondendo sangue fresco nelle vene del Partito repubblicano specialmente a partire dall’amministrazione Reagan. Un volume pubblicato di recente negli Stati Uniti raccoglie 50 saggi editi e inediti del fondatore e padre intellettuale del neoconservativismo, Irving Kristol: The Neoconservative Persuasion. Selected Essays, 1942-2009 (Basic Books, 2011, 390 pp.). Curato dalla vedova di Kristol, la storica Gertrude Himmelfarb, e prefato dal figlio, William Kristol, il libro è molto più di un affare di famiglia, considerando l’impronta che ha lasciato non solo sulla politica americana, ma anche sulla percezione dell’America nel mondo, la scuola neocon (diventata col tempo molto di più di una “persuasione”, analgesica caratterizzazione datane da Kristol).
Una delle più celebri definizioni di “neoconservatore”, che si deve allo stesso Irving Kristol, recita: «Un neoconservatore è un liberal che è stato assalito dalla realtà» (a liberal who has been mugged by reality). Il libro aiuta a comprendere meglio la “persuasione neoconservatrice” al di là della battuta, e fornisce alcuni importanti elementi per comprendere quella equazione, specialmente rispetto ai termini “liberal” e “realtà”.
Circa il termine “realtà”, una delle accuse tipiche rivolte alla mentalità neocon è quella di trasformismo ideologico: mai veramente affrancatasi da un atteggiamento eversivo, è una mentalità che scaturisce da una visione della realtà sociale e politica da rivoluzionare, non da riformare. Il primo saggio del volume è del 1942 e reca tutti i segni del trotskismo del giovane Kristol – trotskista tanto da portare un nom de guerre, come era tipico dei trotskisti dell’epoca. Al collasso
del capitalismo dopo il 1929, il giovane Kristol aveva reagito con il rigetto del conservatorismo, in un paese in cui non c’era molto da conservare. Ma il giovane Kristol era andato molto oltre, tanto da condannare la guerra difensiva contro il Giappone come «una crociata reazionaria »: potenza dell’ideologia, di cui i neocon avrebbero dato prova (in direzione contraria) nei decenni a venire.
Per comprendere il secondo termine dell’equazione, “liberal”, si deve arrivare alla vera svolta culturale, alla fine degli anni Sessanta, quando la scuola neoconservatrice nasce in reazione alla “controcultura”, diventando in sostanza una “anti-controcultura”.
È in questo periodo che i dogmi neoconservatori nascono dal punto di vista filosofico e culturale, cristallizzati col tempo e definiti da Kristol nella conclusione ad un saggio degli anni Ottanta: Jane Austen è meglio di Proust e Joyce, Raffaello meglio di Picasso, Aristotele meglio di Marx, Tocqueville meglio di Max Weber, e via classicizzando (p. 130).
Ben lungi dall’essere un pensatore sistematico, Kristol era meglio noto come attivo organizzatore, polemista e fondatore di riviste (alcune delle quali dalla vita brevissima). Ma l’orma lasciata dalla sua vis polemica non si lascia cancellare facilmente dall’America contemporanea, che dai tempi della teorizzazione del neoconservatorismo ad oggi è diventata molto più polarizzata attorno alla percezione dei due fattori “realtà” e “liberalismo”.
Per quanto refrattario alla teorizzazione politica, un’interessante lista di dogmi politici arriva da Kristol nel 2003, cioè molto dopo l’infusione della linfa neocon nelle sorgenti del Partito repubblicano di Reagan e Bush, in un saggio  intitolato “The Neoconservative Persuasion”: aspirazione alla crescita economica, moderata accettazione dello Stato moderno ereditato da Franklin Delano Roosevelt, sano terrore del declino morale e culturale dell’America, nessuna
particolare dottrina in politica estera, tranne una ferma convinzione della necessità che la potenza americana giochi un ruolo sullo scacchiere mondiale. A giudicare dall’influsso della scuola neocon sulla politica americana e sul Partito repubblicano, questa definizione appare troppo modesta e autoassolutoria, se si pescano alcune “perle” ben più radicali del moderatismo del 2003. In un saggio del 1986-1987 sulla “agenda nascosta dei diritti umani” Kristol accusava gli attivisti di criptocomunismo, agenti dedicatisi ad indebolire l’America. In un saggio del 1997 accusava la
scuola socialdemocratica di aver fondato un’idea di Stato e di welfare state basato su una concezione ingenuamente ottimista della persona umana, il che aveva condotto «alla più triste delle tragedie politiche del nostro tragico secolo» (p.98).
Ci sono alcune intuizioni che fanno di Kristol un acuto interprete dell’anima americana. Nel 1996 Kristol notava la differenza tra il conservativismo europeo e quello americano, che si distingue per essere un patriottismo su base religiosa, tipica di un paese come gli Stati Uniti, «una nazione basata su un credo» (p. 182). Due anni prima, in piena era Clinton, Kristol notava la potenza del sentimento religioso in America, per il cui revival «i conservatori e il Partito repubblicano non sono ancora preparati, mentre il Partito democratico è quasi totalmente disinteressato» (p. 295). È questo uno dei motivi di interesse del libro per un lettore europeo, vale a dire la comprensione del successo culturale del movimento neocon in America: mentre il conservativismo europeo può funzionare senza Dio, il  neoconservativismo americano ha bisogno di un fondamento religioso.
In questo sta la differenza non solo tra il conservativismo dei due continenti, ma tra i due continenti in generale: una lezione buona per quanti vogliono comprendere l’America, ma anche per quanti vorrebbero importare facilmente dall’America soluzioni politiche e matrici ideologiche. A meno di non volersi liberare di quel welfare state che nel 1997 Kristol aveva giudicato frutto di una profonda crisi morale (prima che finanziaria), tanto da accusarlo di aver distrutto «l’istituzione sociale più fondamentale, la famiglia».

