Riprende il dibattito sul fine vita (Dossier)

 

Rinunciare alla vita: cedimento o solidarietà?
di Bruno Forte
in “Il sole 24 Ore” del 4 dicembre 2011

Non è facile la riflessione che sto per proporre. Non lo è anzitutto perché davanti al mistero della morte, di qualunque  morte, ciò che più si addice è il silenzio. E non lo è perché qualunque parola si dica di fronte a questa morte comunque  inquietante – il “suicidio assistito” di Lucio Magri, un uomo pubblico, che ha vissuto con passione la storia dell’Italia  repubblicana -, si rischia di essere pregiudizialmente giudicati, quasi che la lettura di quel gesto comporti  inevitabilmente una presa di posizione ideologica, una sorta di sentenza scontata a seconda di chi intervenga.
Ecco perché ritengo giusto affermare che quanto cercherò di esprimere è parola “seconda”, che segue al silenzio  prolungato della riflessione e della preghiera, cui il mio cuore di credente si è immediatamente aperto di fronte alla  notizia, e volutamente rifugge da ogni giudizio sul sacrario della coscienza, in cui solo ciascuno può tentare di entrare  per sé, e dove, per chi ha fede, entra unicamente il giudizio dell’amore giusto e misericordioso di Dio.
Lucio Magri, dunque, giovane democristiano negli anni 50, passato poi attraverso le diverse avventure della sinistra  italiana, fondatore con altri de Il Manifesto e protagonista di non poche battaglie politiche su posizioni di critica spesso  adicale nei confronti dei “vincenti” di turno, ha comprato un biglietto di sola andata per la Svizzera, dove, in un  centro a ciò predisposto, in base alle leggi di quel Paese, si è fatto accompagnare fino all’atto estremo del suicidio, per  cui tutto era stato accuratamente predisposto. Gli amici, che nulla avevano potuto di fronte alla depressione che aveva  invaso quel cuore, specialmente dopo la morte della persona amata, sono stati puntualmente informati una  volta compiutosi l’atto estremo, senza ritorno.
Una scelta disperata? Una rinuncia finale a ogni possibile conforto, a ogni sia pur lieve barlume di speranza? O – come qualcuno ha dichiarato – una scelta da rispettare e basta, senza tener conto della possibile ricaduta che inevitabilmente  una simile azione, specialmente in quanto compiuta da un uomo pubblico, ha potuto o potrà avere su  altri? A rispondere a questi interrogativi può forse aiutare  la vicenda stessa di Magri. Siamo nell’Italia della metà degli  anni Cinquanta e il dibattito interno al partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, si va facendo  incandescente.
Fra i giovani militanti di quella forza politica si forma una consistente minoranza di sinistra, che riconosce i suoi  leaders proprio in Lucio Magri e altri. Furono questi a dar voce alla loro insoddisfazione di fronte a quello che  ritenevano l’immobilismo sociale e politico dei capi, dando vita al mensile “Il ribelle e il conformista”. Il nome del  periodico intendeva ricordare da una parte il foglio “Il ribelle” del partigiano cattolico bresciano, ucciso dai tedeschi,  Teresio Olivelli, e dall’altra il romanzo da poco pubblicato di Alberto Moravia “Il conformista”: una sorta di sì gridato al coraggio di chi lotta e dà la vita per la causa, e di no a chi rinuncia a lottare e si arrende alla logica dominante.
L’editoriale del primo numero, uscito nel gennaio 1955, faceva comprendere il perché di quel titolo: ispirandosi a  precise «scelte culturali» e ad «atteggiamenti morali», in specie all’«eredità della resistenza e della tradizione  dossettiana», il periodico si proponeva come voce e strumento di «un’esigenza strategicamente rivoluzionaria», al cui  servizio intendeva elaborare un discorso «rigorosamente politico», tale da giudicare «le forze e la situazione» e  individuare «una meta strategica, che definisse i successivi momenti tattici». Compito del mensile voleva essere  insomma quello di compiere una «rottura, il lancio delle ipotesi, l’inizio di un dibattito, in una parola, la battaglia delle  idee». L’appello era rivolto a tutte le forze giovanili italiane e trasudava – anche nel linguaggio fra l’ispirato e il  visionario – di un atteggiamento fondamentale di speranza, di reazione alla stasi, di nuovo inizio in nome di una  migliore città futura, accogliente e giusta per tutti.
Sono passati più di cinquant’anni da quel grido di riscossa giovanile. Ora Lucio Magri non può più far sentire la sua  voce, come peraltro da tempo mi pare avesse scelto di fare. Se n’è andato volontariamente a cercare la morte in un  Paese straniero, paradossalmente proprio quello che la militanza rivoluzionaria di alcuni anni fa avrebbe definito senza  scusanti un Paese “borghese”. Il suo ultimo respiro lo ha emesso nell’ambiente ovattato di una clinica deputata  ad assistere la volontà di farla finita di alcuni (si calcola un paio di centinaia di persone all’anno), una sorta di tempio  della morte desiderata e accompagnata per chi ha decisione e mezzi per farlo. A quanti credono che la vita è dono e che  solo al Dio donatore spetta di porle fine, la scelta appare evidentemente  inaccettabile, contraria alla vocazione  più profonda impressa nel cuore umano dal suo Creatore. Al di là di ogni giudizio morale, però, non mi sembra  impropria la domanda se questa sia stata una morte da “ribelle” o da “conformista”.
Di fronte alla deriva rinunciataria e al riflusso nel privato di molta cultura post-ideologica o – come si ama dire – “post- moderna”, l’impressione è di trovarsi dinanzi più a un cedimento che a una ribellione. Senza minimamente giudicare il  cuore, oggettivamente ritengo quest’atto tutt’altro che una riscossa anticonformista. Ciò di cui c’è bisogno, in tutti, e  specialmente in chi è più provato dall’attuale crisi economica e sociale, è un atto di coraggio, uno sforzo collettivo  perché nessuno cada nel baratro: insomma, una “ribellione”, non nel segno della violenza o dell’ideologia rivelatasi asfissiante e totalitaria, ma in quello della solidarietà, del l’amore umile e concreto, di quei piccoli (e grandi) segni di  speranza, di cui tutti abbiamo bisogno per vivere, amare e dare agli altri,
specialmente ai giovani, ragioni di vita e di speranza. Riflettere su questa morte potrà aiutarci, forse, ad amare di più la  vita e a volerla migliore per tutti.

 

 

