Ripensare l’integrazione degli immigrati

“Il presidente ha ragione bisogna ripensare la legge o siamo destinati al declino”:

intervista ad Andrea Riccardi, a cura di Marco Ansaldo.

 

«Sì, il presidente Giorgio Napolitano ha ragione: c’è la possibilità di riprendere in mano le politiche sull’immigrazione. E dunque occorre ripensare la legge sulla cittadinanza. Perché l’integrazione è un tema centrale di quest’epoca. Lo  faremo, allora, nell’interesse del Paese, della generazione dei bambini immigrati e delle loro famiglie».
Per Andrea Riccardi è un periodo davvero intenso. Citato pubblicamente ieri dal capo dello Stato per l’importanza del nuovo ministero che gli è stato affidato, ma anche elogiato da un ministro del passato governo (Gianfranco Rotondi, il  quale ha detto che lo storico della Chiesa e fondatore della Comunità di Sant’Egidio «ha una bella storia personale»), sa  di avere dietro di sé anche l’attenzione del Vaticano e dello stesso Pontefice, che lo conosce bene e lo stima. Riccardi  allora si schernisce, e si dice ancora «scombussolato» per la chiamata del premier Mario Monti a partecipare al nuovo esecutivo in un ruolo chiave, benché senza portafoglio. E tuttavia «felice» per la nuova avventura.
Lo incontriamo mentre esce dal suo ministero, a Roma, a Largo Chigi.

Il presidente della Repubblica ha parlato di «assurdità e follia» per il fatto che i figli degli immigrati nati in Italia non siano cittadini italiani. È uno dei temi centrali del suo ministero. Che cosa ne pensa?
«Mi sembra che il capo dello Stato abbia dato – per la seconda volta nel giro di pochi giorni – un contributo al  ripensamento dell’identità italiana. Ponendo l’accento sull’importanza di sapere chi siamo e dove andiamo. Un argomento decisivo».


Perché?

«Intanto perché giunge nell’anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia. Proprio quest’anno i giovani hanno potuto  riscoprire le loro radici, direi con un orgoglio maturo».


E poi?

«Perché ha posto il problema dei nuovi italiani e fatto cenno alla legge che porta il suo nome, la Turco-Napolitano del  1998, che segnala un percorso per stabilizzare gli stranieri, seguendo una logica che va dal momento dell’emergenza a quello della stabilizzazione del fenomeno».

Però oggi le prospettive sono diverse.
«Sì, lo sono perché ora abbiamo un popolo di bambini che sono figli di immigrati. I nati in Italia giuridicamente  stranieri superano il mezzo milione. E i minori residenti sono quasi un milione.
Insomma, parlano l’identica lingua, vedono i medesimi paesaggi, vivono la stessa storia, sono legati al nostro mondo.  Senza di loro l’Italia sarebbe più vecchia e con minori capacità di sviluppo».


Qual è la sua intenzione allora?

«Occorre ripensare la legge sulla cittadinanza. Questo proprio perché abbiamo fiducia nella nostra identità. Che è forte  e al tempo stesso flessibile. Capace di integrare».

Un obiettivo ambizioso. Ma non vede dei rischi?
«Io piuttosto vedo convergere in questo progetto, come nelle grandi scelte della politica, l’identità nazionale con  l’interesse nazionale. E anche con l’interesse dei soggetti in questione, cioè i bambini e le loro famiglie».

In quanto fondatore di Sant’Egidio è un argomento a lei caro. Non si attirerà però delle critiche?
«Veramente, e lo dico in modo assolutamente modesto, sono anni che auspico che questo tema sia trattato in modo  ragionevole, legale, e soprattutto umano. Prima di ricevere questo incarico avevo già deciso di parlare di integrazione. Lo faccio ora a maggior ragione».

E dal punto di vista storico come lo considera?
«Credo che il tema dell’immigrazione sia importante tanto quanto la questione dei confini nell’Otto- Nocevento. E  andrebbe affrontato perciò in modo preveggente, freddo e ragionevole».

Si dice che l’Italia abbia una società invecchiata, se non addirittura sclerotizzata. Ma è davvero così?
«Beh, sul tema dell’immigrazione ci si gioca sul serio il futuro, e la possibilità di acquisire nuove energie. L’integrazione  è un passaggio importante. Gli stranieri ringiovaniscono il Paese. È una grande possibilità per il domani. E per tutti i cittadini italiani».

Napolitano ieri ha ricordato il significato della sua nomina a ministro, citando «l’integrazione nella società e nello Stato italiano». Un invito chiaro a puntare su questo aspetto?
«Io sono grato che Napolitano abbia fatto cenno al mio ministero. Anzi confesso che non sono ancora abituato a  pronunciare questa parola, sono ancora fresco di nomina. Ma credo che rappresenti un segnale per affrontare la questione in modo non partigiano».

 

Documentazione

 

Sabato 19 novembre 400 persone hanno partecipato alle prime ‘Assises nationales de la diversité culturelle’ a Parigi. La giornata, fatta di conferenze e di laboratori, organizzata da ‘Témoignage chrétien’ e ‘Salamnews’, si è conclusa con un appello per una società interculturale.

 

Benedetto XVI e l’Africa

Realismo e speranza sono infatti le chiavi di lettura del documento e della visita papale in questo Paese, certo non grande e segnato dalla povertà, ma soprattutto giovane e vitale. Giovinezza e vitalità esuberanti, come è apparso con evidenza immediata dall’accoglienza calorosissima da parte del popolo beninese – riversatosi nelle strade per festeggiare e salutare il Papa – e da parte delle sue autorità, a iniziare da Thomas Boni Yayi, il presidente della Repubblica, cristiano protestante. “Amico autentico dell’Africa” ha poi definito Benedetto XVI, a nome delle istituzioni del Benin, il gran cancelliere Koubourath Osseni, donna e musulmana, esprimendo una percezione comune e diffusa, sicuramente non soltanto tra i cattolici.
Sì, il vescovo di Roma è un vero amico dell’Africa, rispettata e amata dalla Chiesa cattolica. Sentimenti, questi, che emergono a ogni pagina dell’esortazione apostolica. Un documento che non è rivolto soltanto al grande continente che avanza e si rinnova, ma a tutto il mondo. Con parole che invitano a non avere paura della modernità e a viverla con coraggio, radicati nella tradizione. Secondo una continuità cattolica che in queste terre risale alle primissime generazioni cristiane. Significativi sono così il ricordo dei Padri della Chiesa africani, il richiamo della vita contemplativa abbracciata nei primi secoli ma anche nel Novecento e l’auspicio a rinnovare la tradizione teologica e intellettuale della scuola di Alessandria.
Modernità e tradizione, dunque, come nei canti latini mescolati a ritmi africani che oggi rinnovano l’esperimento felice della Missa luba di oltre mezzo secolo fa. A dimostrazione della maturità cristiana raggiunta, come afferma l’esortazione Africae munus, che Benedetto XVI ha firmato attorniato da cardinali e vescovi del continente. Con indicazioni valide per tutto il mondo cattolico, nel riaffermare che il ruolo della Chiesa non è politico, ma soprattutto di educazione al senso religioso, per annunciare Cristo, tesoro prezioso. Anche se impegnative politicamente sono le conseguenze che devono scaturirne: riconciliazione, giustizia, pace, dialogo paziente tra le religioni. Per non spegnere la speranza, espressa dal simbolo, evocato dal Papa, della mano tesa.

Resterà questo viaggio di Benedetto XVI in Benin. E a lungo rimarranno le immagini e le parole del ritorno in Africa del Papa, venuto nel continente una prima volta come vescovo di Roma per consegnare a Yaoundé il documento preparatorio dell’assemblea sinodale e ora tornato per firmarne l’esortazione apostolica conclusiva. “Dato a Ouidah, in Benin, il 19 novembre dell’anno 2011, settimo del mio pontificato” è la formula solenne che si legge alla fine del lungo testo, vera e propria magna charta che, con realismo e speranza, delinea il futuro di una parte del mondo troppo spesso sfruttata e, nello stesso tempo, il compito che la Chiesa cattolica è chiamata a svolgervi.

g. m. v. (©L’Osservatore Romano 20 novembre 2011)

 

 

L’esortazione apostolica Africae munus

 

“Terra di una nuova Pentecoste”, l’Africa è chiamata a diventare “Buona Novella” per la Chiesa e per il mondo. È con questa convinzione che il Papa ha affidato alla comunità ecclesiale e civile del continente l’esortazione apostolica post-sinodale Africae munus, firmata nella tarda mattinata di sabato 19 novembre, nella basilica di Ouidah. Il documento – che Benedetto XVI consegnerà ufficialmente ai vescovi africani nel corso della messa di domenica mattina a Cotonou – si basa sulla consapevolezza che “una Chiesa riconciliata al suo interno e tra i suoi membri” può essere “segno profetico di riconciliazione a livello della società”. Perché solo “riconciliati e in pace con Dio e con il prossimo – ha spiegato il Pontefice – gli uomini possono lavorare per una maggiore giustizia in seno alla società”. Proprio a questi temi il Papa ha dedicato anche il discorso pronunciato all’inizio della giornata davanti ai rappresentanti politici e religiosi del Benin, riuniti nel palazzo presidenziale. A loro e ai responsabili del resto del mondo ha chiesto di essere “servitori della speranza” e costruttori di futuro, dando risposte concrete alle legittime rivendicazioni di “maggiore dignità” e “maggiore umanità” che provengono dai popoli.