La resistibile ascesa neoconservatrice
di Massimo Faggioli
in “Europa” del 9 marzo 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

Irving Kristol: The Neoconservative Persuasion. Selected Essays, 1942-2009

 

 

 

 

 

 

 

 

Inizia il nuovo anno scolastico 2011- 2012

La campanella suona per 9,5 milioni di studenti

 

Dopo l’ultima campanella che suonerà lunedì prossimo per le regioni con calendario scolastico ritardato (Emilia-Romagna e Basilicata) saranno circa 9 milioni e mezzo gli alunni che in questi giorni iniziano l’anno scolastico 2011-12 nelle scuole statali, paritarie e non paritarie italiane, comprese quelle del Trentino Alto Adige e della Valle d’Aosta.

 

 

Considerando che tra quei 9,5 milioni vi sono anche fratelli e sorelle, si può stimare che siano circa 8 milioni le famiglie coinvolte in questo ritorno a scuola. A occhio e croce l’anno scolastico comincia, quindi, per almeno 25 milioni di italiani, tra studenti e loro genitori, senza contare nonni e zie che trepidano ogni volta per i nipoti alle prese con gli studi.

E per quasi un milione di alunni (e di famiglie) questo è anche il primo giorno di scuola.

La scuola, dunque, resta sempre il momento di maggior coinvolgimento delle famiglie italiane. E non parliamo dell’indotto che essa muove con il coinvolgimento, in particolare, degli Enti locali con i loro servizi di supporto.

Qualche numero per gradire:

–         nella scuola dell’infanzia, pubblica e privata, i bambini che iniziano o riprendono la frequenza della scuola sono 1.760.000;

–         nella scuola primaria, pubblica e privata, gli scolari sono 2.950.000;

–         nella scuola secondaria di I grado gli alunni sono 1.930.000;

–         negli istituti di istruzione secondaria di II grado gli studenti sono 2.860.000.

Auguri a tutti e buon anno scolastico.

 

tuttoscuola.com

 

 


Ritorno a scuola per 8 milioni di studenti

 

Proteste per i tagli ma anche borse di studio e nuovi istituti post-diploma


Da oggi inizia il grande ritorno a scuola di 7 milioni 830 mila alunni divisi in circa 9.500 istituti, un avvio «regolare», «con tutti i docenti in cattedra» e con «un aumento del tempo pieno» promette il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Molte le novità che quest’anno porterà a gran parte di loro.

 

Scuola cancellate

Soprattutto chi frequenta le elementari al sud, potrebbe trovare il proprio istituto accorpato: infatti 900 delle attuali 10.500 istituzioni scolastiche verranno unite a sedi scolastiche con almeno 500 alunni. Secondo i calcoli di «Tutto Scuola» sarà eliminato il 30% dell’organico di dirigente scolastico. Salterà anche l’11% dei posti di direttore amministrativo (1.130 posti) e verranno tagliati 1.100 posti di assistente amministrativo.

 

Istituti tecnici

Da quest’anno sono operativi gli Istituti tecnici superiori (Its): sono 59 in tutt’Italia, e si tratta di corsi biennali di livello postsecondario, quindi da svolgere dopo il diploma.

 

Stranieri
Confermato il no deciso alle classi ghetto: la percentuale massima di alunni stranieri per classe potrà essere del 30%. Una disposizione, però, che non potrà essere applicata in tutti i casi: nei poli industriali e nelle città con un’alta densità di famiglie di origini non italiane la presenza di alunni stranieri sarà inevitabilmente alta. Secondo la fondazione Migrantes almeno in 2 mila casi il loro numero supererà il tetto del 30%.

 

Caro-libri
Il Codacons ha calcolato un aumento medio di spesa per famiglia di circa l’8 per cento rispetto al 2010. Più contenuto l’aumento per l’osservatorio di Federconsumatori secondo cui l’aumento dei libri di testo si fermerebbe al 3 per cento, con una spesa di 481 euro (era di 468 nel 2010). Il Ministero ha inoltre ritoccato al rialzo i tetti di spesa in percentuale variabile tra l’1,4 e il 3,8% a seconda della scuola. L’aumento non può non avere effetti. Per quest’anno uno studente su due comprerà testi, scolastici o universitari, usati come appare da una ricerca condotta nella prima settimana di settembre, da Krls Network of Business Ethics per «Contribuenti.it».

 

Libri digitali

Per la prima volta, obbligatoriamente per legge, i libri che saranno adottati quest’anno per il prossimo anno scolastico dovranno essere testi anche in formato elettronico. Oltre alla comodità, la misura adottata dal governo dovrebbe garantire un consistente risparmio alle famiglie.

 

Zaini e accessori

Unica nota positiva per le tasche degli italiani è l’aumento più contenuto, in linea con l’inflazione, del corredo scolastico: +2 per cento rispetto allo scorso anno. Il Consiglio superiore di Sanità però raccomanda un limite di peso dello zaino del 10-15% del peso corporeo.

 

Borse di studio
Il Miur ha bandito borse di studio da 10mila euro, per un totale di 30milioni. La partecipazione alle prove sarà volontaria, ma potranno essere sostenute solo dagli studenti che conseguiranno alla maturità un punteggio di almeno 80/100. I test saranno elaborati dall’Invalsi e non valuteranno la preparazione strettamente scolastica degli studenti ma le competenze di base, dalla comprensione del testo alla logica.