Il momento della pietas
di Vito Mancuso
in “la Repubblica” del 1° dicembre 2011

Di fronte a un gesto estremo come quello di Lucio Magri è naturale che negli animi si accendano le passioni. E che da  queste sorgano giudizi di approvazione o disapprovazione a seconda delle provenienze culturali. Ogni coscienza  responsabile sa però che la complessa situazione del nostro mondo non ha certo bisogno di “kamikaze del pensiero” che  ripetono aprioristicamente convinzioni vecchie di secoli.
Ha bisogno piuttosto di analisi pacate e di conoscenza oggettiva perché l’etica non divenga un motivo in più di   divisione, ma realizzi la sua vera missione di far vivere in armonia gli esseri umani.
E in questa prospettiva si impone alla mente una prima inderogabile condizione: rispetto.
Aggiungo che se c’è una situazione in cui hanno senso le parole di Gesù «non giudicare» (Matteo 7,1), è proprio quella  nella quale un essere umano sceglie di porre fine alla sua vita. Sostengo in altri termini che, di contro a una tradizione  secolare che non ha esitato a condannare nel modo più crudo i suicidi, oggi il compito della teologia e della fede  responsabile è di sospendere il giudizio,
offrire dati, produrre analisi, al fine di generare pietas.
La riflessione umana presenta un dato sorprendente: mentre tutte le grandi tradizioni spirituali dell’umanità, sia  religiose sia filosofiche, condannano senza mezzi termini l’omicidio, per il suicidio le cose non sono altrettanto chiare.  Nelle religioni rimangono di gran lunga prevalenti le posizioni di condanna, com’è il caso di ebraismo, cristianesimo,  slam, e poi di induismo, buddhismo, confucianesimo. Il medesimo orientamento di condanna è maggioritario in  filosofia, come mostrano Platone, Aristotele, Kant, Hegel, Heidegger. Tra i filosofi però si danno anche punti di vista  che giungono a non condannare, talora anzi a valutare positivamente, il suicidio: così gli epicurei, gli stoici, Montaigne,  Nietzsche, Jaspers. Ma l’aspetto veramente sorprendente, soprattutto per un cristiano, è il fatto che la  Bibbia non condanni mai, in nessun luogo, il suicidio. L’hanno osservato nel ‘900 i maggiori teologi contemporanei, tra  cui Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer, Hans Küng. «Il suicidio non viene mai esplicitamente vietato nella Bibbia», scrive  Barth, aggiungendo che si tratta di «un fatto veramente seccante per tutti quelli che volessero comprenderla e  servirsene in senso morale!».
Sono una decina i suicidi narrati dalla Bibbia e per nessuno vi è una condanna. Anzi un suicida, per l’esattezza Sansone,  viene perfino ricordato dal Nuovo Testamento tra i padri della fede. Non deve stupire quindi che nella Bibbia si  ritrovino parole come queste: «Meglio la morte che una vita amara, il riposo eterno che una malattia cronica»  (Siracide 30,17). Nel libro di Giobbe si legge di uomini che «aspettano la morte», «che la cercano più di un tesoro»,  «che gioiscono quando la trovano» (Giobbe 3,21-22), e non per condannare questi uomini, perché chi viene  condannato è piuttosto chi sostiene con arroganza e intransigenza la prospettiva contraria come i cosiddetti amici di Giobbe cioè i dogmatici Elifaz, Bildad, Zofar, Elihu.
Certo, tutti sanno che dalla Bibbia emerge soprattutto il messaggio della sensatezza e della sacralità della vita, quello  secondo cui la nostra vita è «nelle mani di Dio» (Salmo 16,5), in Dio è «la sorgente della vita» (Salmo 36,10) ed esiste  quindi una sorta di rifugio imprendibile dentro cui la nostra energia spirituale più preziosa, detta tradizionalmente  anima, non corre pericolo: «Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere  l’anima» (Matteo 10,28).
Alla luce di questi dati emerge che il compito dei cristiani oggi non è di emettere condanne qualificando negativamente  e sofferte scelte di chi si suicida. È piuttosto di vivere la fede nella dimensione spirituale dentro cui  l’anima vive al sicuro, anche quando il corpo tradisce. È da questa prospettiva spirituale che io giungo a valutare  negativamente il suicidio, e a lottare perché la fiducia verso la vita non venga mai meno, ma si possa assaporare ogni  istante l’energia vitale che ci è stata data (se da un Dio personale o dall’impersonalità del processo cosmico, a questo  riguardo è una questione secondaria).
Concludendo l’articolo sul compagno di tante battaglie, ieri Valentino Parlato scriveva della necessità di «affrontare  l’attuale, e storica, crisi della sinistra, per ridare alle donne e agli uomini la speranza di un cambiamento, di una uscita  dall’attuale stato di mortificazione degli esseri umani».
Ottimo obiettivo, ma per raggiungerlo io non conosco modo migliore di ospitare fino all’ultimo dentro di sé un  sentimento di gratitudine verso la vita in tutte le sue manifestazioni, quel medesimo sentimento che ha portato Violeta  Parra a comporre e a cantare la sua bellissima canzone Gracias a la vida.

 

 

Liberi di vivere e morire
di Paolo Flores D’Arcais
iin “il Fatto Quotidiano” del 2 dicembre 20112

Se la tua vita non appartiene a te, amico lettore, ne sarà padrone un altro essere umano, finito e fallibile non meno di  te. Ti sembra accettabile? Su questa terra infatti si agitano e scontrano solo e sempre volontà umane, una volontà  anonima e superiore che si imponga a tutti, oggettivamente o intersoggettivamente, è introvabile. Chi ciancia della  volontà di Dio è blasfemo (come può pensare di conoscere ciò che è incommensurabile con la piccolezza umana?). In  realtà attribuisce a Dio la propria volontà, lucrando sulla circostanza che nessun Dio potrà querelarlo per  diffamazione. Il Dio cattolico di Küng considera lecita l’eutanasia, il Dio altrettanto cattolico di Ratzinger l’equipara all’omicidio. Perché in realtà si tratta dell’opinione di Küng e dell’opinione di Ratzinger, umanissime entrambe e non  più autorevoli della tua. Perciò, rispetto alla tua vita, o il padrone sei tu o il padrone è un altro “homo sapiens”, eguale  a te in dignità (così Kant, e ogni democrazia anche minima), vescovo, primario ospedaliero, pater familias o altra  “autorità” che sia. Ma poiché siamo tutti eguali, deve anche valere il reciproco: se il padrone della tua vita può essere  qualcun altro, tu potrai a tua volta decidere della sua vita contro la sua volontà. Se c’è davvero qualcuno che accetterebbe si faccia avanti. Ma non ce n’è nessuno. Nella realtà esistono solo “homo sapiens” finiti, fallibili e   peccatori come te e come me, amico lettore, che pretendono di imporre alle altrui vite la loro personale volontà, ma mai accetterebbero di essere soggetti ad analoga mostruosa prevaricazione.

PERCIÒ, senza perifrasi: il suicidio assistito è un diritto? Sì. Fa tutt’uno col diritto alla vita e alla libertà, inscindibili. La  “Vita” che qualcuno vuole “sacra” è infatti la vita umana, non il “bios” in generale (ogni volta che prendiamo un  antibiotico, come dice la parola, facciamo strage di “vita”), e la vita umana è tale perché singolare e irripetibile, cioè  assolutamente MIA. Se non più mia, ma a disposizione di volontà altrui, è già degradata a cosa: “Instrumentum  vocale”, dicevano giustamente gli antichi.

Per Lucio Magri la vita era ormai solo tortura. Per Mario Monicelli la vita era ormai solo tortura. Per porvi fine, Lucio Magri ha dovuto andare in esilio e Mario Monicelli gettarsi dal quinto piano.
La legge italiana vieta infatti una fine che non aggiunga dolore al dolore già insopportabile: su chi ti aiuta incombe una  condanna fino a 12 anni di carcere. E per “assistenza” al suicidio si intende anche quella semplicemente morale! Due  casi raccapriccianti di anni recenti: un coniuge accompagna l’altro nell’ultimo viaggio (solo questo: la vicinanza) e  deve patteggiare una pena di oltre due anni, altrimenti la sentenza sarebbe stata assai più pesante. Una signora di 54  anni, affetta da paralisi progressiva, decide di andare da sola in Svizzera, proprio per non coinvolgere la figlia.
Che tuttavia le prenota il taxi per disabili che la porterà oltre frontiera. È bastato per l’incriminazione: ha dovuto patteggiare un anno e mezzo di carcere.

MA QUANDO si vuole porre fine alla tortura che ormai ha saturato la propria esistenza, si ha sempre bisogno di  assistenza: il pentobarbital sodium non si trova dal droghiere, solo un medico lo può procurare. L’alternativa è  appunto l’esilio o lo strazio estremo dell’angoscia aggiuntiva: gettarsi sotto un treno o nel vuoto o nella morte per  acqua. Le anime “virili” che si sono concessi perfino l’ironia (“se uno vuol farla finita ha mille modi, senza piagnistei di  ‘aiuto’”: i blog ne sono pieni), hanno davvero oltrepassato la soglia del vomitevole.

Altre obiezioni grondano comunque ipocrisia o illogicità. “Se vedi uno che si sta impiccando che fai, rispetti la sua  libertà o intanto lo salvi?”. Ovvio che lo salvo, poiché potrebbe essere un momento di sconforto. Ma i casi di cui  parliamo sono sempre e solo riferiti a scelte lungamente maturate, ponderate, ribadite. Lucidamente e  incrollabilmente definitive (a maggior ragione se chi vuole morire subito è un malato terminale comunque condannato   morte). Da rispettare, dunque, se a una persona si vuole bene davvero: anche se la fine della sua tortura ci procura il dolore della sua assenza per sempre.