(©L’Osservatore Romano 20 novembre 2011)

Africae munus: Esortazione Apostolica Postsinodale sulla Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace (19 novembre 2011)

 

 

LA VISITA IN BENIN

 

 

 

 


Il Papa ai governi: non private
l’Africa della speranza

“Grazie per l’accoglienza calorosa, direi semplicemente per ‘l’accoglienza africana”, che mi avete riservato”. Sono le parole con cui il Papa ha concluso il suo incontro con i vescovi del Benin, nella nunziatura di Cotonou, ultimo appuntamento di una giornata densissima di impegni, incontri, parole e fatti e soprattutto del calore della popolazione e delle personalità che lo ha incontrato. La gente per le strade, a piedi, in carrozzella, su moto con scritte in cinese sulla carlinga, ha mostrato il suo affetto in modo semplice e spontaneo. Le autorità lo hanno fatto con i discorsi pubblici.

 

 

 

 

L’INCONTRO CON I BAMBINI A COTONOU
“Il giorno della mia prima Comunione è stato uno dei più bei giorni della mia vita”. Benedetto XVI ha voluto ricordarlo oggi nell’incontro più tenero di questo straordinario viaggio africano, quello con i bambini della parrocchia di Santa Rita a Cotonou, dove è rientrato nel pomeriggio dopo la visita a Ouidah. “Non lo è stato forse anche per voi?”, ha chiesto ai piccoli che lo circondavano sottolineando che la gioia quel giorno “non è solo a causa dei bei vestiti o dei regali o anche del pranzo della festa, è soprattutto perché, quel giorno, riceviamo per la prima volta Gesù-Eucaristia”. “Quando io faccio la comunione – ha spiegato il Pontefice teologo piegandosi alla semplicità del linguaggio di chi stava conversando con lui – Gesù viene ad abitare in me. Devo accoglierlo con amore e ascoltarlo attentamente. Nel profondo del mio cuore, posso dirgli per esempio: Gesù, io so che tu mi ami. Dammi il tuo amore così che io ti ami e ami gli altri con il tuo amore. Ti affido le mie gioie, le mie pene e il mio futuro”.

“Non esitate cari bambini – ha poi suggerito ai bambini ricordando San Kizito il piccolo martire ugandese, paggio della corte reale, ucciso alla fine dell’800 con 21 compagni per non aver voluto rinnegare il proprio battesimo – a parlare di Gesù agli altri. Egli è un tesoro che bisogna saper condividere con generosità. Nella storia della Chiesa, l’amore di Gesù ha riempito di coraggio e di forza tanti cristiani e anche dei bambini come voi! Così, san Kizito, un ragazzo ugandese, è stato messo a morte perché voleva vivere secondo il Battesimo che aveva ricevuto. Kizito pregava. Aveva capito che Dio è non solo importante, ma che è tutto”.

Alla fine dell’incontro ognuno dei piccoli ha ricevuto in dono un rosario. “Quando lo avrete in mano – ha detto loro Benedetto XVI – potrete pregare per il Papa, per la Chiesa e per tutte le intenzioni importanti”. “E ora – ha esortato – prima che io vi benedica tutti con grande affetto, preghiamo insieme un’Ave Maria per i bambini del mondo intero, specialmente per quelli che soffrono la malattia, la fame e la guerra”.

Nel seminario di Ouidah, in mattinata, ilPapa aveva invece ricordato la sua ordinazione sacerdotale nel breve saluto ai seminaristi del Benin. “Dopo 60 anni di vita sacerdotale – erano state le sue parole – posso confidarvi cari seminaristi, che non rimpiangerete di avere accumulato durante la vostra formazione tesori intellettuali, spirituali e pastorali”. I futuri sacerdoti sono stati così incoraggiati “a mettersi alla scuola di Cristo per acquistare le virtù che vi aiuteranno a vivere il sacerdozio ministeriale come il luogo della santificazione”. “Fuori da questa logica – infatti – il ministero non è che una semplice funzione sociale”.

LA FIRMA DELL’ESORTAZIONE APOSTOLICA “AFRICAE MUNUS”
Punizione dei “responsabili” dei conflitti e “finanziatori dei crimini” e “giustizia per le vittime”. Lotta all’analfabetismo, che in Africa è un “flagello” pari a Aids, Tbc e malaria. Azione decisa dei cristiani e della Chiesa contro la violenza sulle donne, spesso collegata a pratiche ancestrali, e per la promozione di ragazze e donne in ogni ambito sociale.

Sono alcune delle proposte più forti che il Papa avanza nella Esortazione apostolica “Africae munus – L’impegno dell’Africa”, 130 pagine nella edizione italiana in cui Benedetto XVI raccoglie le proposte del sinodo  per l’Africa del 2009 e le rilancia alla Chiesa, volendo fare di quell’evento un punto di partenza per il rilancio del continente africano.

Nel testo Benedetto XVI parla sempre in positivo di “sfide” per l’Africa e per ognuna passa dalla denuncia alla indicazione di obiettivi e possibili soluzioni. Tra le indicazioni di Benedetto XVI anche: l’Occidente impari dall’Africa il modo di prendersi cura degli anziani; difendere i giovani da “mancanza di formazione, disoccupazione, sfruttamento politico” perché non cadano nella “frustrazione” e possano “prendere in mano il proprio avvenire”; difendere i bambini dai “trattamenti intollerabili inflitti a tanti di loro in Africa”, tra cui i bimbi soldato, i bimbi vittime di stregoneria, i bimbi schiavizzati sessualmente; combattere “sfruttamento e malversazioni locali e straniere” che privano le popolazioni africane delle proprie risorse naturali, aumentando la “povertà” e impedendo “ai popoli africani di consolidare le proprie economie”: il Papa “incoraggia i governanti a proteggere i beni fondamentali, quali sono la terra e l’acqua” per la vita delle generazioni future e per la pace.

Il testo papale auspica inoltre che la “globalizzazione della solidarietà” eviti la “tentazione del pensiero unico sulla vita, sulla cultura, sulla politica, sull’economia, a vantaggio di un costante rispetto etico delle diverse realtà umane per una solidarietà effettiva”.

Nel documento anche una ampia sezione sulla Chiesa in Africa, sul ruolo di vescovi, preti, laici e donne, sul rapporto con le culture tradizionali e con le altre religioni, compreso l’islam, con il quale il Papa auspica “collaborazione”. Benedetto XVI si augura inoltre la proclamazione di “nuovi santi africani”. L’Esortazione apostolica si conclude con un rinnovato appello all’Africa ad alzarsi in piedi e prendere in mano il proprio futuro, per essere, come a tutto diritto può essere, “polmone spirituale per il mondo intero”.

L’INCONTRO CON I SEMINARISTI E I SACERDOTI
“L’amore per il Dio rivelato e per la sua Parola, l’amore per i Sacramenti e per la Chiesa, sono un antidoto efficace contro i sincretismi che sviano. Questo amore favorisce una giusta integrazione dei valori autentici delle culture nella fede cristiana. Esso libera dall’occultismo e vince gli spiriti malefici, perché è mosso dalla potenza stessa della Santa Trinità”. Lo ha detto Papa Benedetto XVI, in questi giorni in visita in Benin, nel corso dell’incontro con i sacerdoti, i seminaristi, i religiosi e fedeli laici nel cortile del seminario Saint Gall a Ouidah.

“Vissuto profondamente -ha rilevato il Papa – questo amore è anche un fermento di comunione che infrange ogni barriera, favorendo così l’edificazione di una Chiesa nella quale non vi è segregazione tra i battezzati, perché tutti non sono che uno in Cristo Gesù. Con grande fiducia conto su ciascuno di voi, sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e fedeli laici, per far vivere una Chiesa così”.

“Di fronte alle sfide dell’esistenza umana – ha rilevato Benedetto XVI – il sacerdote di oggi come quello di domani – se vuole essere un testimone credibile a servizio della pace, della giustizia e della riconciliazione – dev’essere un uomo umile ed equilibrato, saggio e magnanimo. Dopo 60 anni di vita sacerdotale, posso confidarvi, cari seminaristi, che non rimpiangerete di avere accumulato durante la vostra formazione tesori intellettuali, spirituali e pastorali”.