 

Maturità con test

Con il prossimo anno scolastico partirà la sperimentazione dei test Invalsi all’Esame di Stato. I test si svolgeranno in alcune scuole campione, su base volontaria. L’Invalsi inoltre rivedrà, a campione, anche i temi d’italiano della esame di Stato.

FLAVIA AMABILE

 

 

Scuola al debutto

Il primo giorno che vorrei

9  mila il numero degli istituti scolastici sparsi per l’Italia: la  maggior  parte degli accorpamenti colpirà il Sud

 

Che cosa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi dicessero se tornassi studente? Il racconto delle vacanze? No. Quelle dei miei compagni? No. Saprei già tutto. Devi studiare? Sarà difficile? Bisognerà impegnarsi di più? No, no grazie. Lo so. Per questo sto qui, e poi dall’orecchio dei doveri non ci sento. Ditemi qualcosa di diverso, di nuovo, perché io non cominci ad annoiarmi da subito, ma mi venga almeno un po’ voglia di cominciarlo, quest’anno scolastico. Dall’orecchio della passione ci sento benissimo.
Dimostratemi che vale la pena stare qui per un anno intero ad ascoltarvi. Ditemi per favore che tutto questo c’entra con la vita di tutti i giorni, che mi aiuterà a capire meglio il mondo e me stesso, che insomma ne vale la pena di stare qua. Dimostratemi, soprattutto con le vostre vite, che lo sforzo che devo fare potrebbe riempire la mia vita come riempie la vostra. Avete dedicato studi, sforzi e sogni per insegnarmi la vostra materia, adesso dimostratemi che è tutto vero, che voi siete i mediatori di qualcosa di desiderabile e indispensabile, che voi possedete e volete regalarmi. Dimostratemi che perdete il sonno per insegnare quelle cose che – dite – valgono i miei sforzi. Voglio guardarli bene i vostri occhi e se non brillano mi annoierò, ve lo dico prima, e farò altro. Non potete mentirmi. Se non ci credete voi, perché dovrei farlo io?
E non mi parlate dei vostri stipendi, del sindacato, della Gelmini, delle vostre beghe familiari e sentimentali, dei vostri fallimenti e delle vostre ossessioni. No. Parlatemi di quanto amate la forza del sole che brucia da 5 miliardi di anni e trasforma il suo idrogeno in luce, vita, energia. Ditemi come accade questo miracolo che durerà almeno altri 5 miliardi di anni. Ditemi perché la luna mi dà sempre la stessa faccia e insegnatemi a interrogarla come il pastore errante di Leopardi. Ditemi come è possibile che la rosa abbia i petali disposti secondo una proporzione divina infallibile e perché il cuore è un muscolo che batte involontariamente e come fa l’occhio a trasformare la luce in immagini. Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore conosce.

E ditemi il mistero dell’uomo, ditemi come hanno fatto i Greci a costruire i loro templi che ti sembra di essere a colloquio con gli dei, e come hanno fatto i Romani a unire bellezza e utilità come nessun altro. E ditemi il segreto dell’uomo che crea bellezza e costringe tutti a migliorarsi al solo respirarla. Ditemi come ha fatto Leonardo, come ha fatto Dante, come ha fatto Magellano. Ditemi il segreto di Einstein, di Gaudì e di Mozart. Se lo sapete, ditemelo.

Ditemi come faccio a decidere che farci della mia vita, se non conosco quelle degli altri. Ditemi come fare a trovare la mia storia, se non ho un briciolo di passione per quelle che hanno lasciato il segno. Ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. Aiutatemi a scovare i miei talenti, le mie passioni e i miei sogni. E ricordatevi che ci riuscirete solo se li avete anche voi i vostri sogni, progetti, passioni. Altrimenti come farò a credervi? E ricordatemi che la mia vita è una vita irripetibile, fatta per la grandezza, e aiutatemi a non accontentarmi di consumare piccoli piaceri reali e virtuali, che sul momento mi soddisfano, ma sotto sotto sotto mi annoiano.
Sfidatemi, mettete alla prova le mie qualità migliori, segnatevele su un registro, oltre a quei voti che poi rimangono sempre gli stessi. Aiutatemi a non illudermi, a non vivere di sogni campati in aria, ma allo stesso tempo insegnatemi a sognare e ad acquisire la pazienza per realizzarli quei sogni, facendoli diventare progetti.
Insegnatemi a ragionare, perché non prenda le mie idee dai luoghi comuni, dal pensiero dominante, dal pensiero non pensato. Aiutatemi a essere libero. Ricordatemi l’unità del sapere e non mi raccontate solo l’unità d’Italia, ma siate uniti voi dello stesso consiglio di classe: non parlate male l’uno dell’altro, vi prego. E ricordatemelo quanto è bello questo Paese, parlatemene, fatemi venire voglia di scoprire tutto quello che nasconde prima ancora di desiderare una vacanza a Miami. Insegnatemi i luoghi prima dei non luoghi. E per favore, un ultimo favore, tenete ben chiuso il cinismo nel girone dei traditori. Non nascondetemi le battaglie, ma rendetemi forte per poterle affrontare e non avvelenate le mie speranze, prima ancora che io le abbia concepite. Per questo,   un giorno, vi ricorderò.