ALTRETTANTO pretestuosa l’accusa che il medico verrebbe costretto a praticare l’eutanasia a chiunque la chieda.  Nessuno ha mai avanzato questa richiesta, ma solo il diritto – per il medico che questo aiuto vuole dare – di non  rischiare il carcere come un criminale. Spiace perciò particolarmente che Ignazio Marino, clinico e cittadino dai molti  meriti, abbia dichiarato: “Non dividiamoci tra ‘pro vita’ e ‘pro morte’, il tifo da stadio non è giustificabile di fronte alla  fragilità umana”.
A parte la scurrilità del “tifo da stadio”: essere “pro choice” non è essere “pro morte” ma per la libertà di ciascuno di  decidere liberamente, mentre troppi “pro vita” sono semplicemente “pro tortura”, poiché pretendono di imporla a chi  invece la vive come peggiore della morte. Tu hai tutto il diritto di dire che mai e poi mai ricorrerai al suicidio assistito,  che la sola idea ti fa orrore. Ma che diritto hai di imporre questo rifiuto a me, cui fa più orrore la tortura, visto che  siamo cittadini eguali in dignità e libertà?

 

 

Il cardinal Martini e la morte
di Armando Massarenti
in “Il Sole 24 Ore” del 4 dicembre 2011

Nell’introduzione al recente «Meridiano» dedicato a Carlo Maria Martini, Marco Garzonio ricorda la copertina che il cardinale scrisse per la Domenica del Sole 24 Ore il 21 gennaio 2007, «Io, Welby e la morte». «A un mese di distanza  dalla morte di Piergiorgio Welby, l’uomo malato di Sla cui la Chiesa non aveva concesso i funerali religiosi» ricorda  Garzonio, Martini scriveva: «Con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio, costituite  negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico». Il cardinale ai tempi era già affetto dal  Parkinson, ed era consapevole degli effetti progressivamente invalidanti della malattia. «Si può allora immaginare – scrive Garzonio – quanto le sue argomentazioni fossero arricchite dalla sofferenza provata sulla propria pelle oltreché  dalle ragioni della teologia, del diritto e della morale». Si incentravano in particolare sulla nozione di “accanimento  terapeutico”: «Per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi  matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le  condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la  volonta del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di  valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate».  Ecco, il punto è tutto in quel «non può essere trascurata la volontà del malato». Ancor più laicamente io direi che la  volontà del malato è decisiva. Ma la cauta espressione del cardinal Martini, presa sul serio, sarebbe già sufficiente per evitare lo scempio della nostra libertà previsto dalla legge sul testamento biologico elaborata dall’attuale Parlamento.

 

 

Il dibattito

 

Anche quest’oggi diamo spazio alle riflessioi sul suicidio “”non siamo padroni della vita! Ma padrone della vita non può essere nemmeno il caso, o la malattia, o la tecnologia, o lo stato con le sue leggi e lei stessa, chiesa, che della vita dovrebbe essere serva, non padrona!” “E’ questa presa di coscienza della complessità del problema che manca ai teologicchi di oggi, semplici megafoni amplificatori della “Voce del Padrone”! ” (ndr.: la riflessione svolta riguarda il suicidio, non il suicidio assistito, che pone dei problemi ulteriori)
“Scorretto parlare di confronto tra “pro vita” e “pro morte”. Nel mondo anglosassone si parla di “pro choice”…
“esiste, a mio avviso, una differenza profonda tra sospendere terapie che hanno il carattere della straordinarietà o sono ritenute sproporzionate dal paziente, come può essere la nutrizione artificiale oppure un intervento chirurgico, e porre volontariamente fine alla vita di un essere umano attraverso la somministrazione di un farmaco letale”
Il gesto estremo, se proprio si vuole compierlo, bisogna affrontarlo da soli, senza complicità di sorta. Pretendere di farsi assistere nel suicidio è una mostruosità logica e giuridica, prima amcora che religiosa
  • Lucio e il volo di Giancarla Codrignani in l’Unità del 2 dicembre 2011
“Lucio Magri era un uomo di fede. Laica, laicissima… la fede è pericolosa, soprattutto quando un dio viene sostituito da un’idea … di salvezza umana. Se un Papa avesse una fede così e volesse chiamare cristiano “questo” mondo, si suiciderebbe… Per chi continua, senza ali, con i piedi per terra, a fare politica, cioè alimenta per sé e per altri la speranza, il sentimento del limite umano incomincia a far male dentro….
Nalla bibbia non c’è alcun divieto al suicidio, non c’è un Dio che condanni a vivere. ” si tratta di considerare tutte le persone come dei soggetti liberi, responsabili dei propri atti… e di dar loro il desiderio di scegliere ancora la vita nono stante tutto”
“Mi è preziosa la facoltà di scegliere se vivere o morire, e però mi fa disperare e ribellare l’eventualità che una persona che amo scelga di morire… Ci sono due gruppi nei quali il suicidio infierisce: i giovani, e i carcerati… Non si sceglie di morire come per una liberazione: questo è un eufemismo. Si sceglie, o ci si rassegna, a non poter più essere liberati…”
“si deve rispettare la coscienza seria di chi non vede più un senso umano, che anche Dio vuole per la nostra vita, della propria sofferenza esistenziale”
“Esiste un diritto di morire? Si può legittimamente programmare la propria morte, facendosi aiutare da un medico? Ognuno di noi ha sicuramente il diritto di essere riconosciuto come soggetto della propria vita fino alla fine, anche in punto di morte…”
Austria “Nella sua ultima “lettera alle parrocchie” del settembre 2011 si dichiarava favorevole a “quasi tutte” le richieste dell’Appello alla disobbedienza” e a questo proposito argomentava: “I parroci della Initiative, che conosco personalmente, non sono dei rivoluzionari, ma preti appassionati.”
“Tutto può essere perdonato, salvo la sovrana decisione di sé. In tanti Paesi che si pretendono democratici questa libertà è oggi considerata una solida conquista. A quando la compiutezza di un diritto che emancipi la nostra Repubblica dai condizionamenti della Chiesa? “

 

 

 

 

«La crisi è un travaglio, se ne esce insieme»

Discorso alla città di Milano del Crad.Scola

«Crisi e travaglio all’inizio del terzo millennio» è il titolo del primo «Discorso alla città» che il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, pronuncerà alle 18 durante la celebrazione vigiliare di sant’Ambrogio nella basilica dedicata al patrono della città e compatrono della diocesi. Ai Primi Vespri saranno presenti autorità, istituzioni e comunità etniche di Milano. Anticipiamo qui un passaggio del discorso che Scola pronuncerà stasera, martedì 6 dicembre.

