Il sogno di uno stato come un grande mosaico

Padre Elias Chacour è l’arcivescovo della diocesi melchita di Galilea, antichissima Chiesa orientale unita alla Chiesa di Roma.
È arabo-palestinese, cattolico e cittadino dello Stato di Israele.
Prima e ancor più dopo essere stato nominato vescovo di Haifa (2006), P.
Elias ha dedicato le sue energie a opere e iniziative a favore del popolo della sua diocesi: scuole elementari, una scuola superiore, una biblioteca, un Centro per la pace, un Centro regionale di aggiornamento per gli insegnanti delle scuole di Galilea e, in ultimo, la prima Università cristiana araba in Israele a servizio di persone di tutte le etnie e confessioni religiose presenti in Israele per formarsi, studiare e lavorare insieme per una nuova società fondata sul reciproco rispetto e riconoscimento.
Lo scorso 5 gennaio un gruppo di italiani, nel corso di un viaggio-seminario in Israele e nei territori palestinesi organizzato da Confronti, ha incontrato p.
Chacour ad Haifa, proprio nelle ore in cui giungevano le drammatiche notizie dell’invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano.
Per la grande tensione di quel momento, P.
Chacour aveva rifiutato di rilasciare qualsiasi tipo di intervista.
Ma, incontrando gli italiani in viaggio di studio che gli chiedevano proprio di essere aiutati a capire, il presule ha parlato loro quasi per confidare la sua amarezza, e non soltanto per quel che succedeva in quelle ore, ma, soprattutto, per le origini remote e mai rimosse della tragedia israelo-palestinese.
Di seguito le parole del vescovo.
Adista – Docuenti, 30 gennaio ‘09 Sono profondamente triste per quello che sta succedendo in queste ore a Gaza: scorre sangue ebreo e scorre sangue palestinese, sangue umano, che merita uguale rispetto da parte di tutti.
Non riesco a capire come i politici delle due parti, musulmani o ebrei, possano credere di essere dalla parte di Dio e contemporaneamente tentare di giustificare la loro azione di violenza.
Dio ordina chiaramente di non uccidere.
E in queste ore, invece, assistiamo alla corsa a chi può uccidere di più, dall’una e dall’altra parte.
Non importa quale giustificazione gli israeliani o i palestinesi possano portare: non c’è giustificazione per uccidersi.
E neppure ci potrà essere un vincitore in questa guerra: ci sono certamente due perdenti, uno più dell’altro.
Certo, si possono condannare i palestinesi che lanciano i loro razzi su Israele e si può dire che la rappresaglia israeliana è una barbarie, perché a Gaza uccide anche tanti civili.
Ma considerando questo evento al di fuori del suo contesto non è possibile capire.
Per farvi comprendere la situazione, vi parlerò di me, del mio essere palestinese, fiero palestinese e cittadino dello Stato di Israele.
Sulla vostra stampa normalmente un palestinese è musulmano e un cristiano non è arabo.
Io invece sono un palestinese arabo e sono cristiano.
Vi chiederete come un palestinese possa essere cristiano, arabo e cittadino di Israele.
Per capirlo bisogna tornare al 1948, quando i sopravvissuti della Shoa fecero proprio lo slogan di Teodor Herzl “Una terra senza nazione (la Palestina) appartiene a una nazione senza terra (Israele)”, rivendicando una terra tutta per loro.
E a chi gli faceva notare che la Palestina era sovrappopolata, lo stesso Herzl rispondeva: “Dobbiamo essere miopi: non vedere la realtà e fare come se lì non ci fosse nessuno”.
Questo è l’inizio della tragedia: i palestinesi erano lì e gli ebrei agivano come se non ci fosse nessuno.
Così, quella che gli ebrei chiamano guerra di indipendenza, nel 1948, per i palestinesi è la naqbah, la catastrofe.
Israele è nato come Stato nazionale indipendente moderno e la maggioranza dei palestinesi, deportati e cacciati da case e villaggi, ha sofferto una pulizia etnica: 460 villaggi palestinesi sono stati completamente svuotati e distrutti, compreso il mio.
E così è cominciata la diaspora dei palestinesi nei Paesi arabi confinanti: Libano, Siria, Giordania, Egitto.