Alessandro D’Avenia

 

 

I problemi all’inizio della scuola

Lentamente, ma inesorabilmente, si sta avvicinando il primo giorno di scuola, fissato per il 12 settembre, per la maggior parte degli 8 milioni di studenti che quest’anno siederanno tra i banchi di scuola. In qualche istituto, come al liceo Tasso di Roma, in realtà l’anno scolastico è già cominciato per gli studenti, in virtù delle possibilità offerte dall’autonomia.

Con l’avvio dell’anno scolastico, sono cominciate anche le polemiche e discussioni, la più significativa delle quali è quella sul nuovo dimensionamento delle istituzioni scolastiche del 1° ciclo dell’istruzione, sul quale Tuttoscuola ha fatto da apripista, redigendo un dossier scaricabile da tutti gratuitamente e offrendo un servizio personalizzato (questo per i soli abbonati vecchi e nuovi) sul numero di istituti che chiuderanno nei Comuni di appartenenza dei lettori che ce ne faranno richiesta.

Altri argomenti che fanno discutere sono il caro libri e le classi ghetto. Sul prezzo dei libri, il sito Studenti.it ha diffuso uno studio secondo il quale il 76 per cento acquisterà i libri nei mercatini dell’usato. Il Codacons ha calcolato un aumento medio di spesa per famiglia di circa l’8 per cento rispetto al 2010. Più contenuto l’aumento per l’osservatorio di Federconsumatori secondo cui l’aumento dei libri di testo si fermerebbe al 3 per cento, con una spesa di 481 euro (era di 468 nel 2010). Il Ministero ha inoltre ritoccato al rialzo i tetti di spesa in percentuale variabile tra l’1,4 e il 3,8 per cento a seconda della scuola. Unica nota positiva per le tasche degli italiani è l’aumento più contenuto, in linea con l’inflazione, del corredo scolastico, dagli astucci agli zaini: +2 per cento rispetto allo scorso anno.

L’altra fonte di tensione viene dalla disputa tra il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia e il ministro Mariastella Gelmini. Il ministro aveva chiesto di eliminare la prima classe dell’istituto elementare di via Paravia, nel quartiere San Siro di Milano. Il motivo della richiesta del ministro è nello scarso numero di studenti e nel fatto che sono tutti o quasi di origine straniere.

E’ incredibile pensare di risolvere un problema di integrazione con la discriminazione, chiudendo una classe importante“, ha risposto il sindaco di Milano: “Lancio un appello ai genitori della zona perché iscrivano a quella elementare i loro bimbi in modo da risolvere il problema dal punto di vista tecnico, anche se temo che si tratti di un problema politico“.

Ma a tormentare di più i sogni dei ragazzi, secondo i siti dedicati agli studenti, in questi giorni sarebbero i preparativi. Perché non basta aver brillantemente superato l’anno scolastico terminato tre mesi fa: i ragazzi mostrano di credere al vecchio proverbio “chi ben comincia è a metà dell’opera”. Infatti, i siti internet a loro dedicati elargiscono consigli di tutti i tipi su come vestirsi il primo giorno o diventare il ‘cocco del prof’. Il tutto, naturalmente, cercando di stancarsi il meno possibile.

Studenti.it offre tre consigli. Il primo consiglio è quello di “esprimere sempre una propria opinione”, perché “tutti gli insegnanti amano gli alunni curiosi e con delle loro opinioni”. Il secondo consiglio è “chiedere di ripetere un argomento” un atteggiamento che “dimostra agli insegnanti che vi sta a cuore comprendere meglio ciò che viene spiegato”. Il terzo consiglio è “Saper cogliere il momento giusto” dato che “gli insegnanti odiano essere interrotti”.

È ancora Studenti.it a offrire un ‘catalogo’ di moda mutuato dalle star americane. Dalla ragazza-maschiaccio rappresnetata da Emma Watson (la fidanzatina di Harry Potter per intenderci) con camicia bianca, cravattino e gonna tubino, alla soft punk Avril Lavigne con capelli lunghi e sciolti, canotta oversize colorata con borsa in tinta. Consigli semplici, ma di efficacia dubbia, come nota a nostro parere giustamente l’agenzia di stampa Agi, che ha raccolto queste curiosità dai siti dedicati ai ragazzi: “Quello che i siti dedicati agli studenti dimenticano di sottolineare, infatti, è che gli insegnanti sono persone dotate di una propria intelligenza e poco inclini a farsi prendere per il naso“.

 

 

Campanella per 8 milioni
«Cosa chiedo alla scuola»

Lunedì la campanella suonerà per quasi 8 milioni di alunni. Ma se per la maggior parte di loro il ritorno sui banchi non sarà un momento di “festa” (le vacanze estive saranno infatti definitivamente finite), per molti adulti, insegnanti e personale amministrativo, sarà invece un primo giorno di scuola da ricordare: per 66 mila di loro, dopo una lunga attesa da precari, è arrivata l’assunzione. Circa 30 mila i posti riservati ai docenti, 36 mila quelli destinati al personale Ata.

Secondo dati ministeriali, il 48,83% è stato destinato a scuole del Nord, il 22,16% prenderà servizio al Centro, il 29.01% al Sud. La carica dei nuovi docenti andrà a occupare soprattutto le cattedre della Lombardia (16,8% delle assunzioni), del Lazio (10,6%) e dell’Emilia Romagna (9,7%).

Saranno 7.830.650 gli studenti a varcare la soglia della scuola, in progressiva diminuizione nelle regioni del Sud, nelle isole e nelle regioni del Nordest, in crescita nel centro Italia e nel Nordovest, dove si registra l’aumento più consistente.