L’allora Cardinale Montini, in occasione della festa di Sant’Ambrogio 1962, fece questa preziosa osservazione: «Siamo ormai così abituati noi moderni a considerare questa distinzione del profano dal sacro, che facilmente pensiamo i due campi non solo distinti, ma separati; e sovente non solo separati, ma ciascuno a sé sufficiente e dimentico della coessenzialità dell’uno e dell’altro nella formula integrale e reale della vita». Con questa sensibilità e con lo sguardo orientato al Santo Patrono vorrei offrire qualche riflessione sul delicato frangente che stiamo attraversando.
Entrare nei meandri della crisi economica e finanziaria è, per la stragrande maggioranza dei cittadini, un’impresa impervia. Qualsiasi analisi appena un po’ meno che generica diventa presto inintelligibile al profano. Così il discorso economico, e ancor più quello finanziario, si è fatto lontanissimo dalla possibilità di comprensione di coloro che pure ne sono i destinatari e gli attori finali, cioè tutti.
È necessario che l’economia e la finanza, senza ovviamente prescindere dal loro livello specialistico, non rinuncino mai ad esplicitare quello elementare e universale. Tutti debbono poter capire, almeno a grandi linee, la “cosa” con cui economia e finanza hanno a che fare. Non si può accettare una riflessione e una pratica dell’economia che prescinda da una lettura culturale complessiva che inevitabilmente implica un’antropologia ed un’etica.
A questo proposito mi sembra decisiva la prospettiva con cui si sceglie di guardare all’odierna situazione. Parlare di crisi economico-finanziaria per descrivere l’attuale frangente di inizio del Terzo Millennio non è sufficiente. A mio giudizio la crisi del momento presente chiede di essere letta e interpretata in termini di travaglio e di transizione.
Questo tempo in cui la Provvidenza ci chiama più che mai ad agire da co-agonisti nel guidare la storia è simile a quello di un parto, una condizione di sofferenza anche acuta, ma con lo sguardo già rivolto alla vita nascente: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16, 21). Il travaglio del parto esige però dalla donna l’impegno di tutta la sua energia umana. Così anche noi, cittadini immersi nella crisi economico-finanziaria, siamo chiamati a metterci in gioco, impegnando tutta la nostra energia personale e comunitaria. Il domani avrà un volto nuovo se rifletterà la nostra speranza di oggi. Una «speranza affidabile» deve quindi guidare le nostre decisioni e la nostra operosità.
Parlare di travaglio, e non limitarsi a parlare di crisi economico-finanziaria, vuol dire non fermarsi alle pur necessarie misure tecniche per far fronte alle gravi difficoltà che stiamo attraversando.
Secondo molti esperti la radice della cosiddetta crisi starebbe nel rovesciamento del rapporto tra sistema bancario-finanziario ed economia reale. Le banche sarebbero state spinte a dirottare molte risorse che avevano in gestione (e quindi anche il risparmio delle famiglie) verso forme di investimento di tipo puramente finanziario. Anche a proposito della nostra città si è potuto affermare: a Milano è rimasta solo la finanza.
Non spetta a me confermare o meno tale diagnosi. Voglio, invece, far emergere un dato che reputo decisivo: nonostante l’ostinato tentativo di mettere tra parentesi la dimensione antropologica ed etica dell’attività economico-finanziaria, in questo momento di grave prova il peso della persona e delle sue relazioni torna testardamente a farsi sentire.
In vista della necessaria ricentratura antropologica ed etica dell’economia – domandata a ben vedere dalla stessa ragione economica – è giusto riconoscere, come da più parti si è fatto, che la radice patologica della crisi sta nella mancanza di fiducia e di coesione.
Dalla crisi si esce solo insieme, ristabilendo la fiducia vicendevole. E questo perché un approccio individualistico non rende ragione dell’esperienza umana nella sua totalità. Ogni uomo, infatti, è sempre un “io-in-relazione”. Per scoprirlo basta osservarci in azione: ognuno di noi, fin dalla nascita, ha bisogno del riconoscimento degli altri. Quando siamo trattati umanamente, ci sentiamo pieni di gratitudine e il presente ci appare carico di promessa per il futuro. Con questo sguardo fiducioso diventiamo capaci di assumere compiti e di fare, se necessario, sacrifici.
Da qui è bene ripartire per ricostruire una idea di famiglia, di vicinato, di città, di Paese, di Europa, di umanità intera, che riconosca questo dato di esperienza, comune a tutti gli uomini.
Non basta la competenza fatta di calcolo e di esperimento. Per affrontare la crisi economico-finanziaria occorre anche un serio ripensamento della ragione, sia economica che politica, come ripetutamente ci invita a fare il Papa. È davvero urgente liberare la ragione economico-finanziaria dalla gabbia di una razionalità tecnocratica e individualistica. Ed è altrettanto urgente liberare la ragione politica dalle secche di una realpolitik incapace di capire il cambiamento e coglierne le sfide. La politica, nell’attuale impasse nazionale e nel monco progetto europeo, ha bisogno di una rinnovata responsabilità creativa perché la società non può fare a meno del suo compito di impostazione e di guida. A questa assunzione di responsabilità da parte della politica deve corrispondere l’accettazione, da parte di tutti i cittadini, dei sacrifici che l’odierna situazione impone. Per sollevare la nazione è necessario il contributo di tutti, come succede in una famiglia: soprattutto in tempi di grave emergenza ogni membro è chiamato, secondo le sue possibilità, a dare di più. Chi ha il compito istituzionale di imporre sacrifici dovrà però farlo con criteri obiettivi di giustizia ed equità, inserendoli in una prospettiva di sviluppo integrale (“Caritas in veritate”) che non si misura solo con la pur indicativa crescita del Pil.

 

Angelo Scola, arcivescovo di Milano

Cristiani e adulti

 

Due libri che giungono dal cattolicesimo vallone ci danno delle piste perché la Chiesa viva, nonostante le pesantezze dell’istituzione.
La Chiesa è forse in pericolo di vita? L’abisso che si crea tra le pratiche della base e le parole della gerarchia è tale che  “la Chiesa imploderà”, diagnostica Paul Löwenthal. L’ex presidente del Consiglio interdiocesano dei Laici (CIL) del  Belgio francofono conosce bene la vita delle comunità cattoliche.
Nel luo libro Ne laissons pas mourir l’Eglise. Foi chrétienne et identité catholique (Non lasciamo morire la Chiesa.  Fede cristiana e identità cattolica), passa in rassegna tutte le sfide a cui si trova confrontata. Non esita a porre  domande accusatrici ad un magistero ipertrofico che, sempre più, irrigidisce la tradizione. Forse che il magistero è lui  solo esperto in umanità? Che cosa ne fa, della libertà di coscienza? Della misericordia verso coloro che sono in  situazioni dolorose? Del riconoscimento dell’autonomia umana?
Dopo questa constatazione di un fallimento cocente della Chiesa nella modernità… e nei confronti delle persone più  impegnate, l’autore delinea il programma del cristiano adulto: libertà, responsabilità e apertura. Che continui ad agire  e ad impegnarsi: la moltiplicazione delle iniziative finirà per “far vacillare i capi”. Paul Löwenthal si ribella contro una  religione che invita ad osservare delle regole e chiede una Chiesa cattolica… più cristiana. Il discorso è a volte un po’ ripetitivo, ma l’analisi è acuta e colpisce nel segno. Molti cattolici fedeli al Vaticano II saranno d’accordo con lui.

 

Così come si troveranno a loro agio in “L’Eglise quand même. A l’écoute du peuple de Dieu (La Chiesa comunque. In  ascolto del popolo di Dio).Questo testo collettivo nato anch’esso nel CIL (Consiglio interdiocesano dei Laici), unisce  ugualmente analisi severa e amore per la Chiesa. Non è per la qualità letteraria che questo opuscolo è degno di  interesse, ma perché è frutto di una serie di inchieste, di conversazioni, di testimonianze di cattolici che ci svelano il  loro vissuto e le loro riflessioni sul “fare Chiesa” e sulle gioie e le difficoltà che vi vivono.
Presenta una valutazione della situazione, seguita dagli auspici espressi nell’inchiesta: una Chiesa fondata su piccole  comunità conviviali e fraterne che vivono la corresponsabilità in tutti i ministeri in uno spirito democratico. Sapendo  che l’essenziale è che il Vangelo sia meglio annunciato e ascoltato. Il CIL deduce dall’inchiesta dieci punti per dare  indicazioni sul futuro della Chiesa.

 

 

Ne laissons pas mourir l’Église. Foi chrétienne et identité catholique, Paul Löwenthal, Mols, 302
p., 22 €
L’Église quand même. À l’écoute du peuple de Dieu, Conseil interdiocésain des Laïcs, Fidélité, 120
p., 11,95 €

 

in “www.temoignagechretien.fr” del 29 novembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

Paolo Dall’Oglio: La sete di Ismaele

 

Siria, ecco il monastero dove le fedi si incontrano

 


Un diario dal deserto. Gli articoli che padre Paolo Dall’Oglio ha scritto dal 2007 per il mensile internazionale «Popoli» sono ora raccolti nel volume La sete di Ismaele, in libreria da domani (Gabrielli, pagine 144, euro 12,00, introduzione  di Stefano Femminis). Il libro è arricchito dalla prefazione – di cui anticipiamo una parte – del giornalista e scrittore  Paolo Rumiz, che ha visitato l’antico monastero in cui ha sede la comunità monastica di  (www.deirmarmusa.org),  fondata da padre Dall’Oglio nel 1991 e dedita all’accoglienza e al dialogo interreligioso, in particolare con l’Islam. È dei  giorni scorsi la notizia che il religioso ha ricevuto dal governo siriano un decreto di espulsione, a causa del suo  impegno a favore della riconciliazione: sono in corso trattative con la Chiesa locale affinché l’effettività del decreto sia sospesa e il gesuita possa restare.