Altri palestinesi, invece, non sono andati nei Paesi limitrofi, volendo vivere in un piccolo territorio palestinese non occupato dal-l’esercito israeliano: sono nati allora campi di rifugiati dappertutto, in Cisgiordania, a Ramallah, Hebron e molti altri luoghi.
Nella parte sud della Palestina c’è un piccolo territorio desertico che si chiama Striscia di Gaza: nel 1948 Gaza aveva 8.500 abitanti, ma in pochi mesi si è riempita di un milione e 500.000 rifugiati, imprigionati tra il deserto, il mare e Israele, senza più diritti umani se non quello di fare figli.
E hanno fatto molti figli, ambiziosi e intelligenti, ma senza avvenire.
Non hanno avuto altra possibilità che nascere, crescere, sposarsi, crescere altri figli, e morire.
20 anni, nel 1967 (con la guerra dei sei giorni, ndr), dal controllo egiziano sono caduti sotto il controllo israeliano e alla loro miseria si sono aggiunti tutti i controlli militari, i check point, luoghi di umiliazione molto più che luoghi di sicurezza.
Esistono infinite storie di umiliazione.
Per esempio: un soldato israeliano arrivato qui dall’Etiopia o da qualche altra parte del mondo, in servizio al check point, annoiato perché non ha niente da fare, prende la tessera di identità di rifugiato del palestinese che chiede di passare da una parte all’altra, e la getta nel cestino: 100, 200, 300 carte di identità e altrettanti palestinesi che attendono.
E il soldato dice loro: “cercate le vostre carte di identità e andatevene”.
Immaginate il divertimento del soldato, e l’umiliazione, la rabbia repressa e l’odio del palestinese.
Ancora: ogni giorno, il palestinese che deve raggiungere il luogo di lavoro deve percorrere magari appena 20 metri dalla sua casa, ma tra questi due punti c’è un check point e per attraversarlo deve aspettare tre o quattro ore la mattina e altrettante la sera per tornare a casa.
È qui la radice della rabbia dei giovani palestinesi che scelgono di fare i kamikaze.
Meglio morire con dignità che vivere con umiliazione, dicono i giovani palestinesi.
E da 60 anni Israele non domanda che la pace, shalom, shalom, shalom…
nient’altro che questo.
Ma la pace è impossibile senza giustizia e integrità, e queste sono impossibili senza la pace e la sicurezza per l’altra parte.
Ebrei e palestinesi gridano: “la terra è nostra, la terra ci appartiene”.
Hanno dimenticato che la terra non può appartenere né agli ebrei né ai palestinesi, perché la terra appartiene a Dio.
Palestinesi ed ebrei devono imparare che sono loro ad appartenere a questa terra e finché non lo faranno non ci sarà né pace né giustizia.
Nel 1948 i palestinesi sono stati dispersi e gli ebrei hanno preso il posto dei palestinesi.
Non è giustificabile.
Gli ebrei dicono: “questa è la nostra terra promessa”.
Per avere la terra promessa bisogna essere ebrei? Bisogna credere nella religione ebraica? E i musulmani e i cristiani? Noi cristiani non abbiamo una terra promessa, ma crediamo che ovunque ci si ritrovi in due o tre nel suo nome, lì c’è Dio.
È così che la terra diventa santa, che sia l’Italia, la Papuasia o l’America.
Gli ebrei non possono imporci la fede nella terra promessa.
I musulmani e i cristiani dicono agli ebrei: questa è la nostra ancestrale terra comune, eravamo qui insieme 2000 anni fa, quando un imperatore romano vi deportò, non siamo stati noi a cacciarvi; adesso voi ritornate e siete i benvenuti, non possiamo non accogliervi, ma non accettiamo che voi prendiate il nostro posto e ci cacciate.
Dobbiamo convincerci che oggi né gli ebrei né i palestinesi possono controllare autonomamente e autoritativamente la Palestina.
Dobbiamo comprendere che la terra appartiene a Dio e che tanto i musulmani quanto gli ebrei appartengono alla terra, in virtù della loro storia.
Abbiamo vissuto bene, insieme, per più di 1.600 anni: allora non c’erano ideologie islamiche né sioniste, non c’erano che musulmani ed ebrei che riconoscevano di discendere da un solo padre, un cittadino “iracheno” che si chiama Abramo.
Tutto questo oggi è stato cancellato: quello che conta è solo il numero dei vostri aerei da combattimento, quante bombe terribili possedete, se l’America vi sostiene, ecc.