Gli alunni della scuola dell’infanzia saranno poco più di un milione, alle elementari, gli studenti saranno 2.571.949. Gli iscritti alle scuole medie sono 1.689mila mentre le superiori registrano il numero di iscritti più alto: 2.548.189.

Salgono del 2% gli iscritti al liceo scientifico, mentre registrano un balzo in avanti, rispettivamente dell’1,2% e dello 0,5%, gli studenti del liceo linguistico e del liceo delle scienze umane. Anche negli istituti tecnici del settore tecnologico si registra un incremento delle iscrizioni pari all’1,1%, mentre fanno un passo indietro gli istituti professioni, con una flessione del 3,4%. Ilaria Sesana

“COMPROMETTERSI” ALL’INIZIO DI OGNI ANNO
L’inizio delle lezioni è sempre, per me, un appuntamento atteso. Perché desidero che i miei nuovi alunni comprendano subito che nella scuola c’è gente che ha a cuore la loro umanità, e che (attraverso lo studio) si può vivere l’avventura della scoperta del proprio io, della ricerca del senso delle cose, della felicità. Per questo, ogni anno mi metto in gioco, incontrandoli personalmente nelle prime ore di lezione del primo giorno di scuola proponendo loro una poesia, una canzone, un video, una testimonianza che mi hanno colpito e commosso di più nella vita. Ed è commovente, ogni anno, leggere nei loro occhi la sorpresa nel vedere il loro “Preside” che si “compromette” improvvisandosi voce recitante o cantante, o ascoltare i loro commenti su un primo giorno di scuola diverso da come se lo erano immaginato. E scoprirvi, in quegli occhi ed in quei commenti, la speranza che perfino la scuola possa essere un posto interessante da frequentare. Andrea Badalamenti

VOGLIO STUDIARE NON SOLO PER I VOTI
Mi chiamo Mohamed Zaid e quest’anno frequenterò la terza liceo scientifico tecnologico all’istituto “Enrico Mattei” di San Donato (Milano). Sono egiziano e ci tengo a impegnarmi tantissimo per mettere in buona luce il mio Paese. Voglio sfruttare al meglio tutte le possibilità, perché in ballo c’è il mio futuro. Il nuovo anno scolastico si presenta più impegnativo rispetto ai precedenti: al triennio i voti diventano importanti per l’esame di maturità e, a quanto ho sentito, i professori diventano più esigenti. Inoltre alcuni insegnanti che mi hanno seguito nel biennio cambieranno e questo mi intimorisce. Ho promesso a me stesso che fin dal primo giorno di scuola mi impegnerò, non solo per i voti ma anche per accrescere la mia cultura, perché mi piace conoscere nuove cose, migliorare sempre di più e non stare nell’ignoranza per non sentirmi inferiore a nessuno. Spero di ottenere il massimo dei crediti, per poi puntare ad avere il 100 alla maturità così da realizzare uno dei miei sogni più grandi: andare all’università e laurearmi in biomedicina. Mohamed Zaid

VIVERE L’AMICIZIA CON AMICI E PROF
Con la mia famiglia mi sono appena trasferito a Milano, a causa del lavoro di mio padre, che svolge qui la sua nuova attività. Quali le mie aspettative verso il nuovo anno? Mi sento di dire un paio di cose: la prima riguarda l’esperienza fatta nei mesi scorsi in “Gioventù studentesca”, una compagnia nella quale ho scoperto una grande amicizia con Cristo, che mi permette di vivere ogni giorno grato per quello che ho e mi mette di fronte a persone che mi aiutano a vivere con verità. Da questo nuovo anno, mi aspetto di continuare questo rapporto, magari in modo diverso, ma con la stessa potenza con la quale l’ho sperimentata l’anno precedente. L’anno scorso con i miei compagni e professori ho vissuto un rapporto che andava oltre lo studio o l’insegnamento della propria materia e abbracciava tutto il mio essere. Ora desidero ritrovare questo sguardo che mi ha accompagnato in questi tre anni di liceo. Ignazio Notari

UN LUOGO DOVE SI FANNO INCONTRI
Si ricomincia! Non ho le idee molto chiare sul mio futuro. Ma sono certa di una cosa: non vorrei mai andare a scuola se fosse semplicemente un obbligo. Io voglio scoprire il segreto della vita, avere una cultura ampia e completa.  Tante volte la scuola è come una gabbia, in cui mi viene impedito di liberare il pensiero più profondo. Ma è anche una palestra di vita e un luogo in cui possono avvenire incontri, che ti possono salvare. Ad esempio puoi incontrare professori, in grado di farti appassionare sia alla materia che insegnano, che alla realtà. Quest’anno farò la II liceo classico e questo mi richiederà grande fatica, ma sono fiduciosa nelle persone che mi hanno sostenuta fino ad ora. Diversi sentimenti contrastano in me: paura, contentezza, malinconia per l’estate appena trascorsa, ma soprattutto voglia. Voglia di riscatto, voglia di esserci davvero, voglia di crescere e di imparare una passione per la mia vita. Voglio studiare per fare grande la mia vita. Se c’è tutto questo in ballo, allora la scuola è un luogo per me, ricominciare non è poi tanto male. Sara Maugeri