Deir Mar Musa. Il nome mi chiamava come una fata morgana, come la nostalgia di qualcosa di antico, qualcosa che  avevo dimenticato ma continuava ad agitarsi nel fondo dell’anima.
Quella fortezza della fede, arroccata sugli ultimi precipizi del Monte Libano davanti al deserto siriano, era una tappa  ineludibile del mio viaggio verso la Terra Santa. Cercavo i cristiani d’Oriente, eppure a parlarmi per primo del  monastero retto dal gesuita Paolo Dall’Oglio non era stato un prete ma un musulmano d’Italia. «Vai a vedere – aveva  detto – un luogo dove la tua fede ha imparato a convivere con l’islam». E aggiunse parole lusinghiere sulla capacità di  quel suo priore molto sui generis di capire il mondo musulmano pur tenendo dritta la barra del cristianesimo in quel  difficile avamposto.
Così andai, e già la lunga strada di avvicinamento lungo l’Anatolia fino alle terre alte del Tigri (dove comunità cristiane  di lingua aramaica vecchie di quasi due millenni resistevano miracolosamente alla pressione del nazionalismo islamico  urco) aveva ribaltato molte delle mie false certezze. Credevo, prima di prendere quella lunga strada, di  allontanarmi dal baricentro, dai punti di riferimento più forti della mia fede, e invece constatavo che proprio  allontanandomi da Roma avvertivo la presenza di un messaggio cristiano più limpido, cristallino, sempre più vicino alla sua fonte originaria, e sempre meno disturbato da tentazioni di egemonia e di potere. Era come se mi fosse  possibile prendere atto della mia identità e della mia cultura religiosa d’origine solo in terre dove il cristianesimo era  decisamente minoritario, se non addirittura perseguitato.
Erano passati, non dimentichiamolo, appena quattro anni dall’attentato alle Torri gemelle, e il discorso del conflitto di  civiltà era stato semplificato ad arte dai seminatori di zizzania come scontro religioso. Era anche per reagire a questa  semplificazione che avevo intrapreso quel viaggio tra i miei cugini d’Oriente, un viaggio che mi portava fatalmente a  sconfinare, un giorno sì e uno no, nei territori dell’ebraismo e della fede musulmana. Così, quando in una sera di  temporale imminente arrivai al monastero fortificato di Mar Musa, mi ero già reso conto che religiosi da prima linea  come Paolo Dall’Oglio si trovavano, con la loro semplice presenza, non soltanto a combattere con le infinite  suscettibilità del mondo musulmano, ma anche a scontare sulla loro pelle (con molte eccezioni s’intende) le  incomprensioni e i pregiudizi dei loro referenti d’Occidente. Di queste il priore di Mar Musa non volle mai parlarmi, ma  era mia ferma convinzione che esse ci fossero.
Ebbi la conferma, lì a Mar Musa, che per farsi riconoscere, il cristianesimo aveva anche bisogno di capire come Cristo e   discepoli erano visti dagli altri popoli del Libro. Nel suo ineguagliabile L’Usage du monde, Nicolas Bouvier racconta  del viaggio compiuto negli anni Cinquanta fino al subcontinente indiano. Nella tappa afghana egli narra di aver trovato  nel bazar di Kabul una raffigurazione di Gesù che ascendeva al cielo circondato da apostoli armati. Per un musulmano era magari concepibile che un profeta della bontà di Isa accettasse di essere catturato senza difendersi, ma era  assolutamente inammissibile che i suoi uomini rinunciassero a difenderlo. Vili, codardi, non avevano reagito. E  soprattutto, rinunciando a uccidere dei malvagi, essi avevano favorito la catena del male. La raffigurazione di discepoli  armati altro non era che il desiderio dei musulmani di rendere più presentabile il martirio di quel sant’uomo.  Ancora più interessante la visione degli ebrei ortodossi, così come mi era stata vivacemente spiegata da un rabbino  gerosolimitano di nascita italiana. Il difetto maggiore di Cristo? Non si era sposato, non aveva figli. Chi non fa figli non è  un uomo e non ascolta i comandamenti di Elohim: crescete e moltiplicatevi. E allora, mi disse, come fa a essere dio  uno che non è nemmeno uomo? E che dire dei discepoli, questi scioperati perdigiorno che avevano rinunciato alla  fatica della terra e del lavoro? Che garanzie di serietà potevano dare questi scapoloni a zonzo capaci di vivere solo alle spalle altrui? Sì, era fondamentale ascoltare storie così, sentire il parere degli “altri” per raccontare la “nostra” identità  con maggiore forza e consapevolezza.
Una sera pregammo insieme, in quel monastero che altro non era che la “reception” di un arcipelago di grotte  eremitiche sparse nelle rocce circostanti. Risuonarono antiche litanie, sentii la bellezza della preghiera cristiana  formulata in lingua araba, e la parole-chiave attorno cui tutto ruotava era “nur”, luce. Cantava Paolo Dall’Oglio dentro  una chiesa buia, dove la luce, appunto, era solo un raggio che entrava da una feritoia verso Oriente. Fu da quel viaggio  che cominciai a cercare la mia fede proprio nelle periferie, negli avamposti, nelle trincee di mondi considerati a rischio   nel profondo di stati marchiati come “canaglia” dalla geopolitica banalizzata dell’Occidente.
Ad Antiochia – incontrando la mia compagna di viaggio Monika Bulaj – una donna che si era convertita al  Cristianesimo e subiva per questo non poche ritorsioni, aveva spostato una tendina in casa sua e mostrato, dietro, un  foglio di giornale illustrato con la raffigurazione di Cristo. Sospirò e spiegò perché aveva deciso di seguirlo. «Come fai a  non fidarti di uno con un viso simile?», riassunse così il concetto, prima di riempirci il sacco da viaggio di frutta secca e caffè che a lei dovevano essere costati una fortuna.

Paolo Rumiz
in “Avvenire” del 4 dicembre 2011

Per una riforma del sistema finanziario internazionale. Nota

«La Santa Sede come gli indignados: tassare le transazioni finanziarie» (La Stampa); «Serve un’autorità finanziaria mondiale» (Avvenire); «Vaticano molto liberal e anti finanza globale» (Il Foglio). Presentata il 24 ottobre in vista della riunione dei capi di stato e di governo del G20 (Cannes, 3-4 novembre), ma anche nel bel mezzo della crisi finanziaria che ha investito l’Italia, questa nota del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, intitolata Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica italiana in misura maggiore di quanto non accada di solito per questo genere di testi. Il documento analizza l’attuale emergenza economica e finanziaria globale alla luce di alcuni capisaldi della dottrina sociale della Chiesa, in particolare le due encicliche sullo sviluppo umano Populorum progressio di Paolo VI (1967) e Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009), al fine di offrire un «contributo che può essere utile per le deliberazioni» del G20, condiviso in «spirito di discernimento» (card. P.K.A. Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace).

Regno-doc. n.19, 2011, p.608

 

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Il Vaticano e i liberali
di Jérôme Anciberro

in “www.temoignagechretien.fr” del 24 novembre 2011(traduzione: “www.finesettimana.org”)

La nota del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace “per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale  ella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale”, resa pubblica il 24 ottobre scorso, è passata  alquanto inosservata nella maggior parte dei media francesi, in particolare nelle testate più specializzate per l’economia.
Questo era già capitato con Caritas in veritate, l’enciclica sociale del papa pubblicata nel 2009, la cui ambizione  tuttavia era molto più ampia e il cui statuto canonico completamente diverso. Per la nota di Giustizia e Pace si sono  ritenute sufficienti, nella maggior parte dei casi, un dispaccio di agenzia ed un breve articolo (condiscendente).