BAGNO DI FOLLA NEL TRASFERIMENTO A OUIDAH
Una quantità impressionante di persone lungo i circa 40 chilometri da Cotonou a Ouidah ha assistito al passaggio del Papa, diretto dalla città degli schiavi per rendere omaggio alla tomba del cardinale Bernardin Gantin, eroe nazionale beninese e figura di spicco della Chiesa d’Africa a Roma.

La folla festeggia il passaggio del corteo papale con canti e sventolando striscioni. Prima di recarsi in macchina a Ouidah – e dopo aver incontrato gli esponenti politici, diplomatici e religiosi del Benin, tra cui la gran cancelliera del Paese, signora Koubourath Osseni, di religione islamica, che gli ha anche rivolto un discorso di saluto – il Papa ha reso una visita di cortesia, nel palazzo presidenziale di Cotonou, al presidente della Repubblica del Benin, Thomas Boni Yayi. Dopo il colloquio privato c’è stato lo scambio dei doni e le foto ufficiali. Il Papa ha anche firmato il libro d’oro. Il presidente ha donato al Pontefice una croce pettorale con su scritto “Benin 2011-Riconciliazione, giustizia e pace”, un paramento liturgico ricamato dalle suore e alcuni abiti tradizionali con stampate al centro le immagini di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II e del cardinale Gantin.

Contemporaneamente all’incontro tra il Papa e il presidente beninese si è svolto un colloquio tra il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, accompagnato dal nunzio, dal sostituto e dal presidente della Conferenza episcopale beninese, con il ministro degli Esteri del Benin e con altri sei ministri del piccolo Stato che ospita Benedetto XVI per il suo secondo viaggio africano. Nei colloqui, ha riferito il portavoce del Papa padre Federico Lombardi, si è parlato anche del contributo della Chiesa alla vita e allo sviluppo della società beninese.

L’INCONTRO NEL PALAZZO PRESIDENZIALE
No ai conflitti “in nome di Dio” e per un “dialogo interreligioso” che rispetti le diversità. Lo ha chiesto oggi il Papa incontrando nel palazzo presidenziale di Cotonou esponenti politici, diplomatici e religiosi del Paese . “Non mi sembra necessario ricordare – ha detto – i recenti conflitti nati in nome di Dio, e le morti date in nome di Colui che è la Vita. Ogni persona di buon senso comprende che bisogna sempre promuovere la cooperazione serena e rispettosa delle diversità culturali e religiose”.

“Nonostante gli sforzi compiuti, – ha osservato Benedetto XVI – sappiamo anche che, talvolta, il dialogo interreligioso non è facile, o anche che è impedito per diverse ragioni. Questo non significa affatto una sconfitta. Le forme del dialogo interreligioso sono molteplici. La cooperazione nel campo sociale o culturale può aiutare le persone a comprendersi meglio e a vivere insieme serenamente. È anche bene sapere che non si dialoga per debolezza, ma che si dialoga perché si crede in Dio”.

Benedetto XVI ha quindi commentato come le considerazioni che ha svolto oggi si applichino “in maniera particolare all’Africa” dove in molte famiglie i membri professano diverse religioni, e convivono pacificamente. Si tratta di una “unità” dovuta “non solo alla cultura”, ma anche all’ “affetto”. “Naturalmente, – ha ricordato Benedetto XVI – talvolta ci sono anche delle sconfitte, ma anche parecchie vittorie. In questo campo particolare, l’Africa può fornire a tutti materia di riflessione ed essere così una sorgente di speranza”.

Il Papa ha concluso con una immagine: la mano. “La compongono cinque dita, diverse tra loro. Ognuna di esse però è essenziale e la loro unità forma la mano. La buona intesa tra le culture, la considerazione non accondiscendente delle une per le altre e il rispetto dei diritti di ciascuno sono un dovere vitale. Occorre insegnarlo a tutti i fedeli delle diverse religioni. L’odio è una sconfitta, l’indifferenza un vicolo cieco, e il dialogo un’apertura!”.

In Africa non mancano alcuni segnali di speranza: “in questi ultimi mesi – ha elencato il Papa – numerosi popoli hanno espresso il loro desiderio di libertà, il loro bisogno di sicurezza materiale e la loro volontà di vivere armoniosamente nella diversità delle etnie e delle religioni. È anche nato un nuovo Stato nel vostro Continente”. Ma, ha aggiunto, “numerosi sono stati anche i conflitti generati dall’accecamento dell’uomo, dalla sua volontà di potere e da interessi politico-economici che escludono la dignità delle persone o quella della natura. La persona umana aspira alla libertà; vuole vivere degnamente; vuole buone scuole e
alimentazione per i bambini, ospedali dignitosi per curare i malati; vuol essere rispettata; rivendica un modo di governare limpido che non confonda l’interesse privato con l’interesse generale; e soprattutto, vuole la pace e la giustizia”.

VENERDI’ L’ARRIVO A COTONOU
No alla “sottomissione incondizionata alle leggi del mercato o della finanza”, al “nazionalismo e tribalismo esacerbato e sterile, che possono diventare micidiali”, alla “politicizzazione estrema delle tensioni interreligiose a scapito del bene comune o infine alla disgregazione dei valori umani, culturali, etici e religiosi”. Lo ha detto il Papa nel discorso all’aeroporto di Cotonou, dove è stato accolto dal presidente Thomas Boni Yayi e dall’arcivescovo di Cotonou, Antoine Ganyé. Benedetto XVI ha invitato a non aver “paura della modernità” che però, ha aggiunto, “non deve costruirsi sull’oblio del passato”, evitando “gli scogli che esistono sul continente africano”.

Nel suo primo discorso di questo viaggio il Papa ha ricordato l'”affetto” che nutre per Africa e Benin e ha ricordato il card. Bernardin Gantin, morto nel 2008 e eroe nazionale africano, al quale tra l’altro è dedicato l’aeroporto di Cotonou. “Il Benin è un Paese in pace”, nel quale “funzionano” le istituzioni democratiche e si respira uno “spirito di libertà e responsabilità”, di giustizia e di senso del “lavoro per il bene comune”.

Dopo la cerimonia di accoglienza calorosissima all’aeroporto, con centinaia di ragazze in abiti tradizionali che
ballavano sulla pista trasformata dalla coreografia in un cielo azzurro con il colore dei foulard delle danzatrici, Papa Ratzinger ha raggiunto sulla “Papamobile” la Cattedrale attraversando la città gremita di folla. Le transenne, dove c’erano, non hanno retto e le vie erano invase. Ma non ci sono state difficoltà per la Papamobile nel raggiungere il centro, e il Pontefice appariva molto contento di tanto entusiasmo.

Primo atto della visita in Benin di Benedetto XVI è stato nel pomeriggio rendere omaggio a Maria Madre dell’Africa e agli eroici vescovi che hanno saputo guidare il cammino di questo Paese dal comunismo alla libertà. “Un omaggio con riconoscenza”, ha definito il suo gesto Papa Ratzinger, parlando durante la visita alla cattedrale di Nostra Signora della Misericordia a Cotonou dove riposano monsignor Christophe Adimou e monsignor Isidore de Sousa. “Essi – ha ricordato – sono stati valorosi operai nella Vigna del Signore,
e la loro memoria resta ancora viva nel cuore dei cattolici e di numerosi abitanti del Benin. Questi due presuli sono stati, ciascuno a suo modo, Pastori pieni di zelo e di carità. Si sono spesi senza risparmio al servizio del Vangelo e del Popolo di Dio, soprattutto delle persone più vulnerabili”. “La Vergine Maria – ha affermato Benedetto XVI riferendosi poi alla patrona della Cattedrale – ha sperimentato al massimo livello il mistero dell’amore divino”. Tramite il suo sì alla chiamata di Dio, “ella ha contribuito alla manifestazione dell’amore divino tra gli uomini. In questo senso, è Madre di Misericordia per partecipazione alla missione del suo Figlio;
ha ricevuto il privilegio di poterci soccorrere sempre e dovunque”. “Al riparo della sua misericordia – ha ricordato il Papa – i cuori feriti guariscono, le insidie del maligno sono sventate e i nemici si riconciliano. In Maria abbiamo non soltanto un modello di perfezione, ma anche un aiuto per realizzare la comunione con Dio e con i nostri fratelli e le nostre sorelle”. Invitando i cattolici del Benin e di tutta l’Africa a invocarla con fiducia, il Papa ha poi pubblicamente chiesto alla Vergine di esaudire “le più nobili aspirazioni dei giovani africani”, “i cuori assetati di giustizia, di pace e di riconciliazione”, “le speranze dei bambini vittime della fame e della guerra”.