INSEGNARE? ECCO PERCHE’ È IL MESTIERE PIU’ BELLO
Il mestiere più bello del mondo!» mi capita spesso di rispondere così a quanti mi chiedono che lavoro faccio. E lo è per almeno due motivi: insegnare vuol dire essere sempre molto leali con se stessi e con gli altri (con i ragazzi non si può fingere) e poter continuare a studiare. L’insegnamento può essere un lavoro vissuto in modo fortemente autoreferenziale, ma la soddisfazione che nasce dalla condivisione è impagabile perché costringe ad aprire i propri orizzonti, arricchisce l’umano. C’è poi un altro aspetto entusiasmante: il veder crescere. Talvolta si ha l’impressione che a tanto sforzo non corrisponda un risultato, ma non è così! Vi sono percorsi carsici attraverso i quali, a un certo punto, la ragione, la sensibilità, e la capacità di esprimerle entrambe, affiorano nell’esperienza di ciascuno e diventano per me uno spettacolo. Bisogna avere pazienza…e amore per la libertà. Anna Frigerio

HO TANTE ASPETTATIVE PER L’ULTIMO ANNO DI LICEO
Settembre. Si ricomincia la scuola. Le aspettative su quest’ultimo anno di liceo sono tante: non posso che varcare la soglia della classe con il desiderio di arrivare a una maturità (esami a parte) personale che parta dal rapporto con i grandi uomini che studio, piuttosto che con le stesse leggi fisiche che regolano la vita.  Inizio questo anno scolastico con la voglia di cercare, tra le righe e nei rapporti con insegnanti e compagni, la convenienza derivante dal seguire il percorso proposto. Che lo studio non si riduca ad un noioso ed insensato dovere è l’augurio che rivolgo a tutti, certa dell’amicizia con alcuni adulti e compagni più grandi che è, non solo una guida, ma la riprova che si può vivere così: con un cuore che batte e degli occhi spalancati, anche e soprattutto a scuola. Chiara Tognola

INCONTRARE GLI UOMINI DI IERI CON “STORIA E MEMORIA”
Ritorno a scuola per vivere l’esperienza umana più incredibile che è il cammino dell’educatore con i suoi ragazzi. Tutto è cominciato una decina d’anni fa quando, abbandonato il manuale di storia, ho provato a concretizzare un’idea per trasformare il programma della mia materia in un’esperienza di vita. Un modo per incontrare gli uomini di ieri, quelle tracce dell’umano nel tempo che abbiamo indicato con l’espressione “memoria del bene”. Il cammino della conoscenza così inteso è diventato un percorso di scoperta e di crescita continua della propria irripetibile personalità, la mia e la loro. In questo nucleo vitale il progetto “Storia e memoria” (www.storiamemoria.it) affonda le sue radici. Io dirò in classe anche quest’anno: «Ragazzi tutto si gioca qui. Siamo noi il perno di “Storia e memoria”». Antonia Grasselli


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tuttoscuola.com

Itinerario per l’Avvento:

 Per l’avvento: itinerario.

L’incontro: la samaritana

1.  Il contesto.
Il pozzo risale al capostipite della tradizione storica, costituisce un’oasi di ristoro  per il viandante assetato,

per la donna e la sua vita ordinaria; l’acqua assurge a simbolo di freschezza, di novità, di vita; la samaritana

per inveterata consuetudine impersona distanza, contrasto, ostilità

però possiede strumenti per attingere… Gesù    giudeo, stanco, assetato, disponibile

ma privo di strumenti per attingere all’acqua del pozzo…

2.  Le tappe di un progressivo incontro

1a tappa: l’acqua Gesù parte dal riconoscimento della propria situazione, di bisogno, di necessità:

– Dammi da bere.
La domanda spacca la barriera, invita alla solidarietà oltre la diversità, la diffidenza, l’avversione…

Donde la sorpresa:

– Come mai tu che sei giudeo?…

2a tappa: il rapporto personale L’acqua non è il dono più importante da condividere

– Se tu conoscessi il dono di Dio… Condividere l’acqua è solo un simbolo.
Colui che Ti chiede da bere mette in gioco altri valori:

-ricompone le relazioni,

-offre amicizia,

-riafferma la solidarietà…

Ricostruisce insomma un mondo spirituale infranto, ricompone un’antica amicizia.
3a tappa: un’altra acqua L’acqua che attingi dal pozzo non estingue la sete che momentaneamente.
C’è un’altra acqua: quella che attingi può solo evocarla: chi ne beve non avrà mai più sete… Un’ acqua più fresca e tersa di questa, straordinaria nelle sue proprietà… La donna intuisce, ma resta attaccata alla concretezza del vivere quotidiano:

– Signore, dammi di quest’ acqua.
A sua volta la donna si apre al dono; ora  è lei che lo chiede a Gesù, come prima Lui l’aveva chiesta prima a lei.
Il rapporto è instaurato: è reciproco

4a tappa: ed è reciproca la disponibilità A questo punto può essere evocata la situazione personale.
E Gesù può far riferimento alla sua vita, scandagliandone i recessi anche ambigui ed oscuri; su questi si dimostra a piena conoscenza:

– Va a chiamare tuo marito consente alla donna di  intravedere la singolarità del suo interlocutore.
5a tappa: annuncio del vero Dio La puntuale lettura che Egli fa della sua vita spinge la donna a porre l’interrogativo, che probabilmente assilla la sua interiore esperienza di credente: – E’ questo monte o Gerusalemme il luogo dell’adorazione di Dio? Gesù spalanca gli orizzonti: anche sul Garizim è legittimo adorare Dio.
L’importante è adorare il vero Dio, in ispirito e verità.
6a tappa: E tu chi sei? Solo Lui, il Messia sarà in grado di rivelare dove sta la verità, se dalla parte dei samaritani o dei giudei: – quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa.
A questo punto la donna è preparata; può capire: – Gesù le disse: Sono io che ti parlo!