Levata di scudi
Per saperne di più, bisognava leggere la stampa confessionale, o andare sui blog specializzati.
Allora ci si rendeva conto che quella nota era stata molto presto oggetto di un aspro dibattito all’interno di certi  ambienti cattolici. In discussione: la critica esplicita dell’ideologia liberale e la proposta di creazione di una vera autorità politica mondiale.
Denunciando “l’apriorismo economico”, “l’ideologia del liberalismo economico, “l’ideologia utilitaristica”, ma anche  “l’ideologia tecnocratica”, la nota del Consiglio ricorda anche l’analisi proposta da Benedetto XVI in Caritas in Veritate  che considera la crisi non solo come una crisi di natura economica e finanziaria, ma essenzialmente di natura morale.
Generalmente, queste considerazioni teoriche molto critiche sul liberalismo non sono affrontate da coloro che si  oppongono al documento. E quando lo sono, è per essere messe sul conto di una tardiva influenza marxisteggiante che  si farebbe sentire a Giustizia e Pace.
Lo sguardo rivolto alla crisi morale delle nostre società generalmente non è neanche messo in discussione  frontalmente dagli avversari liberali del documento del Pontificio Consiglio. Ma appena la nota affronta questioni  concrete come la tassazione delle transazioni finanziarie o la costituzione di quella famosa “Autorità mondiale” che  potrebbe regolamentare in maniera efficace certi meccanismi politici e finanziari sulla base del principio di  sussidiarietà, le critiche si fanno più severe… o scaltre.
Un esperto anonimo citato dal sito francese cattolico-liberale Liberté politique (1) spiega ad esempio che il progetto di  istituire un’autorità mondiale evocando il principio di sussidiarietà rientra in un esercizio di “alta acrobazia  intellettuale”.

autorità mondiale
Le misure come la Tobin tax o la capitalizzazione delle banche in difficoltà vengono giudicate “terra terra e  prudenziali”. La loro scelta e la loro messa in atto non corrisponderebbe alle preoccupazioni etiche della nota e non  sarebbero quindi di competenza del magistero. Un altro onorevole corrispondente di Liberté politique suggerisce del  resto molto semplicemente di dimenticare quel testo e di coprirlo pudicamente con il “mantello di Noé”.
Negli Stati Uniti, l’influente intellettuale cattolico George Weigel, seguito da altri, ha centrato la sua critica sul fatto che  un testo proveniente da un “piccolo ufficio” della Curia avesse un livello di autorità trascurabile e che non c’era quindi  ragione di preoccuparsene.
Prendendo una certa distanza, non sembra tuttavia che la nota di Giustizia e Pace sia particolarmente innovatrice. Non  fa che riprendere delle nozioni esplicitamente difese da tutti i papi, almeno da Giovanni XXIII, in particolare quella  famosa idea di una Autorità mondiale.
Non si capisce quindi la violenza delle reazioni che ha suscitato. Il teologo americano Vincent Miller che, in un articolo  el quindicinale americano National Catholic Reporter, giudica il documento di Giustizia e Pace “eminentemente moderato”, formula un’ipotesi: “Le fondazioni neoliberali hanno investito da anni somme incalcolabili  er fare della parola “governo” una parolaccia.”
In queste condizioni, si capisce che l’idea di un’Autorità mondiale oggi provochi una reazione di rigetto. Anche dei  cattolici.

(1) www.libertepolitique.com è il sito dell’Associazione per la Fondation du Service Politique, organizzazione che  riesce nell’exploit intellettuale di dichiarare un robusto cattolicesimo in materia di morale, difendendo  sistematicamente le opzioni economiche più liberali

Il dio vuoto

Il sistema dei Mercati, con la finanza speculativa che domina su tutto il mondo, si sta mangiando vive l’umanità e la  natura. Questo sistema opera ed è obbedito come un dio. Un dio vuoto, fatto di denaro che circola, si moltiplica o si  brucia e, circolando, rovina la vita delle persone e del mondo vivente. Eppure in questa emergenza disastrosa governi,  istituzioni, stampa e opinion-leaders continuano a pretendere che si faccia qualunque sacrificio per accontentare  l’infinita avidità dei Mercati. Anche i sindacati (in particolare la Cisl con un fervore incomprensibile) e i partiti del “centro-sinistra” restano docili all’incantamento e si uniscono al coro che intima di rassicurare i Mercati. Non fanno l’unica cosa che sarebbe loro responsabilità fare per il Paese: progettare e promuovere una cultura della giustizia  sociale e una politica di democratizzazione dell’economia che — attraverso un cammino arduo che dovrà coinvolgere  gli altri Paesi del mondo — permetta di uscire da questa gigantesca trappola per topi che è il capitalismo finanziario  globale. Se in un organismo alcune cellule cominciano a diventare cancerose, non è che le altre, per omologazione, si mettono a diventare malate pure loro. Al contrario, bisogna sviluppare le difese, resistere alla distruzione che vuole avanzare e attivare le forze di guarigione.

un vortice pericoloso

La trappola in cui siamo caduti, preparata da decenni di fede assoluta nel denaro e nel mercato, è sì un dispositivo  concreto e ubiquo, ma rimane pur sempre una costruzione culturale. Gli ostacoli che si frappongono alla liberazione,  alla sicurezza sociale, alla giustizia, a una società più umana e al rispetto della natura sono in primo luogo ostacoli di  ordine culturale, che riguardano la mentalità collettiva, la credulità, la malafede di alcuni e l’ottusa “buonafede” di  moltissimi. Le voci che con lucidità hanno studiato i totalitarismi del Novecento (da Horkheimer e Adorno a Foucault,  da Arendt a Girard) ci hanno avvertito: il sistema organizzativo che più minaccia la libertà umana e la vita comune,  quello più pericoloso per forza, capacità di sovranità e di ricatto, è il sistema economico. Oggi siamo presi nel vortice  del disastro permanente che esso causa senza riguardo per nessuno.

Che fare dunque ?

È evidente che serve urgentemente una risposta saggia, lucida, rigorosa, fatta di un accordo politico internazionale per  bbattere il potere dei Mercati e riportarlo sotto norme drastiche; per togliere potere di giudizio alle agenzie di  rating e demolire il mito della loro neutrale oggettività; per stabilire un assetto fiscale proporzionale alle ricchezze  effettivamente possedute; per tutelare il lavoro e i diritti di chi lavora, per garantire i servizi vitali e i beni comuni.  Questa politica deve essere intrapresa intanto su scala nazionale. Occorre che ogni governo e ogni Paese comincino a muoversi in questa direzione dando concretezza e credibilità alla possibilità di un nuovo patto internazionale. È ormai  chiaro che la famosa e attesa riforma delle Nazioni Unite non può essere una ristrutturazione interna di questo  organismo, ma è anzitutto un accordo inedito tra gli Stati del mondo per l’adesione comune alla democrazia intesa  anche come democrazia economica, in modo che il mercato non possa più essere una macchina a-umana impazzita che  roduce vittime ogni giorno. Una svolta del genere richiede una convergenza interculturale sulla visione comune di  una società umanizzata, equa, la cui logica ispiratrice non sia più quella che porta a scommettere sulla rovina di  quasi tutta l’umanità e della natura. Se questa è la prospettiva del cambiamento indispensabile a livello internazionale  — quanto mai difficile, delicata, lunga, ma pur sempre l’unica che abbiamo — rimane ancora, per ognuno di noi, nella  vita quotidiana, la domanda: che fare? La risposta dev’essere costruita con il contributo di molti e ognuno può dare un apporto prezioso. Io proporrei un piccolo decalogo.

un vero decalogo

1. Risvegliarsi, smettendo di consentire con questo sistema e rendendosi conto di quanto sia assurdo e violento.

2. Informarsi, sviluppare l’analisi critica e prendere la parola ovunque per aiutare gli altri a uscire dall’incantamento  del dio vuoto.

3. Agire, nelle scelte e nei comportamenti quotidiani, il più possibile secondo altri criteri, diversi da quelli del denaro, della competizione, dell’accumulazione. Questo significa privilegiare gli affetti, la solidarietà, gli  imperativi della giustizia, l’ospitalità, l’armonia, la cura per creature e relazioni, la bellezza, la fedeltà alla felicità vera.

4. Educare i figli testimoniando che il senso della vita esiste e non è il denaro, educandoli a un modo di esistere del  tutto alternativo alla stupidità dell’homo oeconomicus.

5. Creare o rafforzare nella vita di ogni giorno “zone franche” dove le persone, le relazioni, i doveri e i diritti, i sentimenti e gli affetti contano più del denaro, del potere e dell’interesse.

6. Ritrovarsi con altri (parenti, amici, vicini, persone che sono intenzionate a costruire la cultura della liberazione) per capire cause e conseguenze della crisi, per  trovare insieme comportamenti e stili di vita biofili e non necrofili.

7. Stabilire relazioni di amicizia, di reciprocità, di  giustizia con le vittime del sistema: poveri, migranti, mendicanti, licenziati, esuberi, irregolari e marginalizzati.

8 .   Agire nello spazio pubblico (nel proprio quartiere o comune, nella scuola, nei luoghi di lavoro, sui mezzi di informazione, nelle comunità o associazioni di cui si fa parte) facendo della giustizia, che allestisce condizioni di vita  umane per tutti, il metodo per prendere decisioni e per organizzare la convivenza sociale.

9. Sviluppare nella manualità, nel pensiero, nella conoscenza, nelle relazioni un modo creativo di porsi e di fare,  perché ogni espressione di autentica creatività è in sé alternativa al sistema del dio vuoto, che si riproduce soffocando  le facoltà creative degli esseri umani.