 

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Africa risorgi! Vademecum del viaggio del papa in Benin

di Sandro Magister


Il viaggio che Benedetto XVI si appresta a compiere in Benin è il suo ventiduesimo fuori d’Italia e il secondo in Africa, dopo quello del marzo del 2009 in Camerun e in Angola che attirò l’attenzione mondiale su alcune sue affermazioni riguardo al preservativo nella lotta all’AIDS:

> Mine vaganti. In Africa il preservativo, in Brasile l’aborto

In quello stesso anno 2009, in ottobre, il sinodo dei vescovi tenne anche una speciale sessione dedicata all’Africa, che terminò con cinquantasette “propositiones” presentate al papa:

> Sinodo per l’Africa, penultimo atto. Le proposizioni finali

In Benin papa Joseph Ratzinger trarrà le conclusioni di quel sinodo. Sabato 19 novembre, poco dopo mezzogiorno, firmerà l’esortazione apostolica postsinodale “Africæ munus”. E il giorno dopo, domenica 20, la consegnerà ufficialmente ai vescovi del continente.

Il testo integrale dell’esortazione, in più lingue, potrà essere letto e scaricato da questa pagina web del Vaticano, a partire dal pomeriggio di sabato 19:

> “Africæ munus”

Quanto allo svolgimento del viaggio, ne darà man mano notizia quest’altra pagina web, in italiano, in inglese e in spagnolo:

> News.va

Ma per chi vorrà andare ai testi integrali del papa, la pagina giusta è quest’altra, con il programma dettagliato del viaggio e i discorsi, ciascuno dei quali apparirà in rete poche ore dopo che sarà stato pronunciato:

> Viaggio Apostolico in Benin, 18-20 novembre 2011

Benedetto XVI, in Benin, parlerà prevalentemente in francese. In qualche momento anche in inglese e in portoghese. Le versioni integrali in italiano, in inglese e in spagnolo saranno disponibili in rete da subito.

I discorsi del papa saranno in tutto dodici. Ma alcuni avranno più rilievo di altri e meriteranno una particolare attenzione.

Venerdì 18 novembre farà notizia il botta e risposta tra Benedetto XVI e i giornalisti in volo sull’aereo papale. Il papa risponderà a braccio, e di conseguenza la trascrizione integrale e autorizzata delle sue parole tarderà di qualche ora. Ma l’essenziale sarà messo quasi subito in rete da News.va e dalla Radio Vaticana.

Sabato 19 novembre il discorso clou sarà quello che Benedetto XVI rivolgerà, nel palazzo presidenziale di Cotonou, alle autorità istituzionali e politiche, al corpo diplomatico, a uomini di cultura e a rappresentanti delle principali religioni.

Nel pomeriggio dello stesso giorno di sabato 19 sarà anche da tener d’occhio una novità. Per la prima volta in un suo viaggio il papa incontrerà dei bambini e parlerà direttamente con loro. L’unico precedente del genere fu l’incontro che Benedetto XVI ebbe con i bambini della prima comunione di Roma e del Lazio in piazza San Pietro, il 15 ottobre 2005:

> “Caro papa…”

Domenica 20 novembre, infine, sarà importante l’omelia che Benedetto XVI pronuncerà durante la messa nello stadio “De l’Amitié” di Cotonou, con la consegna dell’esortazione postsinodale sull’Africa.

Tra i capitoli del documento sarà interessante vedere quello dedicato alle religioni tradizionali africane, sulle quali Benedetto XVI lo scorso mese ha avuto parole critiche:

> Africa. Quella religione che immola i bambini

Sul contributo dei cattolici del Benin alla democratizzazione del loro paese è uscito in Italia questo libro, presentato lo scorso 15 novembre alla Radio Vaticana dall’arcivescovo Giuseppe Bertello, presidente del governatorato dello Stato della Città del Vaticano e già nunzio in Benin, e da monsignor Barthélemy Adoukonou, beninese, segretario del pontificio consiglio della cultura:

Susanna Cannelli, “Cattolici d’Africa. La nascita della democrazia in Benin”, Guerini e Associati, Roma, 2011, pp. 256, euro 24,00.

L’autrice è responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i rapporti con i paesi dell’Africa occidentale francofona.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/

17 novembre 2011

 

 

Benedetto XVI in Benin

 

 

 

Altri contributi

 

Con la consegna dell’esortazione apostolica «Africae munus» ai vescovi africani si è concluso il viaggio del Papa in Benin. Una Chiesa vicina ai poveri e ai sofferenti, ai malati di Aids. «Il futuro dell’Africa speranza per tutti» “«Perché un paese africano non potrebbe indicare al resto del mondo la strada da prendere per vivere una fraternità autentica nella giustizia fondandosi sulla grandezza della famiglia e del lavoro?»”

 

In occasione della visita pastorale di Benedetto XVI in Benin il prossimo fine settimana, “La Croix” descrive il terreno sociale e politico nel quale si sviluppa la Chiesa cattolica sul continente. “Dalla fine dell’offensiva delle FRCI in aprile, padre Jean-Louis percorre questa pista per portare aiuto ai rifugiati. In partenariato con il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, distribuisce cibo e sementi a quelli che sono fuggiti a causa della guerra civile… Il ritorno al villaggio è indispensabile perché queste popolazioni possano uscire dall’estrema povertà nella quale si trovano dal mese di aprile”
“Il nostro ruolo è quello di aiutare ad uscire da una concezione della teologia di retribuzione, secondo la quale chi ha l’HIV ha per forza fatto qualcosa di male”, spiega Beverly Haddad, teologa anglicana e direttrice del centro. Questo lavoro teologico non teme di opporsi a certi discorsi della Chiesa cattolica… che invitava all’astinenza e alla fedeltà coniugale e condannava l’uso del preservativo. “Che senso ha parlare di fedeltà quando i due terzi degli adulti sudafricani non sono sposati e non lo saranno mai?”
“Se la coabitazione tra le due religioni sembra felice in Mali, la Chiesa deve far fronte, da alcuni anni, ad una corrente di profondità che sta trasformando l’islam del paese. Predicatori, imam, radio libere difendono apertamente un islam rigorista e, quindi, marginalizzano i cristiani… Per rispondere a questa situazione, i Padri Bianchi hanno fondato nel 2007 un istituto di formazione cristiano-islamico”
“‘Dobbiamo denunciare la corruzione senza pensare a eventuali rischi. È il nostro dovere di pastori denunciare ciò che è male’, assicura il cardinale Christian Tumi… conosciuto per la sua parola sincera e schietta… nel 1999 il Camerun è stato percepito come il paese più corrotto al mondo… [Nonostante] un’azione di lotta contro la corruzione e l’appropriazione indebita di fondi pubblici… la corruzione continua tranquillamente come se niente fosse stato fatto”
In occasione della visita pastorale di Benedetto XVI in Benin questo fine settimana, La Croix descrive il terreno sociale e politico nel quale si sviluppa la Chiesa cattolica sul continente. “La guerra civile ha straziato il paese dal 1976 al 1992 e ha fatto quasi un milione di morti… sono stati istituiti diversi corsi di formazione ai diritti umani nelle dodici diocesi… che hanno come obiettivo l’unificazione e la riconciliazione del paese… ‘Si tratta di consolidare la democrazia, insegnando ai mozambicani ad operare per il bene comune e a costruire il loro futuro'”
Il riscatto dell’Africa e il ruolo della Chiesa al centro della visita di Benedetto XVI in Benin. Riconciliazione, giustizia e pace le vie indicate dall’esortazione apostolica Africae munus firmata ieri dal pontefice. L’appello ai politici.
Con la consegna dell’esortazione apostolica «Africae munus» ai vescovi africani si è concluso il viaggio del Papa in Benin. Una Chiesa vicina ai poveri e ai sofferenti, ai malati di Aids. «Il futuro dell’Africa speranza per tutti» “«Perché un paese africano non potrebbe indicare al resto del mondo la strada da prendere per vivere una fraternità autentica nella giustizia fondandosi sulla grandezza della famiglia e del lavoro?»”

 

 

Video

 

 

 

 

 

L’Africa, grande speranza della Chiesa

18-20 novembre: viaggio del Papa in Benin. Per la seconda volta nel suo pontificato, Benedetto XVI si reca in Africa.

 

Segno dell’importanza che il papa, che viaggia poco, accorda a “quell’immenso polmone spirituale” rappresentato, ai suoi occhi, dall’Africa. Il continente, in cui la metà della popolazione ha meno di 25 anni, costituisce per Benedetto XVI  la grande speranza della Chiesa”.

Qual è l’obiettivo di questo viaggio?