Non conta più né il diritto né la ragione.
Detto altrimenti, vale solo quello che ha scritto La Fontaine: “La ragione del più forte è sempre la migliore”.
E così oggi, a Gaza, Israele distrugge ciò che vuole, ha la ragione di essere il più forte.
Ma è la stessa cosa agli occhi di Dio? Io non credo.
Con la creazione di Israele, un piccolo numero di palestinesi ha potuto restare nel territorio palestinese che è diventato Israele: ne costituisce la minoranza araba.
Vi sono un milione e duecentomila palestinesi cittadini di Israele, fra i quali si trova una piccolissima minoranza cristiana che ha subìto la stessa sorte dei musulmani: i cristiani sono attualmente per il 75% rifugiati o in diaspora, solo il 25% ha deciso di restare.
Siamo appena 147mila, distribuiti in varie comunità cristiane.
La comunità più grande è formata dai greco cattolici, detti greco melchiti o anche “uniati” (uniti a Roma).
Dei greco cattolici nessuno è greco e non so quanti siano cattolici: contiamo 76mila cristiani e da 3 anni io sono il loro arcivescovo.
Non so cosa io abbia fatto perché il Signore mi abbia condannato a diventare arcivescovo, ma sia fatta la sua volontà.
La seconda comunità è formata da circa 40mila greco-ortodossi.
Anche in questo caso nessuno è greco e non so quanti siano ortodossi: sono tutti arabi, ma la loro gerarchia (proveniente dalla Grecia) non parla arabo e quindi non riescono a comunicare direttamente.
La terza comunità è formata dai romano-cattolici o latini: non si capisce come gli arabi possano essere romano-cattolici, tuttavia esistono.
Sono circa 10mila e 500, hanno un patriarca, 4 vescovi, centinaia di preti, moltissimi religiosi e religiose, moltissime suore.
Un po’ li invidio: se mi dessero 10 preti e un po’ di suore farei la rivoluzione in Israele, ma ciascuno resta nella propria Chiesa.
La quarta comunità è formata dai maroniti: sono poco più di 8mila, hanno cominciato ad arrivare in Palestina dal Libano nel XVII secolo, sono cristiani molto pii, tutti cattolici, non romano cattolici, con un clero molto spirituale.
Infine ci sono gli anglicani, arabo-anglicani: non so come sia possibile, ma ci sono.
Oggi il nostro più grande ideale è raggiungere l’unità all’interno di queste diversità: non vogliamo che l’anglicano diventi romano-cattolico, accettiamo la diversità.
E ci chiediamo se sarà possibile un futuro comune anche con i nostri fratelli ebrei.
Sogniamo uno Stato di Israele come un grande mosaico: ogni tessera ha il suo colore e tutte insieme, nella loro diversità, creano l’immagine di ciò che ciascuno è di per sé e di ciò a cui aspira.
Pur in questa difficile situazione, noi crediamo ancor di più nel nostro ideale di unità nella diversità.
Io sono un mendicante internazionale: non mendico soldi, ma amicizia e solidarietà.
Se avete amici ebrei, anche amici ebrei fanatici, io, palestinese, vi supplico: continuate a donare loro la vostra amicizia, ne hanno bisogno più che mai.
Ma perché la vostra amicizia con gli ebrei dovrebbe significare inimicizia con i palestinesi? E se siete amici dei palestinesi, se prendete le loro parti, una volta tanto sarete dalla parte giusta.
Ma se essere amici dei palestinesi dovesse significare odio per gli ebrei, questa amicizia non ci serve.
Noi abbiamo bisogno della vostra solidarietà, ma chi vi dice che l’amicizia verso di noi sia automaticamente inimicizia verso gli ebrei? Noi abbiamo un problema con gli ebrei, ed è con essi che dobbiamo risolverlo; se voi prendete le parti di uno contro l’altro, diventerete un nemico in più, e oggi non abbiamo bisogno ancora di un altro nemico.
Abbiamo bisogno, invece, di un amico comune.
Solo nell’amicizia potremo risolvere i problemi, ma non sarà facile: del resto, non c’è nulla di prezioso che possa essere raggiunto facilmente.
E che c’è di più prezioso della riconciliazione fra ebrei e palestinesi? Adista – Documenti, 29 gennaio ’09