10. Fare pressione in ogni modo nonviolento e costituzionale per spingere amministratori, istituzioni, partiti e  sindacati a onorare la loro responsabilità verso il bene comune, anziché fare i collaborazionisti con il Grande Ricattatore.
Sono tutti piccoli passi realizzabili ogni giorno. Di per sé non risolutivi, ma messi insieme ai passi di tanti sono capaci di  prire la strada del cambiamento lì dove ora sembra sussistere solo un muro invalicabile. E sono passi che servono a  non collaborare con un sistema che pratica, per via finanziaria, l’omicidio e la distruzione di ogni condizione della  felicità per cui siamo nati

in “Mosaico di pace” del novembre 2011

“C’è Dio nella malattia”


intervista a Gianfranco Ravasi, a cura di Andrea Tornielli

«La dimensione antropologica e teologica della malattia: Il Signore guarisce tutte le malattie (Salmo 103,3)».

È il tema  del convegno dell’Associazione medici cattolici italiani che si apre questa mattina al Centro congressi Assolombarda di  ilano. Dopo l’introduzione del professor Giorgio Lambertenghi Deliliers, la prima parte del convegno vedrà  confrontarsi Alessandro de Franciscis, Presidente del «Bureau Medicale» di Lourdes, la psicoterapeuta Paola Bassani e  padre Carlo Casalone, Superiore provinciale d’Italia dei gesuiti. Nella seconda parte si terranno le relazioni di Massimo  Cacciari (su «Malattia e male») e del cardinale Gianfranco Ravasi. Le conclusioni sono affidate al professor Alfredo  Anzani, della Pontificia accademia per la vita.

«Vengo invitato sempre più spesso a convegni medici: sta crescendo la consapevolezza che la malattia e il dolore sono  un tema globale e simbolico, non soltanto fisiologico. L’accompagnamento umano, psicologico, affettivo e spirituale è  tutt’altro che secondario. C’è bisogno di tornare a una concezione umanistica della medicina».

Il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio consiglio per la cultura, è abituato a confrontarsi con chi non crede. Ma di fronte alla domanda drammatica sul perché della sofferenza e del dolore – tema del convegno organizzato  oggi a Milano dai Medici cattolici – non si rifugia nelle formule di rito.

Come risponde al quesito sul perché della malattia?
«La scrittrice americana Susan Sontag nel 1978 raccontò la sua esperienza di ammalata di cancro in un libro intitolato  “La malattia come metafora”. Definizione interessante: la malattia non è mai solo una questione biologica. Quando  siamo ammalati abbiamo bisogno di essere confortati, guardiamo alla vita in modo diverso, cambiano le priorità e se la  alattia si aggrava cambia la scala dei nostri valori. E anche chi non crede può arrivare a chiedere a Dio il perché di  quanto gli accade.
Comunque la prima risposta è semplice, logica e razionale».

Qual è la «razionalità» iscritta nella malattia?
«Il dolore è una componente della finitezza delle creature. Un dato che nella nostra società orgogliosa e tecnologica,  che qualcuno ha definito “post-mortale”, non si vuole accettare. Si occulta in tutti i modi la morte, o magari si insegue  la possibilità di vivere fino a 120 o 130 anni, continuando ad allontanare l’appuntamento. Dobbiamo invece avere il  coraggio di guardare in faccia malattia e morte come componenti dell’esistenza».

Una capacità che sembra perdersi in Occidente, ma che è ancora presente in altre culture…
«È vero. Quando ero in Iraq a fare degli studi archeologici, un giorno uno dei miei collaboratori locali mi invitò a casa  sua, così avrei potuto vedere suo padre che stava morendo. Ci andai e vidi quel vecchio adagiato al centro dell’unica  grande stanza della casa, con le donne che cucinavano da un lato e i bambini che giocavano dall’altro e che ogni tanto  si avvicinavano al nonno per toccargli la mano».

La coscienza della finitezza non basta a spiegare il dolore innocente, la malattia dei bambini,
la sorte che si accanisce con chi ha già sofferto.

«Il problema è la distribuzione del male. Resta drammatica quella pagina de “La peste” di Albert Camus, dove davanti  alla morte di un bambino si afferma: non posso credere a un Dio che permette questo. È l’eccesso del male. Qui ha inizio  a frontiera in cui si attestano le religioni con le loro  risposte, che non esauriscono il mistero. Nel Libro di  Giobbe, al culmine della disperazione umana, Dio parla e spazza via tutte le spiegazioni e i tentativi di razionalizzare. La  oluzione può essere solo meta-razionale, globale e trascendente e si trova nell’incontro con Dio».

La risposta del cardinale Ravasi?
«È quella cristiana, totalmente diversa dalle altre religioni. Perché nel cristianesimo è Dio stesso, in Cristo, che non  solo si piega verso di noi per spiegarci il significato della sofferenza, non solo in qualche caso guarisce grazie alla sua  onnipotenza con i miracoli, ma entra nella nostra umanità e prova tutto il dolore dell’uomo. Il dolore fisico, morale, la  paura, il silenzio del Padre. E alla fine anche la morte, che è la carta d’identità dell’uomo, non di Dio. Diventa un  cadavere, senza mai cessare di essere Dio, soffre tutta la sofferenza umana e vi depone un germe di trasfigurazione, che è la resurrezione, fecondando la nostra natura mortale».

Questo però non cancella e il dolore né la domanda. Anche per chi crede.
«Gesù Cristo, il Figlio di Dio non è venuto a cancellare il dolore, tant’è vero che lo ha vissuto. Ma lo ha assunto su di sé  e trasfigurato con il germe dell’infinito, che è preludio d’eternità per noi. Il cristianesimo è una religione fieramente  carnale e vicina al dramma di chi soffre – al contrario di tante altre religioni – perché per i cristiani Dio è diventato un  uomo ed è morto in croce. I cristiani, come attesta la nascita degli ospedali, hanno sempre avuto questa attenzione  verso i malati, perché credono in un Dio che è stato sofferente, ha conosciuto la morte ed è risorto».

Il suo dicastero ha organizzato di recente un convegno dedicato alle staminali adulte, via alternativa all’uso di quelle embrionali. Chiesa e scienza si possono ritrovare insieme?
«L’utilizzo delle cellule embrionali sta ottenendo risultati minimi rispetto a quelli ottenuti con le staminali adulte: si  cancella così il luogo comune che ci attribuisce la responsabilità di non voler alleviare le sofferenze di tanti malati.  Proprio le staminali adulte, che non hanno alcuna controindicazione di tipo etico, stanno portando risultati  incoraggianti in campo oncologico, e contro il Parkison e l’Alzheimer».

 

in “La Stampa” del 26 novembre 2011

Il Museo diocesano di Torino

 