È un viaggio lampo che chiude una sequenza aperta nel marzo 2009 in Camerun. La prima visita di Benedetto XVI sul  continente era stata contraddistinta dalle dichiarazioni sul preservativo, la cui distribuzione, aveva detto, “aumenta il  problema” dell’aids. Ma Benedetto XVI aveva anche consegnato ai vescovi un documento di lavoro preparatorio al  sinodo dedicato a “La Chiesa cattolica in Africa” nell’ottobre dello stesso anno.
Quel documento, che analizzava senza compiacimenti la situazione della Chiesa nel continente africano e si soffermava  a lungo sui mali di cui soffre l’Africa – povertà, corruzione, instabilità politica, tensioni religiose ed etniche, tribalismo  – è servito in questi due anni da ruolino di marcia per i vescovi.
Durante una messa a Cotonou in Benin, il 20 novembre, Benedetto XVI consegnerà loro l’“esortazione apostolica”  post-sinodale, che costituisce la conclusione di quei lavori e dei percorsi individuati per migliorare il ruolo della  Chiesa cattolica nelle società africane e per promuovervi, come desidera il Vaticano, “la riconciliazione, la giustizia e la  pace”.

Quali sono i paesi in cui vengono vissute vere tensioni interreligiose?

Somalia, Rwanda, Liberia, Congo… Sono paesi    devastati da guerre micidiali, quattro tragedie. Ma sono anche esempi che mostrano che “se in Africa ci sono violenze e  guerre, queste non si confondono nella maggior parte dei casi con guerre di religione”, afferma Christian Coulon,   professore emerito alla facoltà di Scienze Politiche dell’università di Bordeaux e specialista per l’Africa. I motivi di  questo sono molti. A parte poche eccezioni (Sudan, Mauritania, Comore e Jibuti), gli Stati africani si dichiarano in grande maggioranza laici. Del resto, “a differenza di quanto è avvenuto nel resto del mondo, il cristianesimo e l’islam in  Africa sono stati reinterpretati secondo gli idiomi e i precetti della cultura africana – che – li hanno pervasi di uno  spirito di tolleranza”, spiega Akintude Akinade, professore di teologia all’università di Georgetown (USA).
Perché allora tante violenze religiose in Nigeria e in Sudan, con milioni di morti nell’ultimo mezzo secolo? L’analisi dei  conflitti riguarda una realtà molto più complessa e non si riassume in scontri tra cristiani e musulmani. Per il caso della  igeria, Christian Coulon preferisce mettere in primo piano “la cultura della violenza che si è instaurata con  l’esplosione urbana, con la guerra del Biafra, con la corruzione della classe dirigente, in particolare con la mancanza di  regole politiche.
Cultura nutrita da una segmentazione territoriale che ha portato alla creazione di 36 stati federati, che cercano ognuno  i stabilire le proprie frontiere e di affermare la propria identità, in un contesto in cui prevale la pluralità  religiosa ed etnica, anche se certi gruppi esercitano una certa egemonia”.
“Le cause sono etniche e politiche, non hanno nulla a che vedere con la religione”, è l’analisi di Sulaiman Nyang,  specialiste dell’Africa e dell’islam all’università Howard, a Washington. Quanto al Sudan, non è un caso se la seconda  guerra civile (1983-2005) tra il Nord musulmano e il Sud cristiano ed animista sia esplosa poco tempo dopo la  scoperta di petrolio in quella parte meridionale del paese. Anche qui “le poste in gioco sembrano essere non tanto  religiose quanto politiche e territoriali”, osserva Christian Coulon.
Da quest’analisi non si può però giungere alla conclusione della neutralità del fattore religioso nei conflitti africani,  tanto più che tale fattore si inserisce in un contesto di sconvolgimenti sociali, economici e politici del continente.  Christian Coulon ricorda ad esempio che “il rinnovamento religioso in Africa e la comparsa di nuovi movimenti  religiosi (musulmani, cristiani profetici, o altri) portano delle mobilitazioni che, in certe situazioni, sono anche  suscettibili di creare rivalità e conflitti tra comunità.

Qual è lo sguardo della Chiesa sull’Africa?

I vescovi africani e il Vaticano non esitano a denunciare l’insieme dei mali di cui soffre il continente. Vi vedono in parte  elle cause interne legate alla cattiva governance e alla corruzione dei poteri costituiti, ma chiamano in causa  anche chiaramente “l’Occidente” per un certo numero di derive.
Nel loro documento del 2009, i vescovi africani denunciavano “le forze internazionali che fomentano guerre per  smerciare le loro armi” e accusavano l’Occidente di “sostenere poteri che non rispettano i diritti umani” o di “rapinare  le risorse naturali” del continente. Il papa stesso aveva denunciato il mondo occidentale che, nonostante la fine del  “colonialismo politico”, “continua ad esportare rifiuti tossici spirituali” sul continente. Agli occhi del papa, l’Africa è globalmente minacciata da due rischi importanti, “il materialismo e il fondamentalismo religioso”, allusione alle Chiese  vangelical e all’islam. La gerarchia cattolica si preoccupa anche di una “perdita dell’identità culturale africana  che porta al lassismo morale, alla corruzione e al materialismo”.

Qual è la situazione della Chiesa cattolica in Africa?

La Chiesa cattolica gode di una certa autorità nei paesi in cui opera stabilmente da lunga data. Presente nella gestione  degli ospedali e delle scuole, costituisce talvolta una delle rare istituzioni stabili e perenni in paesi attraversati da crisi  ricorrenti.
Anche se non frequenti, le prese di posizione di certi vescovi che criticano apertamente i poteri costituiti migliorano  l’immagine della Chiesa. In altri casi, il fatto che membri del clero si compromettano con i potentati locali mina in parte  a credibilità della Chiesa.
Per quanto riguarda l’aspetto religioso, la chiesa cattolica deve confrontarsi con le pratiche legate a credenze  ancestrali ancora molto vive: pratiche occulte, libagioni, culto degli avi, sacrifici offerti agli idoli e agli dei, stregoneria. L’istituzione denuncia quelle tradizioni, talvolta praticate perfino da membri del clero, come “incompatibili con il messaggio evangelico”.
Il clero africano gode di una giovinezza e di una vitalità che a volte i paesi europei gli invidiano. Ma il comportamento  dei suoi rappresentanti suscita delle critiche. Alcuni di loro gestiscono attività commerciali parallelamente al loro  ministero o non sfuggono alla corruzione diffusa. Rese fragili da una cattiva gestione, certe diocesi sono in fallimento.  Roma rimprovera loro anche di non rispettare sempre il celibato.
Preso dalla sua dottrina, il Vaticano sviluppa a volte analisi lontane dalla realtà dei paesi africani, in particolare in  materia di controllo delle nascite, di morale sessuale o di lotta contro l’aids. Inoltre, la denuncia ricorrente di  “edonismo” e di “materialismo”, che, secondo il Vaticano, riguarda anche l’Africa, può apparire lontana per  popolazioni che vivono al limite della povertà.

Quali sono le sfide con cui la Chiesa deve confrontarsi?

Come in altre regioni del mondo, la Chiesa cattolica in Africa si deve confrontare con la concorrenza di ciò che i  vescovi chiamano “la proliferazione cancerosa delle sette di tutti i tipi”, in altre parole le Chiese protestanti  evangelical, in pieno sviluppo. La lettura letterale della Bibbia o le promesse di guarigione e di ricchezza vantate dagli  evangelical riguardano gruppi di popolazione che la Chiesa cattolica non riesce necessariamente più a convincere.  Aggiunto alla sopravvivenza delle credenze tradizionali, questo fenomeno è una fonte potenziale di indebolimento  della Chiesa, per la quale il continente rimane comunque una potenziale terra di evangelizzazione.
Spesso presente in paesi a maggioranza musulmana, la Chiesa cattolica denuncia anche regolarmente il proselitismo  musulmano, la difficoltà per i credenti di esercitare la loro libertà di coscienza e di convertirsi al cristianesimo, oltre al  fondamentalismo, portatore “di intolleranza e di violenza”.
I religiosi africani si sforzano di lottare contro “il pensiero unico occidentale, che ha influenze nocive” sulla famiglia e  sulla morale sessuale. Infine, di fronte all’emigrazione, i vescovi auspicano di “suscitare negli africani subsahariani un  sussulto per una rinascita dell’uomo nero” e invitano i loro governanti a prendere in mano i destini dei loro popoli.

in “Le Monde – Géo & Politique” del 13 novembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Africa. Quella religione che immola i bambini

 

con una denuncia diretta, Benedetto XVI ha criticato le religioni tradizionali africane che arrivano ad uccidere vecchi e bambini come in una moderna caccia alle streghe

 

Il primo personaggio a destra nella foto, accanto al papa, al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e al rabbino David Rosen, è il professor Wande Abimbola, nigeriano.

Ad Assisi, al “pellegrinaggio” promosso da Benedetto XVI lo scorso 27 ottobre, Abimbola ha preso la parola “a nome dei capi e dei seguaci delle religioni indigene d’Africa”. Lui stesso è sacerdote e rappresentante mondiale della religione Ifa e Yoruba, diffusa in larga parte dell’Africa subsahariana e arrivata anche nelle Americhe sulla rotta delle migrazioni.