3.
Un cammino progressivo:   dalla diffidenza all’accoglienza dall’accoglienza alla disponibilità dalla disponibilità al dono reciproco dal dono al coinvolgimento dell’esistenza dal coinvolgimento dell’esistenza al riconoscimento di Dio dal riconoscimento di Dio alla manifestazione del suo Messia dal riconoscimento del Messia all’annuncio ai propri concittadini.
4.
La logica dell’accesso al… segreto

– chiede un favore…

– si porta oltre il piano orizzontale

– offre la propria disponibilità

– induce ad aspettare un dono

– rivela un aspetto che lascia intuire la ‘diversità’ dell’interlocutore

– cui si può confidare l’attesa interiore, perché in grado di rispondere

– con una risposta sorprendente,

– anzi rivelativa del segreto che Egli nasconde,

– induce a proclamarlo ai propri concittadini! L’incontro trasforma l’identità della donna:

da straniera e ostile

a discepola appassionata che accoglie ed annuncia.

 

Uomini di Dio

Trama del film Uomini di Dio: Un monastero in mezzo alle montagne aglerine negli anni 1990…
Otto monaci cristiani francesi vivono in perfetta armonia con i loro fratelli musulmani.
Progressivamente la situazione cambia.
La violenza e il terrore integralista si propapagano nella regione.
Nonostante l’incombente minaccia che li circonda, i monaci decidono di restare al loro posto, costi quel che costi.
USCITA CINEMA: 22/10/2010 REGIA: Xavier Beauvois SCENEGGIATURA: Etienne Comar, Xavier Beauvois ATTORI: Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Sabrina Ouazani, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin, Xavier Maly, Jean-Marie Frin, Abdelhafid Metalsi, Olivier Perrier, Adel Bencherif Ruoli ed Interpreti FOTOGRAFIA: Caroline Champetier DISTRIBUZIONE: Lucky Red PAESE: Francia 2010 GENERE: Drammatico DURATA: 120 Min FORMATO: Colore Note: In concorso al Festival di Cannes 2010 Uomini di Dio  L’Ultima Cena dei monaci di Tibhirine prima del martirio In settembre, nei cinema parigini, sette monaci trappisti circencensi, votati al silenzio e alla preghiera, hanno sbaragliato i sontuosi incubi di Di Caprio (Inception), e i misteri seduttivi della Jolie (Salt).
Nelle prime tre settimane Uomini di Dio di Xavier Beauvois, ha più che triplicato il pubblico dei due filmoni americani, sfiorando i due milioni di spettatori.
È vero che per i francesi la storia, vera, è tuttora una ferita oscura e tragica, ma ad assegnare al film a Cannes il Gran Premio è stata una giuria internazionale presieduta dal pur bizzarro Tim Burton: e del resto al festival i monaci in saio bianco avevano già trafitto il cuore di signore ingioiellate e critici burberi, di credenti, di agnostici e persino di atei.
Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, un drappello del Gruppo Islamico Armato rapisce sette (su nove, due erano riusciti a nascondersi) monaci del monastero di Tibhirine, sui monti dell’Atlante, e due mesi dopo ne annuncia l’assassinio.
Il 30 maggio vengono ritrovate le loro teste, mai più i corpi.
Il film racconta gli ultimi mesi di vita di questa comunità religiosa, e proprio perché il regista si definisce miscredente, riesce a comunicare, anche, o soprattutto a chi non crede, il mistero insondabile della fede.
L’Algeria è in piena guerra civile, eppure i monaci vivono in tranquillità e autosufficienza la giornata di preghiera, di canti, di lettura, di lavori agricoli e domestici: il loro ordine non prevede il proselitismo, quindi c’è armonia, rispetto e fratellanza con gli abitanti del piccolo villaggio musulmano.
Il vecchio padre Luc (Michael Lonsdale) è medico e riceve gratis anche 150 pazienti al giorno, il priore padre Christian (Lambert Wilson) che conosce a memoria il Corano e legge I fioretti di San Francesco, porta il miele del convento al mercato, tutti insieme assistono alla festa per la circoncisione di un piccino e ascoltano le parole dell’Imam, che paiono tanto simili a quelle del Vangelo.
Il paesaggio che circonda il monastero è paradisiaco, immenso, intatto, e induce a provare quel sentimento inquieto d’incanto che oscuramente avvicina a un mistero, forse proprio quello della fede.
Dopo il massacro di un gruppo di lavoratori croati da parte dei terroristi, ai monaci viene imposto o di accettare la protezione dell’esercito, o di tornare in Francia.
«È stato il colonialismo francese la radice di questa guerra civile», dice un militare al priore, che rifiuta «la protezione di un governo corrotto» (un governo militare imposto da un colpo di stato per non riconoscere la vittoria elettorale del Fronte Islamico), mentre il dubbio sull’opportunità di restare comincia a inquinare la serenità e la compattezza della comunità.
Forse un quasi certo suicidio collettivo è insensato, la fede non pretende il martirio: eppure alla fine, i monaci decidono che vale la pena di restare, sapendo che non ci sarà futuro per loro.
Ci sono scene indimenticabili: il terrorista ferito viene medicato nel convento, e pare il Cristo del Mantegna, però con la faccia di Che Guevara; nella notte di addio alla vita, i monaci si riuniscono attorno alla tavola come nell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, contro la regola si stappano due bottiglie di vino, e il disco scelto è quello fragoroso del Lago dei cigni di Ciaikovskij.
I visi s’illuminano nel sorriso, si spengono davanti all’angoscia che li attende.
In primo piano, ad uno ad uno, solo quei volti, quelle teste, che due mesi dopo si troveranno mozzate ai bordi di una strada.
È un’efferatezza che Beauvois ci risparmia: rapiti e spinti su un sentiero di montagna i monaci a poco a poco svaniscono nel chiarore notturno e funebre della neve.
Nel suo testamento spirituale (pubblicato in Più forti dell’odio, editore la Comunità di Bose) padre Christian scrive (e dice dallo schermo): «L’Algeria e l’Islam per me sono un corpo e un’anima… Anche a te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi, dico grazie… e che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due».
Quasi quindici anni dopo quella strage non si sa ancora chi furono i veri responsabili.
Solo l’anno scorso è stato tolto il segreto di Stato, e l’inchiesta giudiziaria è in corso.
La tesi ufficiale del governo algerino è che colpevole fu la GIA di Djamel Zitouni; altri che lo stesso Zitouni fu manipolato dai servizi algerini per screditare i ribelli, mentre un generale francese sostiene che fu l’esercito algerino a bombardare il campo dove erano prigionieri i monaci, e a ucciderli.
Il presidente Sarkozy ha chiesto la verità.
di Natalia Aspesi in “la Repubblica” del 19 ottobre 2010