Nuovo allestimento e il primo catalogo generale


Tra sacrestie e ripostigli  con il fiuto di Indiana

di ARABELLA CIFANI e FRANCO MONETTI

Il Museo diocesano di Torino fu inaugurato l’11 dicembre 2008 dall’arcivescovo cardinale Severino Poletto. Quel felice evento rappresentò il punto di arrivo di un iter lungo e complesso, scandito da tappe precise: dalla formazione del primo gruppo di studio, sorto nel lontano febbraio 1971, all’indagine di fattibilità del progetto, iniziata nel 1997, sotto la guida dell’allora arcivescovo cardinale Giovanni Saldarini, con il sostegno e l’incoraggiamento di monsignor Francesco Marchisano, all’epoca presidente della Pontificia commissione per i Beni culturali della Chiesa. Fino alle tappe fondamentali del progetto preliminare del 24 ottobre 2001, redatto dall’architetto Maurizio Momo, e della sua seguente realizzazione.
L’acquisizione di nuove opere, donate o concesse in prestito da parrocchie, confraternite, enti religiosi e privati, avrebbero poi indotto ad ampliare la collezione museale con il nuovo percorso di visita, inaugurato il 29 marzo 2010 in occasione della quindicesima ostensione solenne della Santa Sindone.
Il Museo diocesano è stato pensato e realizzato – da sempre, si può dire – come luogo di testimonianza della storia culturale e religiosa della comunità torinese. Non si tratta infatti soltanto di un deposito di opere d’arte, ma – come rileva monsignor Cesare Nosiglia, attuale arcivescovo di Torino – del “luogo della memoria, che racconta la vita della comunità attraverso il linguaggio dell’arte”. Il Museo diocesano aiuta a ripercorrere la storia della Chiesa di Torino “dalle origini ai giorni nostri, come i recenti restauri hanno evidenziato: dalle testimonianze della prima basilica cristiana con l’annesso battistero – edificati nella seconda meta del IV secolo dal protovescovo di Torino, san Massimo – all’avvento dell’architettura rinascimentale con il nuovo duomo, edificato dal cardinale Domenico della Rovere nel 1498, fino alle successive trasformazioni per la realizzazione della Cappella della Sindone”, a opera del grande architetto teatino Guarino Guarini e la sua destinazione a luogo di sepoltura dei Savoia e dei vescovi della città di Torino.
È sorto con un progetto architettonico unitario e definito, con il ricupero dei grandi spazi liberi nella parte inferiore del duomo, sotto il quale si sono ritrovati anche, in seguito a diverse campagne di scavo nel corso del tempo, notevoli e importanti resti e cimeli delle tre antichissime basiliche della Torino dei primordi del cristianesimo dedicate al Santissimo Salvatore, a san Giovanni Battista, patrono principale della città, e alla Vergine Maria: in sostanza del cuore cristiano della città di Torino, che alla chiesa cattolica ha dato molto – come è ben noto – anche attraverso i suoi grandi santi sociali nell’Ottocento e Novecento.
Negli spazi ricuperati sono stati raccolti capolavori di pittura, scultura, oreficeria e tessili provenienti da numerose chiese della diocesi, dove si trovavano in disuso o in pericolo di rovina, dispersione o furto. Si può ben dire che il museo sia nato per la fattiva collaborazione di tante comunità diocesane che ne hanno compreso il profondo significato non solo a livello storico e artistico, ma soprattutto sul piano religioso e catechetico. Le raccolte si articolano in diverse sezioni. La sezione battesimale è incentrata attorno al rinascimentale Fonte e alla serie dei dipinti cinquecenteschi. La sezione mariana invece ha al centro una splendida Annunciazione del grande pittore di corte Vittorio Amedeo Rapous (1729-1800): capolavoro della pittura settecentesca italiana. La sezione della “Parola” significativamente rappresentata da oggetti di uso liturgico quali il meraviglioso Leggio da altare di scuola del celeberrimo ebanista Pietro Piffetti (1701-1777). Al centro del museo è stato allestito un altare di forme tridentine arredato con oggetti e paramenti di squisita fattura tra i quali si annoverano alcuni tessili e broccati di provenienza lionese di grandissima bellezza, rarità e importanza. La quadreria del museo presenta tavole quattrocentesche e tele dal Cinquecento al Settecento: sono opere spesso inedite che testimoniano della qualità della pittura piemontese attraverso i secoli ed insieme della religiosità di tutta la diocesi torinese. A corona, seguono numerose vetrine, che contengono argenterie importanti per la storia dell’oreficeria piemontese ed italiana. Primeggia un magnifico Calice seicentesco proveniente dalla parrocchia di Osasio (Torino), ritrovato fortunosamente in una intercapedine dove era stato nascosto da un padre cappuccino al tempo della rivoluzione e dell’invasione francese in Piemonte. Di particolare significato per la storia di Torino e dalla sua religiosità, il Dossale d’argento di Paolo Antonio Paroletto, argentiere attivo Torino dal 1736: in esso è raffigurato il momento culminante del celebre miracolo eucaristico di Torino, con il vescovo supplice che accoglie nel calice l’ostia raggiante sospesa su una folla in preghiera. Completano la sezione dell’argenteria una serie di ostensori e di calici realizzati fra Seicento e Ottocento, di fattura spesso raffinatissima.
Gli oggetti esposti sono stati selezionati dalla solerzia e dall’intelligenza di don Natale Maffioli, salesiano, una sorta di Indiana Jones in abiti religiosi che ha, a suo tempo esplorato sacrestie, ripostigli di chiese e confraternite della diocesi, proteso alla ricerca e al ricupero delle testimonianze artistiche più autorevoli e significative. Sotto la direzione assidua e puntuale di don Luigi Cervellin, incaricato dei beni culturali della Diocesi. Gli oggetti scelti sono stati esposti secondo l’allestimento curato dagli architetti Maurizio e Chiara Momo.
Mancava finora, a corredo del museo, un esauriente catalogo, che ne spiegasse e ne portasse al pubblico le positive valenze. E finalmente lunedì 28 novembre 2011 uscirà anche il primo magnifico catalogo del Museo. L’opera si avvale, nella prima parte, di studi specifici curati da Giancarlo Santi, sul museo diocesano come strumento privilegiato per attuare il progetto culturale ed educativo della diocesi; da don Luigi Cervellin, sulla storia del museo stesso dal suo iniziale progetto all’allestimento; da Maurizio e Chiara Momo, sulla fabbrica inferiore del duomo di Torino e sull’allestimento museale; da Marco Aimone, sull’insula episcopalis del Salvatore; da Paolo Fiore, sulla collezione lapidaria; e infine da Luisa Clotilde Gentile, sulle testimonianze araldiche rinascimentali.
Seguono le schede scientifiche, che illustrano le opere presentate nel museo, alla redazione delle quali hanno concorso importanti studiosi con saggi e ricerche mirate: Arabella Cifani e Franco Monetti, Natale Maffioli e Luca Mana; e ancora: Lidia Martinelli ed Enzo Omegna, Lorenza Santa e Carlotta Venegoni. Per l’occasione verrà esposta anche la bella tela, splendidamente restaurata, della Presentazione di Gesù al Tempio di Vittorio Amedeo Rapous, proveniente dalla chiesa della Confraternita del Gesù di Villafranca Piemonte.
“Nella nostra società caratterizzata dal linguaggio dell’immagine – ha opportunamente sottolineato monsignor Nosiglia – il Museo diocesano svolge un ruolo importante per lo studio e la conoscenza del nostro territorio, profondamente connotato dalle radici cristiane, come pure una insostituibile funzione culturale e didattica nel processo di trasmissione degli irrinunciabili valori umani e cristiani: la bellezza, l’amore, la trascendenza. L’arte, infatti, è un prezioso antidoto alla violenza, alla sciatteria e alla volgarità, che deturpa ambienti e rapporti umani, nello stesso tempo educa al Mistero. Ammirando i capolavori di numerosi pittori, artisti e scultori si impara a vedere la realtà con occhi nuovi, che alimenta “il gusto per la bellezza e lo stupore per il mistero di Dio” (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 41)”. Non sono queste solo constatazioni seriali, ma si tratta di un vero impegno di miglioramento personale con la sicurezza di avere in mano un efficace strumento educativo che affonda le proprie radici nella storia delle grandi comunità cristiane del passato di Torino da cui trarre linfa sempre nuova.

(©L’Osservatore Romano 27 novembre 2011)

La fede e l’istituzione ecclesiale in Occidente. Perché la Chiesa?

Il cristianesimo al quale la maggioranza dei nostri contemporanei rimane legata, almeno nell’Occidente secolarizzato, è ormai un cristianesimo senza Dio e senza Chiesa. Davanti a tale considerazione, per quanti si sentono coinvolti in un’esperienza credente espressa anche in forma ecclesiale diventa urgente la domanda sulla finalità e la ragion d’essere della Chiesa oggi. «Se il cristianesimo è stato un fattore storico di civilizzazione, la sua pertinenza è caduca quando questa civilizzazione si trasforma, come sta avvenendo nel mondo contemporaneo?», si chiede Raymond Lemieux. Si tratta di verificare se l’esperienza cristiana sia fatta per garantire processi di civilizzazione o per partecipare all’umanizzazione del mondo. Una tappa previa importante sarà costituita dal ripensare il trittico «Chiesa-Regno-mondo». È sul versante di questa impresa che Denis Müller – procedendo da una prospettiva protestante, ma distanziandosi sia dal giuridicismo cattolico sia dall’evenemenzialismo protestante – ripercorre il formarsi dell’ecclesiologia contemporanea, restituendo un’articolazione teologica ecumenica della secondarietà e della necessità della Chiesa in rapporto al regno di Dio con un decentramento cristologico ed escatologico.

 

Regno-att. n.18, 2011, p.628

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