Parlando ad Assisi, Abimbola ha chiesto che “alle religioni indigene africane venga dato lo stesso rispetto e considerazione delle altre religioni”.

E Benedetto XVI – che quando scrive i discorsi di suo pugno, come in questo caso, non è mai politicamente corretto – l’ha preso in parola.

Nel discorso tenuto poco dopo ai trecento esponenti religiosi e “cercatori della verità”, il papa ha espresso considerazioni critiche su tutte le religioni, comprese le religioni tradizionali africane. Le ha accomunate in una storia fatta anche di “ricorso alla violenza in nome della fede”: una storia, quindi, bisognosa per tutte di purificazione.

Ma due giorni dopo l’incontro di Assisi, Benedetto XVI è stato ancor più crudo e mirato. Ricevendo in Vaticano i vescovi dell’Angola in visita “ad limina”, ha denunciato una violenza che in nome delle tradizioni religiose africane arriva persino ad uccidere bambini ed anziani:

“Uno scoglio nella vostra opera di evangelizzazione è il cuore dei battezzati ancora diviso fra il cristianesimo e le religioni tradizionali africane. Afflitti dai problemi della vita, non esitano a ricorrere a pratiche incompatibili con la sequela di Cristo. Effetto abominevole di ciò è l’emarginazione e persino l’uccisione di bambini ed anziani, a cui sono condannati da falsi dettami di stregoneria. Ricordando che la vita umana è sacra in tutte le sue fasi e situazioni, continuate, cari vescovi, ad alzare la vostra voce a favore delle sue vittime. Ma, trattandosi di un problema regionale, è opportuno uno sforzo congiunto delle comunità ecclesiali provate da questa calamità, cercando di determinare il significato profondo di tali pratiche, d’identificare i rischi pastorali e sociali da esse veicolati e di giungere a un metodo che conduca al loro definitivo sradicamento, con la collaborazione dei governi e della società civile”.

Già due anni prima, nel 2009, nel corso del suo viaggio in Angola, Benedetto XVI aveva sollevato la questione:

“Tanti vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”.

E aveva anche respinto un’obiezione corrente nella stessa Chiesa:

“Qualcuno obietta: ‘Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità; e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità’. Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che senza Cristo la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo”.

Anna Bono, esperta di tradizioni africane, ha commentato sul giornale cattolico on line “La Bussola Quotidiana”:

“Ciò che il papa ha denunciato non succede solo in Angola. In Africa la stregoneria è una delle più radicate e persistenti istituzioni tribali. Se ne parla poco, forse anche perché la sua esistenza contraddice la prevalente rappresentazione delle comunità tradizionali africane come modelli di pacifica convivenza, tolleranza, equità e armonia sociale, depositarie di valori umani che l’Occidente avrebbe invece sacrificato al potere e al denaro”.

Nello stesso commento, Anna Bono riferisce alcuni casi recenti di uccisioni di bambini per motivi di stregoneria in vari paesi dell’Africa, o di loro mutilazioni “a causa delle proprietà speciali attribuite ai loro organi”, come avviene con gli albini.

C’è chi è rimasto stupito per una denuncia così esplicita di tali uccisioni, fatta da Benedetto XVI parlando ai vescovi dell’Angola.

I discorsi del papa ai vescovi in visita “ad limina”, infatti, passano sempre al vaglio della diplomazia vaticana, di solito molto prudente.

Questa volta, però, anche il revisore che se ne è più di tutti occupato, in segreteria di Stato, sapeva il fatto suo.

L’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu, oggi sostituto segretario di Stato per gli affari generali, cioè numero due del governo centrale della Chiesa subito dopo il cardinale Tarcisio Bertone, era nunzio in Angola quando Benedetto XVI visitò quel paese, con tappa precedente nel Camerun, e sollevò il velo su quell’abominio.

Il 18 novembre prossimo papa Joseph Ratzinger si recherà in Benin per consegnare a una rappresentanza di vescovi del continente l’esortazione apostolica conclusiva del sinodo dei vescovi del 2009, dedicato appunto all’Africa.

Sarà interessante vedere che cosa il documento dirà sulle religioni tradizionali africane.

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Il discorso del 29 ottobre 2011 di Benedetto XVI ai vescovi dell’Angola:

> “Nella gioia della fede…”

E l’omelia tenuta dal papa a Luanda il 21 marzo 2009:

> “Come abbiamo sentito…”

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Il commento di Anna Bono su “La Bussola Quotidiana”:

> La strage dei bambini “stregoni”

Il Cantico dei cantici letto dalle tre grandi fedi

Cantico dei cantici, un convegno a Venezia
di Viviana Kasam

Del Cantico dei Cantici si parlerà per tre giorni a Venezia, dal 3 al 6 novembre, in un convegno organizzato  dall’Università Ebraica di Gerusalemme che metterà a confronto studiosi delle religioni, filosofi, scrittori per esaminare il Cantico in tutti i suoi aspetti: quello letterario/poetico, quello mistico, quello filosofico, e il rapporto con altre tradizioni in cui il sesso può essere una strada per raggiungere l’estasi spirituale (per esempio il buddismo tantrico).
Ai seminari in inglese in francese (non è prevista la traduzione in italiano) parteciperanno Moshe Idel, considerato oggi il massimo studioso di Kabbalah , la scrittrice francese Eliette Abécassis, i filosofi Ami Bouganim e Monique Canto- Sperber (che insegna all’Ecole Normale Supérieure di Parigi), Yair Zakovitch, uno dei più quotati esperti biblici, Marco  Ceresa docente di letteratura cinese e studi culturali dell’Asia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Guy Stroumsa,  professore di religioni comparate dell’Università Ebraica di Gerusalemme, il presidente della stessa Università Menachem Ben Sasson, specialista di ermeneutica biblica, Clemence Boulouque, scrittrice specializzata in Kabbalah e  misticismo e Haim Baharier, noto per le sue vertiginose lezioni di ermeneutica biblica. E il giornalista Gad Lerner, che  parteciperà a un dibattito di grande attualità, domenica mattina, su sesso e potere.

 

 

Intervista a Moshe Idel, Haim Baharier e Enzo Bianchi

a cura di Viviana Kasam

Il Cantico dei Cantici: il poema d’amore più conosciuto, più commentato, più tradotto nella Storia, e anche il più  misterioso. Che cosa significa il titolo? Perché un poema così fortemente erotico è stato assunto sin dall’antichità  (Concilio di Yavnè, 90 d.C.), nel canone dell’Antico Testamento? E come mai nelle tradizioni religiose dell’occidente,  quella ebraica, quella cattolica, quella cristiana, la letteralità del testo, che descrive senza mezzi termini un amplesso, è  tata “freudianamente” rimossa in favore di una interpretazione mistica spesso tirata per i capelli, così forzata nel  diniego dell’evidenza da apparire quasi assurda ad un occhio laico e smaliziato?
Giriamo i quesiti a Moshe Idel, considerato oggi il massimo studioso di mistica ebraica, che insegna alla cattedra che fu  di Gershom Scholem, Haim Baharier, famoso per le sue lezioni di ermeneutica biblica diventate cult, e Padre Enzo  Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, scrittore, editore di Qiqajon, profondo conoscitore e interprete delle Scritture.

 

Perché il titolo?
Baharier: Se abbracciamo ciò che dice Rashi al riguardo si tratterebbe di una valutazione qualitativa: un canto sopra ogni canto. Oppure un canto per tutti i canti. Seguendo invece il commento di Rabbi Israel Salanter, il Cantico dei  Cantici è un testo paradigmatico della pluralità dei significati e nello stesso tempo dell’univocità: ossia una voce  profonda, separata, sempre identificabile.
Bianchi: Questo titolo – che coincide con la prima riga del testo: “Cantico dei Cantici, che è di Salomone” – è un  superlativo, dunque indica “il canto per eccellenza”, il più sublime tra tutti i canti cantati in Israele. I rabbini dicevano  che c’è una corrispondenza tra questa espressione e il Santo dei Santi, ovvero il luogo più interno del Tempio, sede  della presenza di Dio. E’ un modo simbolico per affermare che la parola di Dio è presente più che mai in questo piccolo  gioiello letterario.


Dunque l’autore fu davvero il re Salomone?