Credito formativo per l’IRC.

Con Ordinanza n.
4588 del 14 ottobre 2010 il Tar ha fissato al 20 dicembre prossimo la trattazione di merito del ricorso presentato alcuni mesi fa da una pluralità di soggetti laici contro l’ordinanza ministeriale n.
44/2010 sugli esami di Stato.
Promotori del ricorso, tra gli altri, la Consulta romana per la laicità delle istituzioni e altre associazioni laiche, il Cidi, il Coordinamento genitori democratici, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, la Tavola Valdese.
Motivo del contendere è il credito formativo riconosciuto a favore degli studenti che si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica e che va a integrare il credito scolastico assegnato dal consiglio di classe negli istituti di istruzione secondaria superiore in funzione dell’esame di Stato.
Il peso del credito formativo a favore degli studenti che si avvalgono dell’IRC era stato riconosciuto da un decreto del ministro Fioroni e confermato successivamente dal ministro Gelmini.
Già contestato nel 2009 con un precedente ricorso che aveva ottenuto la sospensiva da parte del Tar, poi cassata dal Consiglio di Stato, quel credito formativo era stato legittimato dal Regolamento sulla valutazione (dpr 122/2009) e quindi recuperato in pieno nella ordinanza per gli esami di Stato.
I ricorrenti hanno nuovamente impugnato la disposizione ottenendo, questa volta, una attenzione diversa da parte del Tar che con l’ordinanza 4588 del 14 ottobre scorso ha fissato l’udienza di merito, affermando che Considerato che da un primo sia pur sommario esame dei motivi di ricorso sono emersi profili favorevolmente apprezzabili, adeguatamente tutelabili a mezzo di una sollecita definizione nel merito.
Sul credito formativo riconosciuto all’IRC si profila, dunque, una sentenza di merito a favore dei ricorrenti con una probabile bocciatura (momentanea perché c’è sempre la possibilità di impugnare la sentenza davanti al Consiglio di Stato) che potrebbe aprire nuovamente una pesante polemica sull’insegnamento della religione cattolica.
tuttoscuola.com

La crisi del modello multiculturale in Germania

In Germania da alcuni mesi è vivissimo il dibattito sull’immigrazione, con punte di asprezza polemica dopo la pubblicazione del libro di Thilo Sarrazin della Bundesbank che senza mezzi termini ha affermato che i musulmani non si integrano e non imparano la lingua: arriverebbero a istupidire la Germania.
Esponenti del governo che hanno fortemente criticato quelle tesi sono stati a loro volta oggetti di critica, mentre si parla di un ipotetico nuovo partito di destra che potrebbe arrivare a raccogliere fino al 10% dei consensi, strappandoli proprio alla coalizione di governo.
In discussione è il multiculturalismo, la pari dignità tra culture diverse.
In Germania i governi democratici hanno adottato il multiculturalismo fin dagli anni settanta a sostegno del miracolo economico.
Un multiculturalismo che ha significato integrazione dei nuovi stranieri arrivati e rispetto della loro religione e cultura.
Ma l’integrazione è stata scarsa o quasi nulla, tanto che intere comunità straniere vivono chiuse in se stesse e isolate nei quartieri delle città tedesche, continuando a parlare la loro lingua e ignorando quasi del tutto il tedesco nonostante da anni vivano in Germania.
Il libro di Sarrazin ha tolto il coperchio ad un sentimento popolare diffuso che, a quanto sembra, sta creando problemi di consenso al governo della Merkel, tanto che il cancelliere, parlando ai giovani dell’Unione tra CDU e CSU, ha dichiarato tra gli applausi: “Questo approccio ha fallito, fallito del tutto.
Non si deve solo dare ma anche chiedere”.
Gli immigrati, ha detto la Merkel, devono imparare il tedesco per potere trovare lavoro.
Chiunque non parli immediatamente tedesco non è benvenuto.
“Chi vuole essere parte della società tedesca non deve solo obbedire alle nostre leggi ma deve anche padroneggiare la lingua”.
Le parole della Merkel potrebbero avere echi favorevoli in Italia dove una proposta di legge prevede l’obbligo per gli stranieri di conoscere la lingua italiana con una sufficiente padronanza (livello A2) per acquisire il permesso di soggiorno; obbligo che, essendo la legge a costo zero, non comporterebbe alcun aiuto per gli stranieri per conseguire i livelli linguistici richiesti se non la possibilità di frequentare corsi scolastici per adulti, laddove esistono…