Baharier: Dal punto di vista storico saremmo legittimati ad avere dei dubbi. Se però immaginiamo una sorta di casting  dobbiamo ammettere che il ruolo di autore del Cantico ben si addice a Re Salomone.
Idel: Ritengo di no, il testo è probabilmente più tardo di qualche secolo rispetto al regno di Salomone, ma questa  attribuzione è stata fondamentale per far adottare il Cantico nel canone biblico.
Bianchi: Non è realistico attribuirlo al Re Salomone. Però c’è un senso logico in questa attribuzione, legato al fatto che  nel testo viene citato alcune volte (per l’esattezza sei) proprio il Re Salomone. Approfondendo questo dato, potremmo  chiederci: per una innamorata il suo amato non è forse sempre un re? In quest’ottica è bello pensare che i due  ersonaggi siano in qualche modo un re e una regina, anche se nella realtà materiale del testo sono più probabilmente  un pastorello e una pastorella. L’amore descritto è quello di due ragazzi, è l’amore di tutti i ragazzi innamorati. L’autore, hiunque egli sia, è certamente un poeta raffinato, capace di descrivere l’amore con grande maestria.

 

Ma di quale amore stiamo parlando: amore sacro, amore profano, o entrambi?
Idel: Secondo il suo significato originario, è un canto erotico secolare, che solo più tardi è stato allegorizzato sia nella  tradizione ebraica che in quella cristiana, per adattarsi a nuovi valori religiosi emersi più tardi, a partire dal primo  secolo dopo Cristo.
Bianchi: Direi che il Cantico celebra l’amore umano in tutte le sue infinite sfaccettature, alle quali si può alludere solo in  chiave poetica: la lontananza, il cercarsi, il rincorrersi, il ritrovarsi, l’amplesso… E’ significativo che il nome di Dio  compaia solo alla fine, quando si dice che l’amore è una fiammata, è un fuoco divino. In questo senso, nella tradizione  ebraica il Cantico è diventato ben presto simbolico dell’amore di Dio per il suo popolo; nella tradizione cristiana è  normalmente simbolico dell’amore tra Cristo e la Chiesa o, in ambienti monastici, tra Dio, tra Cristo e il singolo credente. In questo cammino il senso letterale del Cantico fu totalmente oscurato. Quando però si trattò di inserire  questo poema nel canone dell’Antico Testamento molti si opposero, proprio per gli espliciti riferimenti al sesso  contenuti in queste pagine. Fu Rabbi Akiva a farcelo entrare, durante il Concilio di Javne (fine del I secolo d.C.), insistendo sull’interpretazione simbolica di cui si diceva.
Celebri sono le parole da lui usate per giustificare tale inserimento: “Il mondo intero non è degno del giorno in cui il  Cantico dei Cantici è stato donato a Israele: tutte le Scritture infatti sono sante, ma il Cantico dei Cantici è il Santo dei Santi!”

in “www.ilsole24ore.com” del 30 ottobre 2011

 

 

Altri contributi

 

“Dopo tanta caccia al vuoto di Dio, sembra Ceronetti aggrapparsi alla preda di quelle consonanti materiche dei dossi e delle pietraie semitiche, quasi per scongiurare l’aveu della conclusione: «Forse perché sei la sera, la morte velata – Cantico, sacro Cantico – di te ho paura”. Il suo non dar tregua al testo…, il suo annerire di contrasti violenti i fondali… non fa che aumentare il fascino della tradizione del Cantico”
“La mia verità attuale sul ‘Cantico’ è questa: il ‘Cantico’ non è un testo mistico. Ha un doppio senso, ne è farcito, ma non un doppio fondo. Canta l’amore bucolico in modi che in nulla corrispondono ai nostri, di vivere e di concepire l’amore… Il Dio biblico integrale cercàtelo altrove: nei Profeti, nel libro dei Salmi, nell’Esodo, se vi può consolare…”

 

 

I difensori cristiani della laicità

Per chi guardi indietro non è insensato sperare che qualche idea per un’Italia migliore possa nascere dentro il cattolicesimo, inteso non come machina mobilitante o agenzia di senso, ma come stile, di compagnia della fede e degli  uomini. È già accaduto. Lo ha richiamato il messaggio di Benedetto XVI al presidente Napolitano per il 150°  anniversario dell’Unità d’Italia, con toni seri e troppo frettolosamente liquidati fra le parole di circostanza.
Cent’anni fa la stampa cattolica deplorava le «esplosioni di gioia settaria» in quella Roma che un non negoziabile  «disegno divino» aveva dato al Papa. Solo mezzo secolo fa, Papa Giovanni XXIII potè dire, come scrive nei suoi diari.  «finalmente la prima parola buona, dopo un secolo» al Paese.
E quando Giovanni Battista Montini osò definire «provvidenziale» la fine del potere temporale, in difesa del quale  erano state emarginate le migliori intelligenze della Chiesa cattolica, alla beatificazione di Antonio Rosmini sono  passati 45 anni.
Se oggi il vescovo di Roma e primate d’Italia saluta i festeggiamenti del 150° con un’apertura che ha irritato gli  integristi, è certo per il significato storiografico che Giorgio Napolitano e Giuliano Amato hanno saputo iscrivere in queste celebrazioni, ma non solo. Quando il Papa sottolinea come il conflitto che riguardò lo Stato e la Chiesa deflagrò  nei vertici, ma non riverberò «nella società», smussa la ruvidità dei fatti —la soppressione degli enti ecclesiastici, le  ultime esibizioni della ghigliottina pontificia, le scomuniche dei votanti, l’aggressività delle propagande, il disprezzo e  la censura ecclesiastica per chi riteneva superabile la questione romana e via dicendo. Ma di un fatto prende atto. E  cioè che se la Chiesa ha dato all’Italia una sponda nelle sue grandi crisi (Caporetto, 1’8 settembre, la morte di Aldo  Moro), l’Italia ha insegnato alla Chiesa cattolica che cosa è lo Stato.
Lo ha fatto «all’italiana», naturalmente: ondeggiando fra arroganze antireligiose e blandizie clericofasciste, fra illusioni  concordatarie e scosse del costume, con laicità pediatriche e recriminazioni plurime. Ma lo ha fatto: segnando un  punta di non ritorno nella Costituente e nella Costituzione. È lì che diverse generazioni di cattolici —vuoi quelli che  avevano sofferto del fascismo storico, come Alcide De Gasperi, vuoi quelli che temevano il revival di un fascismo mite,  come Giuseppe Dossetti — hanno potuto chiedersi come far scaturire una lezione dal timbro di vergogna che la tragedia del ventennio lasciava su tutte le culture politiche (le forze risorgimentali destinate a diventare partitini  nell’Italia repubblicana, i partiti del movimento operaio e il popolarismo stesso, votati a diventare organizzazioni di  massa) dimostratesi incapaci di fermare un Mussolini che si definiva «cattolico e anticristiano».
La Santa Sede, sul piano dottrinale, non facilitava il compito. Padre Giovanni Sale ha pubblicato i tre modelli di  costituzione che in Vaticano avevano immaginato per ‘Italia: una costituzione semifranchista, nella quale i valori  cattolici fossero imposti per legge; in subordine una costituzione confessionale fatta di privilegi clericali; alla peggio  una costituzione democratica, nella quale però tre punti (i Patti del 1929, la sanzione del matrimonio indissolubile, la  possibilità di creare scuole private) venissero sanciti.
Sul piano squisitamente politico le dialettiche interne al mondo vaticano aggiungevano poi altre criticità pratiche.  Alcuni esponenti della Curia romana infatti vedevano bene il moltiplicarsi dei partiti cattolici, così da rendere più  efficace il potere di guida e ricatto del mondo che parla sempre a nome del Papa. Altri — sarà il disegno di sempre del  cardinale Giuseppe Siri — pensavano a una organizzazione nella quale laici ossequienti, e se possibile potenti, si  organizzavano per rendere operativi i desiderata dell’autorità ecclesiastica. Altri, come monsignor Montini o  monsignor Dell’Acqua, il cui stretto rapporto con i «professorini» di Dossetti è documentato dal diario di Amintore  Fanfani, credevano invece che un grande partito di italiani cattolici e democratici avrebbe potuto far meglio la  Costituzione: evitare cioè fratture irreversibili ed evitare di riproporre condizioni irricevibili come ai tempi del non  expedit — pena la nascita di uno Stato destinato a rifluire verso un anticomunismo vuoto, dunque, nella sostanza,  fascista.
Capaci di decifrare questa dialettica, i costituenti cattolici riuscirono a far sì che la Santa Sede accettasse una  Repubblica nella quale il cattolicesimo non sarebbe contato perché capace di federare le organizzazioni (come nella  effimera vita dell’Opera dei Congressi, sciolta dal Papa nel 1904); o di esercitare una pressione sui partiti (come  sarebbe stato nei decenni compresi fra i Comitati civici e il Family Day), ma solo se e quando uomini e donne dalla  coscienza adulta (come diceva Pio XII) e dalle mani pulite fossero stati capaci di pensare politicamente le mediazioni  che fanno crescere la società come comunanza di «persone», nella cui tensione — e qui si sentiva l’effetto degli studi  patristici di Lazzati — si realizza la pedagogia stessa del Signore della storia.
Ironia della sorte, la maggior parte di quegli uomini veniva dalla Cattolica, la scuderia dalla quale padre Gemelli  contava di far uscire una classe dirigente clerico-fascista perfetta. E che invece polemizzano perfino con quei popolari  che avevano pagato un prezzo altissimo per i loro errori, come De Gasperi, incarcerato dai fascisti, o Sturzo, mandato  in esilio dalla Chiesa. Eppure sarebbero stati proprio i «professorini» gli architetti della Costituzione che risolveva in  radice il problema della «responsabilità» dei cattolici in politica — che per chi ce l’ha è il più inestirpabile dei valori di  fede e in chi non ce l’ha il più temibile dei vizi. Una generazione capace, nelle sue differenze, di usare il dialogo con  culture politiche non meno inesperte di democrazia, non come una concessione né come una astuzia, ma come un  modo di agire in una società pluralista di cui essere il sale, senza pretendere di farne una saliera.

 

in “Corriere della Sera” del 30 ottobre 2011

Halloween, la notte dei relativisti «Un rito che non ci appartiene»

 

L’anatema di due cardinali: snatura le feste della Chiesa.

 

Halloween nemica delle feste cattoliche di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti? Il dilemma si ripresenta da anni ad ogni fine ottobre.
Ma nel 2011 una differenza c’è. Riguarda la durezza con cui l’Arcidiocesi di Bologna del cardinale Carlo Caffarra ha  parlato di «brutta resa al relativismo dilagante», con tanto di nota sull’edizione bolognese di Avvenire, per la  manifestazione organizzata in piazza Re Enzo a base di zucche da intarsiare per Halloween dalla Coldiretti, associazione  di area cattolica. La curia invita a usare le zucche «per la vellutata o il ripieno dei tortelli». A Torino l’arcivescovo  Cesare Nosiglia rincara la dose: «La prossima festa dei Santi e la commemorazione dei fedeli defunti, tanto care alla tradizione anche familiare del popolo cristiano, da anni sono contaminate da Halloween. Tale festa non ha nulla a che  vedere con la visione cristiana della vita e della morte e il fatto che si tenga in prossimità delle feste dei santi e del  suffragio ai defunti rischia sul piano educativo di snaturarne il messaggio spirituale, religioso, umano e sociale che  questi momenti forti della fede cristiana portano con sé. Halloween fa dello spiritismo e del senso del macabro il suo  centro ispiratore».
Vincenzo Pace, docente di Sociologia della religione all’università di Padova, replica con una riflessione ottimista ma  che consegna un dubbio alla Chiesa: «Halloween non ha affatto soppiantato quella di Tutti i Santi. Il culto che la base  cattolica riserva proprio ai Santi è tuttora solidissimo. Io vivo a Padova e vedo cosa avviene ogni giorno alla Basilica di  ant’Antonio. La tradizione del pellegrinaggio perdura così come, ripeto, non conosce crisi il culto dei Santi. Direi  che resiste più della figura dello stesso Papa…». Affermazione interessante, visto che viene da un sociologo della religione. Pace respinge anche il nodo del relativismo: «Ricordo che le stesse figure dei santi sono relative, ciascuno ha il proprio “ambito” in cui esercita, secondo i credenti, una influenza».
Pippo Corigliano, scrittore (il suo «Preferisco il Paradiso» edito da Mondadori ha superato le 20 mila copie), per  uarant’anni responsabile delle relazioni esterne dell’Opus Dei, si schiera con i vescovi: «Hanno ragione, Halloween è  una moda importata dall’America che, come tutte le mode, inducono alla superficialità. La bonomia buongustaia  bolognese fa capolino anche in questo caso perché la nota della Curia invita a usare le zucche per i tortellini o per la  “vellutata”…». Detto questo, aggiunge Corigliano, «le feste di Tutti i Santi e della Commemorazione dei defunti sono comunque momenti sanamente inquietanti perché inducono a riflettere sull’aldilà. È bene ricordare che Gesù è stato  chiaro: esiste la vita eterna e l’immagine che usa più di frequente per illustrarla è quella del banchetto, cioè una  riunione di famiglia e di amici in cui si mangia e si sta bene assieme». Dunque una festa… «Un modo per far capire che  in Dio staremo bene e non ci mancherà nulla. Sarà come mangiare dei tortellini di zucca e anche meglio. In tutta Italia  si confezionano i dolci dei morti sotto forme molto svariate. L’importante è imitare Gesù nel suo amare tutti, altrimenti  ci sarebbe anche l’inferno col suo “pianto e stridore di denti”. Ma speriamo che l’argomento non ci riguardi».
Più problematico Brunetto Salvarani, teologo e critico letterario, impegnato nel dialogo interreligioso, direttore della  collana Emi «Parole delle fedi»: «Ritengo che il problema sia più ampio della questione legata ad Halloween e a una  possibile accusa di relativismo. C’è una questione di omologazione del tempo. Fino agli anni immediatamente  successivi alla Seconda guerra mondiale, in Italia gran parte dei credenti erano anche praticanti e, attorno alle  parrocchie, scandivano il tempo della propria vita con le festività». E ora, professor Salvarani? «Tutto diverso.
La pratica nelle chiese è quella che vediamo. Assistiamo a una sorta di nomadismo culturale, religioso e spirituale che  denota una trasformazione complessiva. Occorre porsi il problema se talune festività cattoliche abbiano perso la forza  di “parlare” ai fedeli».
Cosa dovrebbe fare il mondo cattolico? «Ci viene offerta un’occasione per stare dentro questa trasformazione, per  intercettarne i dati eventualmente positivi. La mutazione non dovrebbe vedere la Chiesa cattolica come semplice  spettatrice, se non addirittura come parte ostile. In una contingenza simile, non si può stare l’un contro l’altro armati».

in “Corriere della Sera” del 31 ottobre 2011

“Occupare Wall Street”

Il Vaticano sulle barricate

Alla vigilia del G-20 la Santa Sede invoca un’autorità politica universale che governi l’economia. Per cominciare, chiede che sia introdotta una tassa sulle transazioni finanziarie

 

A sentire padre Thomas J. Reese, professore alla Georgetown University di Washington e già direttore del settimanale dei gesuiti di New York, “America”, il documento rilasciato oggi dalla Santa Sede “è non solo più a sinistra di Obama: è più a sinistra anche dei democratici liberal ed è più vicino alle vedute del movimento ‘Occupare Wall Street’ che di qualsiasi membro del congresso americano”.

In effetti, il documento diffuso lunedì 24 ottobre dal pontificio consiglio della giustizia e della pace invoca niente meno che l’avvento di un “mondo nuovo” che dovrebbe avere il suo cardine in una autorità politica universale.

L’idea non è inedita. Era già stata evocata nell’enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, del 1963, ed è stata rilanciata da Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate” del 2009, al paragrafo 67.

La “Caritas in veritate”, però, diceva molto altro e molto di più e l’auspicio di un governo mondiale della politica e dell’economia non ne era sicuramente il centro.

Qui invece, l’intero documento ruota attorno a questa idea, richiamata fin dal titolo:

> “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale”

Quanto di utopico e quanto di realistico ci sia, nell’invocazione di tale governo supremo del mondo, è fatto intravedere dal generale disordine che le cronache dell’attuale crisi economica e finanziaria ci descrivono ogni giorno.

All’ambito del realistico e del praticabile appartiene però uno specifico elemento di innovazione auspicato dal documento: la tassazione delle transazioni finanziarie, altrimenti detta “Tobin tax”.

Il documento dedica ad essa poche righe. E si sa che la proposta è contrastata da forti e argomentate obiezioni. Come pure si sa che la sostengono economisti famosi, quali Joseph Stiglitz e Jeffrey Sachs.

Ma nel presentare il documento alla stampa, la Santa Sede ha deciso di schierarsi con grande risolutezza a favore della “Tobin tax”. Non solo chiedendo di “riflettervi”, come si legge nel documento, ma rispondendo punto per punto alle obiezioni e mostrandone la praticabilità e l’utilità già nell’immediato.

Questa apologia della “Tobin tax” è stata affidata all’economista Leonardo Becchetti, professore all’Università di Roma “Tor Vergata”. Ed egli ha svolto il suo compito con precisione e con ricchezza di dati:

> “L’aspetto positivo delle crisi…”

Sul tavolo dei capi di governo del G-20, che si riuniranno a Cannes, in Francia, il 3 e 4 novembre prossimi, ci sarà dunque questa netta presa di posizione della Santa Sede a favore dell’introduzione della “Tobin tax”, il cui gettito “potrebbe contribuire alla costituzione di una riserva mondiale per sostenere le economie del paesi colpiti dalle crisi”.

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POST SCRIPTUM – Per una critica del documento da parte di un grande economista, vedi in “Settimo cielo”:

> Il professor Forte boccia il temino targato Bertone

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